Questo sarà un post dalla sintassi a spezzatino, perchè me lo invio a botte di sms. Sono in giro con in mano il mio Nokia dell'età della pietra. Scrivo mentre
cammino, e cammino lungo la passeggiata che farò ogni santo giorno quando abiteremo di nuovo a Genova. Perchè credo che alla fine andrà così. Non so quanti
di noi verranno fuori da questa situazione. Non so se ci arriveremo separatamente, insieme, in contemporanea o prima uno poi gli altri. Ma ad un certo punto
è improvvisamente diventato chiaro che tra le colline non c'è rimasto molto, per nessuno di noi. L'Uomo ha nostalgia di casa. Io ho bisogno di un posto dove,
se una donna apre la bocca, le sue parole vengono ascoltate, anche se non ha un uomo al suo fianco. La Princi deve cercarsi un lavoro, e un fidanzato, in una
città dove esistano vie di mezzo tra il figlio di feudatari, cocainomane, e il tamarro scappato di casa, cannato. Senza togliere nulla ai miei meravigliosi
exalunni, che infatti van via dai paesi, per vivere a Torino o all'estero, diciamo che il parco ventenni della nostra zona tende a essere deludente.
Mentre ne parlavo pochi giorni fa, e guidavo in mezzo alle campagne con la Princi, lei a bruciapelo ha voluto sapere "come farai senza questo?" alludendo soprattutto
alla serata appena trascorsa. In cui eravamo state accolte come regine in un paesino lillipuziano, su un cocuzzolo boscoso tra Paesino di Sogno e Paesino Blu.
Dove alunni exalunni e genitori che coprivano complessivamente 8 anni della mia vita lavorativa mi hanno fatto sentire a casa, e raccontato le loro vite, come
al solito. "Ah, ma torno" ho detto. "E' un'ora di macchina, in effetti" ha detto lei. Gli exalunni una cena per vedermi la organizzano, lo so. Ma è il verde,
sono le colline, è la neve. Queste cose, le chiesette medievali, le stradine nel bosco, non potrò portarmele dietro. Però in questi giorni tremendi penso che
potrebbe anche andare a finire che la neve non la vorrò mai più vedere. E nemmeno i papaveri. E la nebbia. E le piogge primaverili sui fiori. E il campanile di
Paesino di Sogno. Ora sono col culo sui sassi di una piccola porzione di spiaggia libera, in città. Soffia un vento tiepido, umido, salato. Sta
alzandosi la marea. Non c'è il sole. Il mare canta qui davanti come se sapesse che deve convincermi. Ma non serve. Ci sto già pensando. Qui forse potremo andare avanti.
Poi naturalmente è un trascurabile dettaglio che ora trasferirsi sia diventato impraticabile, grazie alle nuove politiche del ministero. E che se va tutto come
deve andare la Princi abbia davanti altri 4 anni di scuola. E che la casa di mio padre e delle zie sia interamente da ristrutturare, e troppo grande, nel malaugurato caso che non ci si vada a stare almeno in tre.
Ma abitare a Genova è uno stato mentale, prima di tutto. Per anni "casa" è stata quella dove si tornava nel weekend. Prescindendo dal fatto che, come l'Uomo ha detto ancora 10 giorni fa, casa era dove lui stava con me. Ovunque fosse. E però lui usa il passato. Io uso il futuro. Una conversazione
così è impossibile. Possiamo usare solo il presente. Che per lui è una valigia nel bagagliaio. E per me un girone dell'inferno. A volte, solo a volte, un istante che batte le ali veloce, in un suo sguardo, e poi va via.
Ho camminato scrivendo fino ad avere le gambe dolenti, gli occhi stanchi, le labbra asciutte, i capelli un groviglio di vento, sale e sudore. Un'altra giornata è passata. Non mi sono ancora arresa.
Uno dei locali più fighi qua sul mare sta già preparando per l'aperitivo serale. L'altoparlante sulla terrazza amplifica How to save a life. Che l'80 per cento dei malati di serie tv associa inesorabilmente a Grey's Anatomy stagione 1. Quella che io so
a memoria, perchè mi ricorda quando tutto stava per cominciare, quando ero anche io una specializzanda, che non aveva mai tempo per dormire, che non immaginava ancora di che cosa fosse capace, che aveva appena incontrato il suo dottor Shepherd e non lo sapeva.
giovedì 30 luglio 2015
venerdì 24 luglio 2015
O magari giochiamo al Diavolo veste Prada, e poi ci guardiamo bene allo specchio
Se Castagna, che a questa stagione ha tre possibili tenute
- braghetta maglietta e felpa da gita in montagna
- vestitino da mare scollacciato per non soffrire il caldo (sostituibile, in casa, con t-shirt e mutande)
- vestitino da città in lino per le volte che deve andare a rompersi il cazzo in banca, dal commercialista, etc
al mattino, alle nove, a Asti,
in assenza di riunioni a scuola e di colloqui con specialisti dell'educazione/della psiche/delle pratiche di affido/della logopedia/ dell'ortodonzia /del belino che ti strangoli, ovviamente legati alla Princi,
esce di casa con
le perle al collo,
una generosa vista sulle ancora guardabili tette,
il mocassino da figlia di papà albarina,
e la tipica smorfia alla Mariangela Melato che fa la bottana industriale("maleducato cafone buzzuRRo"),
dove va?
Va al concessionario che QUATTORDICI giorni fa le ha venduto la macchina nuova e ci va DOPO aver già mandato la mail all'assistenza, all'avvocato, e al meccanico dell'officina autorizzata ingiungendo di tenere tutti i pezzi del veicolo per periziarli (papà, mi stai vedendo? sei fiero? non ho studiato Legge, sai che sarei morta se avessi dovuto vivere in mezzo agli avvocati, sai che io voglio i miei gessetti e le mie biro rosse e le mie scarpe da ginnastica, ma guarda come sono diventata brava a far finta di muovermi nel mare degli squali, quando serve).
Perché, rubatami da sotto le finestre la vecchia baracchetta coreana blu scassata, tenuto da parte il vecchio macinino azzurro dei miei ormai dismesso per le prime prove di guida della Princi, finalmente mi ero decisa, dopo due anni di guasti riparati con lo scotch da pacchi, a fare il grande salto.
Nuova di zecca. Bianca. Grande. Silenziosa. Spaziosa. E regalata dalla genitrice, in un momento in cui avevo davvero bisogno di sentire che qualcuno, a parte la mia seconda personalità dissociata, mio cugino e mia figlia, stava facendo squadra con me, ragion per cui accettata davvero con un livello di gratitudine difficile da spiegare.
Due meravigliose settimane di passaggi a chiunque, di complimenti su come si sta comodi seduti dietro, di commenti su quanto è bella alta e leggera e ammortizzata che pare di essere su una nave da crociera, neanche un pelo di cane o una carta di caramella sotto il sedile, ed ecco...
...la sfiga imperiale che mi perseguita...
...il karma orrendo di quella strage degli innocenti che devo aver commesso in qualche vita precedente...
...l'altroieri (temperature esterne percepite, in alcuni punti della Padania, tra i 45 e i 50 gradi) mi molla in autostrada. Prima volta che prendevamo l'autostrada. E come mi molla: proprio lei, che al mattino quando inserivo le chiavi mi accoglieva con Welcome e al toglierle illuminava gentilmente la scritta Goodbye, mi molla senza accendere una spia, senza suonare, vibrare, messaggiarmi, senza neppure fermarsi, mi molla gradualmente in pochi chilometri tirando male, mi molla facendo spegnere l'aria condizionata (grazie eh, dato il clima) e poi arrivando a fatica a una piazzola, dopo che avevo vissuto un improvviso ritorno al cattolicesimo, quando ho capito che non avrebbe tenuto un altro cambio di marcia e ho dato un'occhiata ai centimetri tra me e un TIR alle mie spalle.
Mi molla. E molla la Princi. E il cane.
Un'ora. A quaranta e spingi gradi. In una cazzo di aiuola pisciata da cani e cristiani.
Poi il carro attrezzi. L'Uomo che arriva da non si sa dove, con lo scazzo. Il rientro a casa. Tre litri e mezzo d'acqua e poi il cuore che sfarfalla, forse il sangue gassato, il mal di testa, la notte in bianco.
E adesso secondo loro me la ridanno riparata.
Eh???
No no no no no. Me ne date un'altra nuova, e dovrete anche ringraziare se non la prendo di un'altra marca. E me la testate, grazie, che ho famiglia, non voglio ammazzarmi.
E intanto datemi l'auto sostitutiva magari, e prima di subito, che voglio andare in vacanza.
Non so se la spunteremo, anche se ci ho messo sopra anche l'Uomo e l'avvocato.
Ma stamattina i consigli degli amici
raccomandata brutta eh
Red Bull ghiacciata prima di iniziare, occhio che dopo ti viene la diarrea, ma durante sei invincibile
spaccagli. il. culo.
tamburella con le dita smaltate e fingiti annoiata
etc etc
mi hanno caricata bene e sono riuscita a continuare a sorridere, agitare le perle (quelle della zia, vecchie e perfette, tondissime, non le scaramazze di moda ora, ma quelle che potrebbe avere al collo the dowager countess of Downton, insomma) e non alzare mai la voce mentre chiarivo che
no
non potete giocarvela con il venditore che mi manda al settore tecnico e il meccanico che mi dice che devo andare al settore commerciale
sì
ho già avvisato il mio legale
no
non circolerò su una cosa che ha perso il suo valore d'acquisto in quindici giorni
e
no
non importa se devo aspettare la perizia tecnica
però
sì
mi ruga parecchio non poter partire per le vacanze (quali? ah già, loro non devono saperlo).
Che poi uno dice se davo retta a papà e studiavo legge forse non ci arrivavo a quarant'anni a farmi rispettare, magari mi muovevo così già a trenta. E il pensiero va a tutti i bastardi, gli incompetenti, gli stronzi gratuiti, i figliditroia che ho incontrato
durante il percorso preadottivo
durante la gestione della salute di mio padre
durante lo smazzamento delle varie questioni fiscali e amministrative che ho ereditato di colpo
et alia
che mi sono costati gastrite, colite, bruxismo, insonnia, e malumori sparsi.
Poi arrivo a casa, mi tolgo le perle, faccio il caffè alla Princi, chiacchiero con la Fata Romena, i pensieri si acquietano, e diventano uno solo.
Che tutto ciò non mi costerà neanche un istante di stress di troppo, ormai. Sono al di là delle umane cose. Ho in testa solo noi. Questo è un vero problema, il resto sono moscerini della frutta che passeggiano sul bordo del tavolo.
La vida es otra cosa.
La mia vita con te è tutta la mia cosa.
- braghetta maglietta e felpa da gita in montagna
- vestitino da mare scollacciato per non soffrire il caldo (sostituibile, in casa, con t-shirt e mutande)
- vestitino da città in lino per le volte che deve andare a rompersi il cazzo in banca, dal commercialista, etc
al mattino, alle nove, a Asti,
in assenza di riunioni a scuola e di colloqui con specialisti dell'educazione/della psiche/delle pratiche di affido/della logopedia/ dell'ortodonzia /del belino che ti strangoli, ovviamente legati alla Princi,
esce di casa con
le perle al collo,
una generosa vista sulle ancora guardabili tette,
il mocassino da figlia di papà albarina,
e la tipica smorfia alla Mariangela Melato che fa la bottana industriale("maleducato cafone buzzuRRo"),
dove va?
Va al concessionario che QUATTORDICI giorni fa le ha venduto la macchina nuova e ci va DOPO aver già mandato la mail all'assistenza, all'avvocato, e al meccanico dell'officina autorizzata ingiungendo di tenere tutti i pezzi del veicolo per periziarli (papà, mi stai vedendo? sei fiero? non ho studiato Legge, sai che sarei morta se avessi dovuto vivere in mezzo agli avvocati, sai che io voglio i miei gessetti e le mie biro rosse e le mie scarpe da ginnastica, ma guarda come sono diventata brava a far finta di muovermi nel mare degli squali, quando serve).
Perché, rubatami da sotto le finestre la vecchia baracchetta coreana blu scassata, tenuto da parte il vecchio macinino azzurro dei miei ormai dismesso per le prime prove di guida della Princi, finalmente mi ero decisa, dopo due anni di guasti riparati con lo scotch da pacchi, a fare il grande salto.
Nuova di zecca. Bianca. Grande. Silenziosa. Spaziosa. E regalata dalla genitrice, in un momento in cui avevo davvero bisogno di sentire che qualcuno, a parte la mia seconda personalità dissociata, mio cugino e mia figlia, stava facendo squadra con me, ragion per cui accettata davvero con un livello di gratitudine difficile da spiegare.
Due meravigliose settimane di passaggi a chiunque, di complimenti su come si sta comodi seduti dietro, di commenti su quanto è bella alta e leggera e ammortizzata che pare di essere su una nave da crociera, neanche un pelo di cane o una carta di caramella sotto il sedile, ed ecco...
...la sfiga imperiale che mi perseguita...
...il karma orrendo di quella strage degli innocenti che devo aver commesso in qualche vita precedente...
...l'altroieri (temperature esterne percepite, in alcuni punti della Padania, tra i 45 e i 50 gradi) mi molla in autostrada. Prima volta che prendevamo l'autostrada. E come mi molla: proprio lei, che al mattino quando inserivo le chiavi mi accoglieva con Welcome e al toglierle illuminava gentilmente la scritta Goodbye, mi molla senza accendere una spia, senza suonare, vibrare, messaggiarmi, senza neppure fermarsi, mi molla gradualmente in pochi chilometri tirando male, mi molla facendo spegnere l'aria condizionata (grazie eh, dato il clima) e poi arrivando a fatica a una piazzola, dopo che avevo vissuto un improvviso ritorno al cattolicesimo, quando ho capito che non avrebbe tenuto un altro cambio di marcia e ho dato un'occhiata ai centimetri tra me e un TIR alle mie spalle.
Mi molla. E molla la Princi. E il cane.
Un'ora. A quaranta e spingi gradi. In una cazzo di aiuola pisciata da cani e cristiani.
Poi il carro attrezzi. L'Uomo che arriva da non si sa dove, con lo scazzo. Il rientro a casa. Tre litri e mezzo d'acqua e poi il cuore che sfarfalla, forse il sangue gassato, il mal di testa, la notte in bianco.
E adesso secondo loro me la ridanno riparata.
Eh???
No no no no no. Me ne date un'altra nuova, e dovrete anche ringraziare se non la prendo di un'altra marca. E me la testate, grazie, che ho famiglia, non voglio ammazzarmi.
E intanto datemi l'auto sostitutiva magari, e prima di subito, che voglio andare in vacanza.
Non so se la spunteremo, anche se ci ho messo sopra anche l'Uomo e l'avvocato.
Ma stamattina i consigli degli amici
raccomandata brutta eh
Red Bull ghiacciata prima di iniziare, occhio che dopo ti viene la diarrea, ma durante sei invincibile
spaccagli. il. culo.
tamburella con le dita smaltate e fingiti annoiata
etc etc
mi hanno caricata bene e sono riuscita a continuare a sorridere, agitare le perle (quelle della zia, vecchie e perfette, tondissime, non le scaramazze di moda ora, ma quelle che potrebbe avere al collo the dowager countess of Downton, insomma) e non alzare mai la voce mentre chiarivo che
no
non potete giocarvela con il venditore che mi manda al settore tecnico e il meccanico che mi dice che devo andare al settore commerciale
sì
ho già avvisato il mio legale
no
non circolerò su una cosa che ha perso il suo valore d'acquisto in quindici giorni
e
no
non importa se devo aspettare la perizia tecnica
però
sì
mi ruga parecchio non poter partire per le vacanze (quali? ah già, loro non devono saperlo).
Che poi uno dice se davo retta a papà e studiavo legge forse non ci arrivavo a quarant'anni a farmi rispettare, magari mi muovevo così già a trenta. E il pensiero va a tutti i bastardi, gli incompetenti, gli stronzi gratuiti, i figliditroia che ho incontrato
durante il percorso preadottivo
durante la gestione della salute di mio padre
durante lo smazzamento delle varie questioni fiscali e amministrative che ho ereditato di colpo
et alia
che mi sono costati gastrite, colite, bruxismo, insonnia, e malumori sparsi.
Poi arrivo a casa, mi tolgo le perle, faccio il caffè alla Princi, chiacchiero con la Fata Romena, i pensieri si acquietano, e diventano uno solo.
Che tutto ciò non mi costerà neanche un istante di stress di troppo, ormai. Sono al di là delle umane cose. Ho in testa solo noi. Questo è un vero problema, il resto sono moscerini della frutta che passeggiano sul bordo del tavolo.
La vida es otra cosa.
La mia vita con te è tutta la mia cosa.
giovedì 23 luglio 2015
"Giochiamo a vegeto?"
Qualcosa in me sta veramente succedendo.
Consapevolezze recenti, vecchi punti di forza, imparare a chiedere scusa, difendere il terreno conquistato, cedere le armi.
Ho riflettuto sulle piccole cose che, per un motivo o per l'altro, rappresentano appigli per le mie giornate molto silenziose.
Mi sono accorta che uno dei compiti quotidiani che mi dà maggiore benessere è dar da bere alle piante. Che ne studio la salute con interesse reale. Sono poche, una tuja da vaso, un'ortensia, un piccolo melograno, una rosa e una non meglio identificata pianta grassa che qualcuno aveva lasciato a morire sul pianerottolo.
Non è solo che le guardo ogni volta che esco sul terrazzino. È che le penso, quando sono fuori casa. Quindi hanno acquisito un senso altro, rispetto alla normalità delle incombenze domestiche, un po' come le lavatrici compulsive che (Desdemona!!!) hanno ritmato con il loro suono monotono tutta l'estate scorsa.
Ho capito che le mie piante simboleggiano la pazienza, la tenacia, la determinazione delle radici, la speranza delle foglie, e nutrire la loro crescita è un lavoro di profonda responsabilità, mentre fuori infuria la canicola.
Vorrei un grande albero sotto cui stendermi all'ombra con te. Ma per ora ho solo questi modesti, stentati vegetali da curare, da sola. Non mi arrenderò, reggeremo al caldo. Insieme.
Consapevolezze recenti, vecchi punti di forza, imparare a chiedere scusa, difendere il terreno conquistato, cedere le armi.
Ho riflettuto sulle piccole cose che, per un motivo o per l'altro, rappresentano appigli per le mie giornate molto silenziose.
Mi sono accorta che uno dei compiti quotidiani che mi dà maggiore benessere è dar da bere alle piante. Che ne studio la salute con interesse reale. Sono poche, una tuja da vaso, un'ortensia, un piccolo melograno, una rosa e una non meglio identificata pianta grassa che qualcuno aveva lasciato a morire sul pianerottolo.
Non è solo che le guardo ogni volta che esco sul terrazzino. È che le penso, quando sono fuori casa. Quindi hanno acquisito un senso altro, rispetto alla normalità delle incombenze domestiche, un po' come le lavatrici compulsive che (Desdemona!!!) hanno ritmato con il loro suono monotono tutta l'estate scorsa.
Ho capito che le mie piante simboleggiano la pazienza, la tenacia, la determinazione delle radici, la speranza delle foglie, e nutrire la loro crescita è un lavoro di profonda responsabilità, mentre fuori infuria la canicola.
Vorrei un grande albero sotto cui stendermi all'ombra con te. Ma per ora ho solo questi modesti, stentati vegetali da curare, da sola. Non mi arrenderò, reggeremo al caldo. Insieme.
domenica 19 luglio 2015
La lista 9
1)
Cambia umore di continuo.
Sta ore davanti alla Playstation.
Non propone mai niente.
È depresso.
Se provi a dirgli che deve parlarne o curarsi, si incazza.
Lancia le cose, l'altro giorno anche a sua figlia.
Non dorme.
Ha sfondato a pugni le ante di un armadio.
Non mi tocca più.
Esce e non so dove vada.
È sempre col telefonino in mano.
Ha perso peso.
È andato a giocare a calcetto con gente che ha quindici o vent'anni meno di lui e si è danneggiato i legamenti.
Ha grane sul lavoro.
Io non lo so se abbia un'altra.
Si addormenta alle 9 e mezza come un vecchio.
Vuol fare sempre le stesse cose.
Fa discorsi nerissimi, sembra che pensi solo alla morte.
Non vuol fare più le cose di prima.
Ha la testa da un'altra parte.
Si ammala di continuo.
Non si concentra.
Non si accorge nemmeno che gli sto parlando.
Non c'è mai.
Come padre c'è, ma con me è come se non funzionasse più niente.
Non è la persona che ho sposato.
Non sembra più lui.
2)
Io cerco di tirare avanti ma guarda che è dura.
Sono stanca.
Ho paura che un giorno mi alzi le mani e mi faccia male.
È tutto sulla mia schiena.
Sento che sto buttando via i miei anni migliori.
Non capisco.
Non so cosa devo fare.
A volte lo manderei a fare in culo guarda.
Non dormo più.
Devo prendere le gocce.
Mi ammazzo di lavoro.
Se passasse un altro e mi facesse un sorriso io non lo so mica cosa farei, tanto per come mi tratta lui.
Non so più come aiutarlo.
Sono stufa.
Non so perché torno a casa la sera.
Ci sarebbe uno che mi messaggia, sì.
Vorrei scappare lontanissimo, ma proprio che nessuno sapesse dove trovarmi.
Non so come andremo a finire.
Io le sto provando tutte.
Perché sto con uno stronzo del genere?
Perché sono ancora innamorata di lui, povera cretina.
Ecco. Se voi pensate che le frasi 1 descrivano tutte l'Uomo, e le frasi 2 siano tutte uscite dalla mia bocca, bene, vi informo che siete in errore. Sto raccogliendo tracce di impronte nel bosco, segni di passaggio di questo orrendo animale, di questo mostro che passa attraverso i letti matrimoniali, che mastica anelli nuziali, che sfascia case e tormenta i sonni dei bambini.
E più ascolto le amiche o le conoscenti con cui mi capita di trovare un momento di intesa reciproca e privacy, e più vedo che il problema non ce l'abbiamo solo noi.
Per non parlare della quantità di indicazioni minori, date da gente che non ha confidenza sufficiente per raccontare nei dettagli quanto sono lunghe le notti, quanto è doloroso il giorno, quanta solitudine c'è tra le lenzuola.
3)
Con mio marito è un periodo difficile.
Non è un bel momento per proporgli le cose.
Abbiamo attraversato una gran brutta fase.
Siamo un po' stressati.
Non lo so ancora cosa faremo quest'estate.
Io sono al mare coi bambini, poi vediamo se lui ce la fa a raggiungerci.
Non vedo l'ora che partano tutti, ho bisogno di un po' di tempo per me.
Per carità. Non è che non abbia visto anche me stessa, e diverse amiche, attraversare fasi penose, di depressione, piagnucolamento, spleen esistenziale, o anche quella che la mia amatissima Cavallino al liceo definiva "merda nel cervello". C'è chi ha avuto la depressione post partum e chi ha perso la testa dietro a un collega o rischiato il revival con un ex, chi si è lasciata andare fisicamente, chi si è sposata col lavoro, chi ha scoperto che diventata mamma le importava solo dei figli e chi ha scoperto di non essere tagliata a fare la mamma, chi si è fatta viziare, chi ha viziato il coniuge, chi si è persa in un bicchier d'acqua, chi si è lasciata travolgere da una famiglia ingombrante, chi si è isolata da tutti...
Immagino quindi che potrei scrivere una lista 4, di frasi annoiate, autocommiserative o egoistiche, pronunciate da me e da parecchie altre voci femminili, e una lista 5, di frasi stizzite e sconsolate o brontolamenti misti, intonati in polifonia da voci maschili.
Ma per la verità queste liste avrei potuto più agevolnente scriverle 5 o 6 anni fa, mentre il biennio 2014 2015, almeno nello spicchio di mondo che frequento io, sembra attraversato soprattutto da spaventose crisi maschili. Come se si fossero tutti messi d'accordo, e parlo di gente che abita in un raggio di 1000 km, non di una squadra di quarantenni che si cambia nello stesso spogliatoio tre volte la settimana. Il contagio non può essere avvenuto per contatto.
Avere una figlia di diciotto anni con amici che vanno dai 15 ai 20, e un mestiere come il mio, mi permetterebbe di scrivere una lista 6, ancora più dolorosa, di frasi di prepuberi e adolescenti travolti dal mostro che si sta mangiando le loro famiglie.
E poi c'è la lista 7, quella che raccolgono gli psicologi o i maestri di ginnastica o i nonni o le maestre elementari, che contiene lo stesso mostro, disegnato a colori scuri da quelli più piccoli.
Ora vi chiedo. Potreste gentilmente darmi una stima anonima di quante coppie conoscete in cui lui, in questo periodo, è messo come da lista 1?
Perché mentre le crisi femminili a cui ho assistito e assisto sono spalmate su parecchi anni, il fenomeno che colpisce il cromosoma Y sembra essersi manifestato tutto d'un colpo negli ultimi tempi. Premetto che frequento quasi solo gente tra i 40 e i 50.
Sto cercando di capire. Non voglio far passare come un'epidemia, o una moda, quel che succede all'Uomo. Ognuno di noi sa che quando si arriva ad un certo punto, e ci si arriva partendo da un matrimonio serio, con gente che si è scelta in modo inequivocabile, e che si è fatta il mazzo per far andare tutto bene, i problemi che vengono allo scoperto hanno sicuramente radici strettamente personali, e profonde. Non voglio sminuire, o mettere in ridicolo. Ma vorrei che tutti questi maschi in botta d'ansia si parlassero tra loro e capissero di non essere soli al mondo. Noi donne lo facciamo. E questo, come quella caramella, che la Zia Bella mi faceva trovare sul cuscino per lenire le mie giornate di liceale musona, non risolve, ma aiuta.
E più di ogni altra cosa vorrei la lista 8, quella che dice, a loro e a noi, cosa bisogna fare per superarla.
E la 9, quella che (io lo so che esiste) dice che dopo una roba del genere la navigazione continua e le rapide finiscono, o almeno, si affrontano di nuovo insieme.
Cambia umore di continuo.
Sta ore davanti alla Playstation.
Non propone mai niente.
È depresso.
Se provi a dirgli che deve parlarne o curarsi, si incazza.
Lancia le cose, l'altro giorno anche a sua figlia.
Non dorme.
Ha sfondato a pugni le ante di un armadio.
Non mi tocca più.
Esce e non so dove vada.
È sempre col telefonino in mano.
Ha perso peso.
È andato a giocare a calcetto con gente che ha quindici o vent'anni meno di lui e si è danneggiato i legamenti.
Ha grane sul lavoro.
Io non lo so se abbia un'altra.
Si addormenta alle 9 e mezza come un vecchio.
Vuol fare sempre le stesse cose.
Fa discorsi nerissimi, sembra che pensi solo alla morte.
Non vuol fare più le cose di prima.
Ha la testa da un'altra parte.
Si ammala di continuo.
Non si concentra.
Non si accorge nemmeno che gli sto parlando.
Non c'è mai.
Come padre c'è, ma con me è come se non funzionasse più niente.
Non è la persona che ho sposato.
Non sembra più lui.
2)
Io cerco di tirare avanti ma guarda che è dura.
Sono stanca.
Ho paura che un giorno mi alzi le mani e mi faccia male.
È tutto sulla mia schiena.
Sento che sto buttando via i miei anni migliori.
Non capisco.
Non so cosa devo fare.
A volte lo manderei a fare in culo guarda.
Non dormo più.
Devo prendere le gocce.
Mi ammazzo di lavoro.
Se passasse un altro e mi facesse un sorriso io non lo so mica cosa farei, tanto per come mi tratta lui.
Non so più come aiutarlo.
Sono stufa.
Non so perché torno a casa la sera.
Ci sarebbe uno che mi messaggia, sì.
Vorrei scappare lontanissimo, ma proprio che nessuno sapesse dove trovarmi.
Non so come andremo a finire.
Io le sto provando tutte.
Perché sto con uno stronzo del genere?
Perché sono ancora innamorata di lui, povera cretina.
Ecco. Se voi pensate che le frasi 1 descrivano tutte l'Uomo, e le frasi 2 siano tutte uscite dalla mia bocca, bene, vi informo che siete in errore. Sto raccogliendo tracce di impronte nel bosco, segni di passaggio di questo orrendo animale, di questo mostro che passa attraverso i letti matrimoniali, che mastica anelli nuziali, che sfascia case e tormenta i sonni dei bambini.
E più ascolto le amiche o le conoscenti con cui mi capita di trovare un momento di intesa reciproca e privacy, e più vedo che il problema non ce l'abbiamo solo noi.
Per non parlare della quantità di indicazioni minori, date da gente che non ha confidenza sufficiente per raccontare nei dettagli quanto sono lunghe le notti, quanto è doloroso il giorno, quanta solitudine c'è tra le lenzuola.
3)
Con mio marito è un periodo difficile.
Non è un bel momento per proporgli le cose.
Abbiamo attraversato una gran brutta fase.
Siamo un po' stressati.
Non lo so ancora cosa faremo quest'estate.
Io sono al mare coi bambini, poi vediamo se lui ce la fa a raggiungerci.
Non vedo l'ora che partano tutti, ho bisogno di un po' di tempo per me.
Per carità. Non è che non abbia visto anche me stessa, e diverse amiche, attraversare fasi penose, di depressione, piagnucolamento, spleen esistenziale, o anche quella che la mia amatissima Cavallino al liceo definiva "merda nel cervello". C'è chi ha avuto la depressione post partum e chi ha perso la testa dietro a un collega o rischiato il revival con un ex, chi si è lasciata andare fisicamente, chi si è sposata col lavoro, chi ha scoperto che diventata mamma le importava solo dei figli e chi ha scoperto di non essere tagliata a fare la mamma, chi si è fatta viziare, chi ha viziato il coniuge, chi si è persa in un bicchier d'acqua, chi si è lasciata travolgere da una famiglia ingombrante, chi si è isolata da tutti...
Immagino quindi che potrei scrivere una lista 4, di frasi annoiate, autocommiserative o egoistiche, pronunciate da me e da parecchie altre voci femminili, e una lista 5, di frasi stizzite e sconsolate o brontolamenti misti, intonati in polifonia da voci maschili.
Ma per la verità queste liste avrei potuto più agevolnente scriverle 5 o 6 anni fa, mentre il biennio 2014 2015, almeno nello spicchio di mondo che frequento io, sembra attraversato soprattutto da spaventose crisi maschili. Come se si fossero tutti messi d'accordo, e parlo di gente che abita in un raggio di 1000 km, non di una squadra di quarantenni che si cambia nello stesso spogliatoio tre volte la settimana. Il contagio non può essere avvenuto per contatto.
Avere una figlia di diciotto anni con amici che vanno dai 15 ai 20, e un mestiere come il mio, mi permetterebbe di scrivere una lista 6, ancora più dolorosa, di frasi di prepuberi e adolescenti travolti dal mostro che si sta mangiando le loro famiglie.
E poi c'è la lista 7, quella che raccolgono gli psicologi o i maestri di ginnastica o i nonni o le maestre elementari, che contiene lo stesso mostro, disegnato a colori scuri da quelli più piccoli.
Ora vi chiedo. Potreste gentilmente darmi una stima anonima di quante coppie conoscete in cui lui, in questo periodo, è messo come da lista 1?
Perché mentre le crisi femminili a cui ho assistito e assisto sono spalmate su parecchi anni, il fenomeno che colpisce il cromosoma Y sembra essersi manifestato tutto d'un colpo negli ultimi tempi. Premetto che frequento quasi solo gente tra i 40 e i 50.
Sto cercando di capire. Non voglio far passare come un'epidemia, o una moda, quel che succede all'Uomo. Ognuno di noi sa che quando si arriva ad un certo punto, e ci si arriva partendo da un matrimonio serio, con gente che si è scelta in modo inequivocabile, e che si è fatta il mazzo per far andare tutto bene, i problemi che vengono allo scoperto hanno sicuramente radici strettamente personali, e profonde. Non voglio sminuire, o mettere in ridicolo. Ma vorrei che tutti questi maschi in botta d'ansia si parlassero tra loro e capissero di non essere soli al mondo. Noi donne lo facciamo. E questo, come quella caramella, che la Zia Bella mi faceva trovare sul cuscino per lenire le mie giornate di liceale musona, non risolve, ma aiuta.
E più di ogni altra cosa vorrei la lista 8, quella che dice, a loro e a noi, cosa bisogna fare per superarla.
E la 9, quella che (io lo so che esiste) dice che dopo una roba del genere la navigazione continua e le rapide finiscono, o almeno, si affrontano di nuovo insieme.
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sabato 4 luglio 2015
Cliffhanger
Io penso che sia amore, ancora. Che sia un amore ferito gravemente.
Volevi fare la figa eh, noi qua, noi là, noi adottiamo una ragazzina straniera, noi coppia, noi Castagna, noi prof.
Intanto il cadavere dei problemi più grossi si decomponeva sotto le ortensie del giardino, e tutti fingevamo di non sentire l'odore.
Poi ti sentivi gnocca eh, con la tresca col bel ragazzone dalle mani forti, con i messaggini proibiti nel cuore della notte, coi giochi di sguardi, col batticuore per il suo sorriso dolce, altro che trentotto anni, ti sentivi invincibile e viva come a venti, e intanto ignoravi il dolore con cui ogni sera andavi a dormire, tutto il non detto il non fatto il non risolto, che faceva così male in quei dieci centimetri di materasso che separavano te da tutto il tuo mondo.
Io penso che sia ancora amore, e che sia io che l'Uomo siamo degli assassini. Che il non detto stia rischiando di vincere sul fatto. Che il fatto sia molto e il da fare ancora di più. E che ci voglia una disciplina feroce a non fuggire.
Io penso che le punte di peggiore sofferenza, gli sbagli più gravi, per qualche assurdo motivo sono tutti datati 1 o 2 giorni prima degli incontri più importanti coi servizi sociali per l'affidamento della Princi, e questo deve per forza voler dire qualcosa.
Io penso al mio braccio che sfiora il suo in macchina, ai suoi improvvisi scatti di insofferenza di fronte alle solite cose, ad un foglio con la scansione delle vacanze separati che si ridurrà in poltiglia da qui alla fine dell'estate a forza di innaffiarlo di lacrime. E al suo sguardo addolorato.
E penso che resterò appesa allo spunzone di roccia finché le forze me lo consentiranno. Perché non voglio che la tempesta mi spazzi via. Ora ho paura ho male ho freddo la pioggia mi schiaffeggia e i fulmini mi si schiantano troppo vicino. Ma può bastare una decina di minuti per far schiarire il cielo e io quei minuti per te ce li avrò sempre, Uomo. Io sarò lì quando il tuo cielo si schiarirà e ci asciugheremo insieme.
E se vuoi buttarmi giù, dovrai staccarmi le dita dalla roccia una ad una. E guardarmi cadere. Ma io penso che non cadremo. Penso che sia ancora amore. E che se è vero che a volte la merda è troppa e amarsi non basta, come dice Sanguedelmiosangue, possa essere vero anche il contrario.
Volevi fare la figa eh, noi qua, noi là, noi adottiamo una ragazzina straniera, noi coppia, noi Castagna, noi prof.
Intanto il cadavere dei problemi più grossi si decomponeva sotto le ortensie del giardino, e tutti fingevamo di non sentire l'odore.
Poi ti sentivi gnocca eh, con la tresca col bel ragazzone dalle mani forti, con i messaggini proibiti nel cuore della notte, coi giochi di sguardi, col batticuore per il suo sorriso dolce, altro che trentotto anni, ti sentivi invincibile e viva come a venti, e intanto ignoravi il dolore con cui ogni sera andavi a dormire, tutto il non detto il non fatto il non risolto, che faceva così male in quei dieci centimetri di materasso che separavano te da tutto il tuo mondo.
Io penso che sia ancora amore, e che sia io che l'Uomo siamo degli assassini. Che il non detto stia rischiando di vincere sul fatto. Che il fatto sia molto e il da fare ancora di più. E che ci voglia una disciplina feroce a non fuggire.
Io penso che le punte di peggiore sofferenza, gli sbagli più gravi, per qualche assurdo motivo sono tutti datati 1 o 2 giorni prima degli incontri più importanti coi servizi sociali per l'affidamento della Princi, e questo deve per forza voler dire qualcosa.
Io penso al mio braccio che sfiora il suo in macchina, ai suoi improvvisi scatti di insofferenza di fronte alle solite cose, ad un foglio con la scansione delle vacanze separati che si ridurrà in poltiglia da qui alla fine dell'estate a forza di innaffiarlo di lacrime. E al suo sguardo addolorato.
E penso che resterò appesa allo spunzone di roccia finché le forze me lo consentiranno. Perché non voglio che la tempesta mi spazzi via. Ora ho paura ho male ho freddo la pioggia mi schiaffeggia e i fulmini mi si schiantano troppo vicino. Ma può bastare una decina di minuti per far schiarire il cielo e io quei minuti per te ce li avrò sempre, Uomo. Io sarò lì quando il tuo cielo si schiarirà e ci asciugheremo insieme.
E se vuoi buttarmi giù, dovrai staccarmi le dita dalla roccia una ad una. E guardarmi cadere. Ma io penso che non cadremo. Penso che sia ancora amore. E che se è vero che a volte la merda è troppa e amarsi non basta, come dice Sanguedelmiosangue, possa essere vero anche il contrario.
lunedì 29 giugno 2015
Why
How many times do I have to try to tell you
That I'm sorry for the things I've done
But when I start to try to tell you
That's when you have to tell me
Hey this kind of trouble's only just begun
I told myself too many times
Why don't you ever learn to keep your big mouth shut
That's why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me
Why
Why
I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you're thinking
And I've heard it said too many times
That you'd be better off
Besides
Why can't you see this boat is sinking
(This boat is sinking this boat is sinking)
Let's go down to the water's edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why
This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I'll never tread
These are the dreams I'll dream instead
This is the joy that's seldom spread
These are the tears
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel
Se esistesse un Dio, mi avrebbe strafulminato domenica 25 maggio 2014. Incenerirmi sulla piazza di Paese col Maniero, farmi sprofondare giù giù giù giù per chilometri di crosta terrestre, magma, roccia fino alla bocca spalancata di Lucifero, far materializzare un arcangelo nerboruto che mi strappasse di mano il telefonino, mi estraesse per la collottola dall'auto, mi afferrasse la nuca e sbattesse fortissimo la mia faccia sull'asfalto del piazzale, tante volte, fino a farla diventare una poltiglia irriconoscibile. Sarebbe stato meglio. Questo è quello che vorrei mi fosse stato fatto, quella domenica mattina. O sarebbe bastato un SUV in sorpasso dietro una curva, forse. In quello posso ancora sperarci, magari.
That I'm sorry for the things I've done
But when I start to try to tell you
That's when you have to tell me
Hey this kind of trouble's only just begun
I told myself too many times
Why don't you ever learn to keep your big mouth shut
That's why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me
Why
Why
I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you're thinking
And I've heard it said too many times
That you'd be better off
Besides
Why can't you see this boat is sinking
(This boat is sinking this boat is sinking)
Let's go down to the water's edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why
This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I'll never tread
These are the dreams I'll dream instead
This is the joy that's seldom spread
These are the tears
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel
Se esistesse un Dio, mi avrebbe strafulminato domenica 25 maggio 2014. Incenerirmi sulla piazza di Paese col Maniero, farmi sprofondare giù giù giù giù per chilometri di crosta terrestre, magma, roccia fino alla bocca spalancata di Lucifero, far materializzare un arcangelo nerboruto che mi strappasse di mano il telefonino, mi estraesse per la collottola dall'auto, mi afferrasse la nuca e sbattesse fortissimo la mia faccia sull'asfalto del piazzale, tante volte, fino a farla diventare una poltiglia irriconoscibile. Sarebbe stato meglio. Questo è quello che vorrei mi fosse stato fatto, quella domenica mattina. O sarebbe bastato un SUV in sorpasso dietro una curva, forse. In quello posso ancora sperarci, magari.
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel
E poi mi metto le perle e vado a cena coi ragazzi della terza e massaggio i piedi a mia figlia e chiacchiero del più e del meno con i negozianti e faccio la spesa. Forse è peggio che essere masticati da Lucifero, o del SUV dietro la curva. Ma lo faccio.
Perchè sono tua moglie, ti amo, e non mi arrendo. E se c'è una via d'uscita da tutto questo, perdio, giuro che la troverò.
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racconti dell'orrore
giovedì 25 giugno 2015
La via Fulvia
Ogni
giorno, per portare o riprendere la Princi a Paesino a Punta, dove anima
marmocchietti sorridenti all'ombra della parrocchia, faccio l'antica via
Fulvia dei Romani, oggi statale 10.
Qui, secoli fa, dai boschi, con urla selvagge, i Liguri Statielli piombavano all'improvviso sui malcapitati milites e sugli operae che spaccavano pietre per costruire la strada, e ne facevano spezzatino. Erano barbuti, con capelli lunghi, armi rozze, donne guerriere temibili quanto gli uomini e una conoscenza perfetta delle colline, dei sentieri, degli avvallamenti boscosi. I Romani hanno fatto una fatica boia ad avanzare con la loro via.
Le colline di quella parte di Monferrato sono perfette. Verdi. Dolci. Misteriose.
L'altra sera alle nove il cielo era sereno, striato di rosa, e una volpe mi ha attraversato la strada correndo leggera, elegante, in un punto di grande visibilità, e arrampicandosi su per un prato con lo stesso tipo di balzi armoniosi.
Avrei voluto che la vedesse anche l'Uomo, ma non c'era.
Sto mettendo via istanti. La volpe. La cena dell'altra sera al ristorante figo con la Princi. Un bacio. La maglietta con il grifone del Genoa lasciata sul letto. Il verde dei viali. La strada che faccio per andare a lavorare: che mi sembra così lieve, ora che non mi importa più se incrocio quella certa auto, e chi ci crede che appena un anno fa ero così ingombra di pensieri, di emozioni, di lacrime sparse per troppi motivi tutti sbagliati? Come mi sembra leggera ora la mia auto che corre sullo stesso asfalto; eppure, quanto mi sento sola?
Cucino. Controllo i messaggi. Studio. Dormo. Scrivo su un quadernetto rosa. Sto zitta. Mi do la crema. Respiro. Guardo la Princi. Controllo il telefono. Dormo di nuovo. Faccio il saluto al sole. Mi do di nuovo la crema. Respiro. Rileggo i messaggi.
Lo aspetto. Fotografo col telefono tutto quel che sto guardando negli attimi in cui sento di più la sua mancanza. La lavatrice. Il tavolo di cucina. Lo schermo della tv. Il libro che sto leggendo. La volpe non ho fatto in tempo a fotografarla, ovviamente.
La volpe, già. Una specie di animale totemico, che mi sono chiamata, evidentemente, ripensando milioni di volte al Piccolo Principe che si siede cautamente sul prato e attende.
Qui, secoli fa, dai boschi, con urla selvagge, i Liguri Statielli piombavano all'improvviso sui malcapitati milites e sugli operae che spaccavano pietre per costruire la strada, e ne facevano spezzatino. Erano barbuti, con capelli lunghi, armi rozze, donne guerriere temibili quanto gli uomini e una conoscenza perfetta delle colline, dei sentieri, degli avvallamenti boscosi. I Romani hanno fatto una fatica boia ad avanzare con la loro via.
Le colline di quella parte di Monferrato sono perfette. Verdi. Dolci. Misteriose.
L'altra sera alle nove il cielo era sereno, striato di rosa, e una volpe mi ha attraversato la strada correndo leggera, elegante, in un punto di grande visibilità, e arrampicandosi su per un prato con lo stesso tipo di balzi armoniosi.
Avrei voluto che la vedesse anche l'Uomo, ma non c'era.
Sto mettendo via istanti. La volpe. La cena dell'altra sera al ristorante figo con la Princi. Un bacio. La maglietta con il grifone del Genoa lasciata sul letto. Il verde dei viali. La strada che faccio per andare a lavorare: che mi sembra così lieve, ora che non mi importa più se incrocio quella certa auto, e chi ci crede che appena un anno fa ero così ingombra di pensieri, di emozioni, di lacrime sparse per troppi motivi tutti sbagliati? Come mi sembra leggera ora la mia auto che corre sullo stesso asfalto; eppure, quanto mi sento sola?
Cucino. Controllo i messaggi. Studio. Dormo. Scrivo su un quadernetto rosa. Sto zitta. Mi do la crema. Respiro. Guardo la Princi. Controllo il telefono. Dormo di nuovo. Faccio il saluto al sole. Mi do di nuovo la crema. Respiro. Rileggo i messaggi.
Lo aspetto. Fotografo col telefono tutto quel che sto guardando negli attimi in cui sento di più la sua mancanza. La lavatrice. Il tavolo di cucina. Lo schermo della tv. Il libro che sto leggendo. La volpe non ho fatto in tempo a fotografarla, ovviamente.
La volpe, già. Una specie di animale totemico, che mi sono chiamata, evidentemente, ripensando milioni di volte al Piccolo Principe che si siede cautamente sul prato e attende.
martedì 23 giugno 2015
Io viaggio da sola
Questa riflessione andrebbe forse su Spazio abbastanza, ma preferisco metterla qui dove posso ascoltare più pareri.
La riflessione si sviluppa sulla base di alcune recenti conversazioni.
1. La nave all’ancora e il mare aperto.
Telefonata della Tipa dalla Sardegna, porto di Cagliari, qualche giorno fa. Tipa affranta, perché la sua vacanza in crociera con la famiglia, per la prima metà, non è andata molto bene. Tutti troppo stressati (e la capiamo: più andiamo avanti con gli anni, più ci rendiamo conto che per andare veramente in vacanza bisogna prima staccare dalla vita che si fa a casa, e bisogna calcolare tre giorni solo per quello). Ma in particolare la descrizione dei bambini (11 e 8 anni) mi colpisce: Nipotina ha l’incubo di perdere la nave ogni volta che scendono, e domanda compulsivamente che ore siano, per tutto il tempo passato a terra. Coccodrillo critica tutto perché farebbe diverso qui, non gli piace là, etc.
Aggiungici che non è che una coppia di quarantenni stanchi del lavoro, in vacanza per una settimana in cabina in quattro, propriamente si rigeneri. Per fortuna la seconda parte del viaggio, sapientemente organizzata scegliendo con cura tra le diverse proposte di escursione, va meglio. I posti sono belli, si parlano altre lingue, insomma, ci si allontana finalmente dal molo e si prende il largo nella vacanza. Chissà se fossero andati fino all’oceano.
I bambini, però: stressati non dall’assenza di compagnucci con cui giocare, non dal caldo o dall’inevitabile noia da museo, come sarebbe ragionevole aspettarsi da due bimbi, bensì dagli orari e dalla gestione delle giornate. Due piccoli adulti in pausa pranzo dall‘ufficio, insomma. Che invece, a vederli, lei è una principessina elfica uscita da una campanula, che spalanca due estasiati occhi verdi davanti a tutto, lui un adorabile minion, di buon carattere tra l’altro, più lui della sorellina. Due bambini bambini, che non si atteggiano. Che non bullizzano. Che non civettano. Due bambini genuini, di quelli che guardano in tv quel che la mamma e papà approvano, che leggono bei libri insieme la sera prima di dormire, che fanno sport sani. Però questa vacanza, all'inizio, l’hanno presa così. Il che mi ha fatto pensare.
2. Sei così mia amica che ti spacco il mazzo prima ancora di andare a lavorare.
Mattina di preparativi per l’ufficio nella Valle Molto a Ovest dove vive Cavallino, e di preparativi per la scuola qui da me. Scambio di messaggi, scritti facendo equilibrismi mentre ci si lavano i denti, si infila la biancheria pulita, si beve un caffè in piedi davanti allo specchio del bagno aspettando che la piastra per i capelli si scaldi.
Tema: donne/mogli/madri, sottotitolo: gestione della Princi in mezzo alla bufera coniugale, vista da me e dall’altra mezza mela (che non è l’Uomo, per quanto sappiate chi e cosa è lui per me, ma è indiscutibilmente la mia compagna di banco: la definizione è sua).
Scambio di serie considerazioni, un paio di volte anche di atrocità reciproche, prese bene da entrambe perché entrambe ricordiamo cosa voleva dire avere 14 anni e una madre in crisi e tra l'altro, all'epoca eravamo già testimoni l'una della vita dell'altra.
Frase mia: voglio insegnare a mia figlia a lottare per quel che vuole, a essere fedele a se stessa e ad avere una dignità.
Frase sua: e allora devi essere quella donna.
Ciumbia.
Che poi la gente pensa che noi, al mattino, in bagno ci aggiustiamo le sopracciglia, facciamo la cacca, o al limite carichiamo la lavatrice.
3. Sei l’orgoglio della mia vita, la cosa più bella di tutte e l’unica persona da cui voglio essere sempre e solo superata in ogni cosa che faccio.
Ieri la Princi, in macchina, parlando di non saprei cosa, e con tono lapidario:
“Io voglio, un giorno, fare un viaggio da sola! In un posto caldo!”
Deglutisco. Dovete capire che la Princi è in un momento in cui, se attraversa una piazza, cattura gli occhi di tutti i maschi presenti, di età dai tre ai trecento anni. Vestita o in costume. Credo di aver capito che i fratelli piccoli dei suoi amici, quelli in piena pubertà, pur di essere portati in piscina quando c’è anche lei, sono disposti a essere schiavizzati dai più grandi per 365 giorni (Me li figuro proprio: "Ahmed/Luca/Dennis ti prego, ti prego, sto zitto non parlo te lo prometto, ti giuro che rifaccio il letto di tutti e due, porto la spazzatura tutte le volte che tocca a te, ti lucido le sospensioni del motorino con la mia maglietta preferita, ti faccio anche vincere alla playstation, te lo giuro, ma posso venire con voi per favore?"). Quando mi accompagnava a scuola di pomeriggio questa primavera, persino Sgamo e Svampo rimanevano in soggezione, di fronte alla sua femminilità dispiegata al massimo della potenza.
Alcune a caso tra le immagini che mi sono venute in mente all’idea di lei che viaggia per il mondo da sola: stupratori nordafricani, signori della guerra sudamericani, rapitori dell‘Est, negozianti dalla mano morta e vecchi bavosi di ogni Stato del pianeta compresi quelli non riconosciuti dall’ONU, assassini, ladri, truffatori, trafficanti di carne umana, turisti in cerca di sesso facile con una scorta di Rohypnol nel borsello. Oltre alle rivolte in Paesi politicamente instabili, ai disastri ambientali, alle malattie tropicali, a rischi anche minori come perdere un aereo o il bagaglio o trovarsi con una prenotazione sbagliata, che però, a immaginarmi lontano da casa senza nessuno dei miei con cui consultarmi, a me un po’ di paura la farebbero.
Tutto questo è durato lo stesso minuscolo numero di centesimi di secondo in cui, contemporaneamente, ero inondata dalla fierezza e mi sentivo assolutamente orgogliosa di lei e della sua voglia di fare.Mai e poi mai le confesserei che mi è scesa una goccia di sudore gelato lungo la schiena.
Ho aperto la bocca e, mentre nel mio foro interiore una voce da mamma sensata diceva: “Amore, l’altro giorno hai sbagliato DI NUOVO autobus per andare in centro” (il centro di Asti, non di Città del Messico), all’esterno di me una mamma altrettanto sensata ha detto: “E’ bello che tu lo pensi e spero che tu ci riesca… certo ci sono dei rischi per una donna nel viaggiare da sola, ma ormai se giri su Internet ci sono le guide ai Paesi più sicuri, ci sono tutte le dritte per non mettersi in pericolo e non farsi fregare… e mi piace proprio come idea, tu sei più coraggiosa di me, io non l’ho mai fatto, anzi, pensandoci, il primo viaggio lungo da sola che farò, se mi riesce, sarà quest’estate.” (E in Nord Europa, non in Belize, eh.) Poi ci penso e aggiungo che mi rende ESTREMAMENTE felice il pensiero che lei farà più cose di quante me ne sia mai sognate io. Lei sa quando la colonnina del mio termometro dell'orgoglio materno arriva così in alto che rischia di scoppiare, ma dirglielo è anche meglio che godersi la sua espressione quando lo capisce.
Da cui la riflessione, che si potrebbe così articolare: che razza di esempio stiamo dando, o vogliamo dare, ai nostri ragazzi? Quello di adulti in gamba, padroni delle loro vite, o almeno capaci di usare le loro risorse per affrontare l'ignoto? O di gente stressata marcia, che si lamenta e ha paura di tutto persino in vacanza? (E io, che spero la Tipa non me ne voglia se ho qui usato i suoi dubbi sulla riuscita della crociera come esempio, indipendentemente da quel che dico alla Princi per sostenere i suoi desideri di autonomia, sono senz’altro appartenente alla seconda categoria. O lo ero finchè non dovevo pensare a far stare bene lei.)
(Momento: non è che se domani la Princi mi dice parto per l’Indonesia ce la lascio andare, eh. Incoraggiarli non vuol dire mandarli allo sbaraglio; e essere genitori, quindi adulti spesso stanchi e in difficoltà, alle prese con la gestione delle vacanze o dei viaggi o delle banali ma pesanti incombenze quotidiane, come anche di problemi più gravi, non vuol dire essere sempre perfetti; solo perché ci sono dei minorenni che ti guardano, non diventi migliore di te stesso neanche volendo, al massimo potenzi le tue capacità preesistenti. Però bisogna pensare all‘immagine della vita adulta che diamo: quello sì. Che, detto da me dopo i casini degli ultimi tredici mesi, è sufficiente per tirarmi addosso manate di sterco di cavallo, verdura marcia e sputi, in effetti, e ne sono consapevole, ma tant'è.)
Proposte/risposte/commenti? Da genitori, da educatori, da osservatori?
Tra l'altro, per una di quelle strane blogtelepatie, Tuttotace mentre io pensavo a questo post aveva scritto questo. Che fa riflettere, a sua volta.
La riflessione si sviluppa sulla base di alcune recenti conversazioni.
1. La nave all’ancora e il mare aperto.
Telefonata della Tipa dalla Sardegna, porto di Cagliari, qualche giorno fa. Tipa affranta, perché la sua vacanza in crociera con la famiglia, per la prima metà, non è andata molto bene. Tutti troppo stressati (e la capiamo: più andiamo avanti con gli anni, più ci rendiamo conto che per andare veramente in vacanza bisogna prima staccare dalla vita che si fa a casa, e bisogna calcolare tre giorni solo per quello). Ma in particolare la descrizione dei bambini (11 e 8 anni) mi colpisce: Nipotina ha l’incubo di perdere la nave ogni volta che scendono, e domanda compulsivamente che ore siano, per tutto il tempo passato a terra. Coccodrillo critica tutto perché farebbe diverso qui, non gli piace là, etc.
Aggiungici che non è che una coppia di quarantenni stanchi del lavoro, in vacanza per una settimana in cabina in quattro, propriamente si rigeneri. Per fortuna la seconda parte del viaggio, sapientemente organizzata scegliendo con cura tra le diverse proposte di escursione, va meglio. I posti sono belli, si parlano altre lingue, insomma, ci si allontana finalmente dal molo e si prende il largo nella vacanza. Chissà se fossero andati fino all’oceano.
I bambini, però: stressati non dall’assenza di compagnucci con cui giocare, non dal caldo o dall’inevitabile noia da museo, come sarebbe ragionevole aspettarsi da due bimbi, bensì dagli orari e dalla gestione delle giornate. Due piccoli adulti in pausa pranzo dall‘ufficio, insomma. Che invece, a vederli, lei è una principessina elfica uscita da una campanula, che spalanca due estasiati occhi verdi davanti a tutto, lui un adorabile minion, di buon carattere tra l’altro, più lui della sorellina. Due bambini bambini, che non si atteggiano. Che non bullizzano. Che non civettano. Due bambini genuini, di quelli che guardano in tv quel che la mamma e papà approvano, che leggono bei libri insieme la sera prima di dormire, che fanno sport sani. Però questa vacanza, all'inizio, l’hanno presa così. Il che mi ha fatto pensare.
2. Sei così mia amica che ti spacco il mazzo prima ancora di andare a lavorare.
Mattina di preparativi per l’ufficio nella Valle Molto a Ovest dove vive Cavallino, e di preparativi per la scuola qui da me. Scambio di messaggi, scritti facendo equilibrismi mentre ci si lavano i denti, si infila la biancheria pulita, si beve un caffè in piedi davanti allo specchio del bagno aspettando che la piastra per i capelli si scaldi.
Tema: donne/mogli/madri, sottotitolo: gestione della Princi in mezzo alla bufera coniugale, vista da me e dall’altra mezza mela (che non è l’Uomo, per quanto sappiate chi e cosa è lui per me, ma è indiscutibilmente la mia compagna di banco: la definizione è sua).
Scambio di serie considerazioni, un paio di volte anche di atrocità reciproche, prese bene da entrambe perché entrambe ricordiamo cosa voleva dire avere 14 anni e una madre in crisi e tra l'altro, all'epoca eravamo già testimoni l'una della vita dell'altra.
Frase mia: voglio insegnare a mia figlia a lottare per quel che vuole, a essere fedele a se stessa e ad avere una dignità.
Frase sua: e allora devi essere quella donna.
Ciumbia.
Che poi la gente pensa che noi, al mattino, in bagno ci aggiustiamo le sopracciglia, facciamo la cacca, o al limite carichiamo la lavatrice.
3. Sei l’orgoglio della mia vita, la cosa più bella di tutte e l’unica persona da cui voglio essere sempre e solo superata in ogni cosa che faccio.
Ieri la Princi, in macchina, parlando di non saprei cosa, e con tono lapidario:
“Io voglio, un giorno, fare un viaggio da sola! In un posto caldo!”
Deglutisco. Dovete capire che la Princi è in un momento in cui, se attraversa una piazza, cattura gli occhi di tutti i maschi presenti, di età dai tre ai trecento anni. Vestita o in costume. Credo di aver capito che i fratelli piccoli dei suoi amici, quelli in piena pubertà, pur di essere portati in piscina quando c’è anche lei, sono disposti a essere schiavizzati dai più grandi per 365 giorni (Me li figuro proprio: "Ahmed/Luca/Dennis ti prego, ti prego, sto zitto non parlo te lo prometto, ti giuro che rifaccio il letto di tutti e due, porto la spazzatura tutte le volte che tocca a te, ti lucido le sospensioni del motorino con la mia maglietta preferita, ti faccio anche vincere alla playstation, te lo giuro, ma posso venire con voi per favore?"). Quando mi accompagnava a scuola di pomeriggio questa primavera, persino Sgamo e Svampo rimanevano in soggezione, di fronte alla sua femminilità dispiegata al massimo della potenza.
Alcune a caso tra le immagini che mi sono venute in mente all’idea di lei che viaggia per il mondo da sola: stupratori nordafricani, signori della guerra sudamericani, rapitori dell‘Est, negozianti dalla mano morta e vecchi bavosi di ogni Stato del pianeta compresi quelli non riconosciuti dall’ONU, assassini, ladri, truffatori, trafficanti di carne umana, turisti in cerca di sesso facile con una scorta di Rohypnol nel borsello. Oltre alle rivolte in Paesi politicamente instabili, ai disastri ambientali, alle malattie tropicali, a rischi anche minori come perdere un aereo o il bagaglio o trovarsi con una prenotazione sbagliata, che però, a immaginarmi lontano da casa senza nessuno dei miei con cui consultarmi, a me un po’ di paura la farebbero.
Tutto questo è durato lo stesso minuscolo numero di centesimi di secondo in cui, contemporaneamente, ero inondata dalla fierezza e mi sentivo assolutamente orgogliosa di lei e della sua voglia di fare.Mai e poi mai le confesserei che mi è scesa una goccia di sudore gelato lungo la schiena.
Ho aperto la bocca e, mentre nel mio foro interiore una voce da mamma sensata diceva: “Amore, l’altro giorno hai sbagliato DI NUOVO autobus per andare in centro” (il centro di Asti, non di Città del Messico), all’esterno di me una mamma altrettanto sensata ha detto: “E’ bello che tu lo pensi e spero che tu ci riesca… certo ci sono dei rischi per una donna nel viaggiare da sola, ma ormai se giri su Internet ci sono le guide ai Paesi più sicuri, ci sono tutte le dritte per non mettersi in pericolo e non farsi fregare… e mi piace proprio come idea, tu sei più coraggiosa di me, io non l’ho mai fatto, anzi, pensandoci, il primo viaggio lungo da sola che farò, se mi riesce, sarà quest’estate.” (E in Nord Europa, non in Belize, eh.) Poi ci penso e aggiungo che mi rende ESTREMAMENTE felice il pensiero che lei farà più cose di quante me ne sia mai sognate io. Lei sa quando la colonnina del mio termometro dell'orgoglio materno arriva così in alto che rischia di scoppiare, ma dirglielo è anche meglio che godersi la sua espressione quando lo capisce.
Da cui la riflessione, che si potrebbe così articolare: che razza di esempio stiamo dando, o vogliamo dare, ai nostri ragazzi? Quello di adulti in gamba, padroni delle loro vite, o almeno capaci di usare le loro risorse per affrontare l'ignoto? O di gente stressata marcia, che si lamenta e ha paura di tutto persino in vacanza? (E io, che spero la Tipa non me ne voglia se ho qui usato i suoi dubbi sulla riuscita della crociera come esempio, indipendentemente da quel che dico alla Princi per sostenere i suoi desideri di autonomia, sono senz’altro appartenente alla seconda categoria. O lo ero finchè non dovevo pensare a far stare bene lei.)
(Momento: non è che se domani la Princi mi dice parto per l’Indonesia ce la lascio andare, eh. Incoraggiarli non vuol dire mandarli allo sbaraglio; e essere genitori, quindi adulti spesso stanchi e in difficoltà, alle prese con la gestione delle vacanze o dei viaggi o delle banali ma pesanti incombenze quotidiane, come anche di problemi più gravi, non vuol dire essere sempre perfetti; solo perché ci sono dei minorenni che ti guardano, non diventi migliore di te stesso neanche volendo, al massimo potenzi le tue capacità preesistenti. Però bisogna pensare all‘immagine della vita adulta che diamo: quello sì. Che, detto da me dopo i casini degli ultimi tredici mesi, è sufficiente per tirarmi addosso manate di sterco di cavallo, verdura marcia e sputi, in effetti, e ne sono consapevole, ma tant'è.)
Proposte/risposte/commenti? Da genitori, da educatori, da osservatori?
Tra l'altro, per una di quelle strane blogtelepatie, Tuttotace mentre io pensavo a questo post aveva scritto questo. Che fa riflettere, a sua volta.
domenica 21 giugno 2015
Trenta giorni feat. "Torno indietro e cambio vita" ovvero i Vanzina non saranno Kant e Hegel ma persino loro fanno pensare, in certe situazioni
Trattenute da una questione di regolamenti di conti con mafiosi (questo perché la Princi è drogata di Prison Break da prima che finisse la scuola, e io ieri ho rivisto Vento di passioni), io e mia madre siamo in un curioso garage dipinto color albicocca, da qualche parte sulla Riviera di Ponente, con un'autovettura anni Venti.
Appena chiusa la faccenda guardiamo l'ora e io le dico: ma manca pochissimo! Dobbiamo sbrigarci...
Devo andare a Genova a risposare l'Uomo. Non perché ci siamo persi e ritrovati, ma perché ricelebriamo il matrimonio dopo circa 15 anni.
Siamo in un ritardo atomico. Mi rendo conto che invece di mettermi l'abito che avevo predisposto andrò a sposarmi in tailleur marrone e camicetta color pesca, ma poi dico a mia madre: facciamo una cosa, fammi guidare, pazienza per il vestito ma almeno arriviamo in tempo. E quando salgo dalla parte del guidatore, nella macchina che a questo punto è la mia Hyundai, mi rimbocco tutto intorno un magnifico vestito da sposa, di linea semplice, bianco azzurrino, leggero, aereo, senza decorazioni, addirittura ho in testa il velo.
Vado a risposare l'uomo della mia vita.
Appena chiusa la faccenda guardiamo l'ora e io le dico: ma manca pochissimo! Dobbiamo sbrigarci...
Devo andare a Genova a risposare l'Uomo. Non perché ci siamo persi e ritrovati, ma perché ricelebriamo il matrimonio dopo circa 15 anni.
Siamo in un ritardo atomico. Mi rendo conto che invece di mettermi l'abito che avevo predisposto andrò a sposarmi in tailleur marrone e camicetta color pesca, ma poi dico a mia madre: facciamo una cosa, fammi guidare, pazienza per il vestito ma almeno arriviamo in tempo. E quando salgo dalla parte del guidatore, nella macchina che a questo punto è la mia Hyundai, mi rimbocco tutto intorno un magnifico vestito da sposa, di linea semplice, bianco azzurrino, leggero, aereo, senza decorazioni, addirittura ho in testa il velo.
Vado a risposare l'uomo della mia vita.
lunedì 15 giugno 2015
Unsullied
Mi becca che lo guardo sorridendo. Siccome l'ho maltrattato, sgridato. minacciato e scrollato via con aria di sufficienza tutto l'anno, oltre ad averlo sospeso, ricambia il sorriso per un istante, ma poi abbassa prudentemente gli occhi. Li rialza: sto ancora sorridendo, lo sto ancora guardando e visibilmente sto parlando di lui con la collega di sostegno. Si scioglie come un cioccolatino in forno e mi fa una faccetta interrogativa, molto dolce, senza l'ombra dell'abituale sicumera.
Stavo appunto dicendo alla collega che lui, come altri suoi compagni, è straniero ma scrive bene, in italiano, e soprattutto, mentre gli altri fanno evidenti sforzi di attenzione, per comporre le frasi, lui come tutto il resto anche scrivere lo fa di getto, senza pensare; senti, scorrendo i suoi testi, la naturalezza del suo modo di esprimersi, leggero ma efficace. Le dico che ha dei buoni risultati in tante cose, che per lui sarebbe tutto facile, se ne avesse voglia, ma non riesco a dirlo con tono scocciato, ormai la mia missione con lui e con gli altri è finita, li guardo andare via e auguro a ciascuno di tirare fuori il meglio che ha, alla prossima occasione. Col cuore, glielo auguro. E poi a lui, che sta passando un momento tanto delicato, mi verrebbe voglia di fare tanti discorsi, ho paura di aver fatto male, poco, troppo, non lo so.
Così, per una volta, consapevole di aver avuto i nervi tesi a lungo, nelle ultime settimane, per la questione tra la collega e lui, e di averlo forse tenuto a distanza per un nervosismo che avrei dovuto rivolgere a lei, decido di dedicargli attenzione, affetto, un momento tutto per lui. Parlargli, a bordo campo, l'ultimo giorno di scuola, è stato una buona cosa, per me soprattutto, che non riuscivo più a guardarlo, attanagliata dall'imbarazzo. Oggi posso sorridergli dal posto giusto, quello che anche la collega avrebbe dovuto mantenere.
Di lì a poco, viene a consegnarmi il tema d'esame.
"Ha visto la frase sul mio profilo, prof?"
"No, quale? Whatsapp?"
"Sì. Ci ho messo la frase che mi ha detto lei."
"Quale?" chiedo, ma lo so già.
"Quella della Ferrari. Che io ho una Ferrari..."
"...in garage, sì, è vero..."
"...ma che devo imparare a guidarla."
Allora mi hai sentito. Questa frase gliel'ho detta a settembre.
Sguardo di reciproca stima. Attimo di pace in un visetto di solito molto tormentato.
Posa il tema, firma, io metto l'ora di consegna, si sporge dietro la cattedra come per salutare la collega di sostegno che è oltre la mia sedia. E invece si china e mi avvolge appena, per un nanosecondo, in un abbraccio rispettoso, tenerissimo.
"...LEVATI.", gli ringhio. Ridacchia e se ne va.
Non riesco più a spiccicare una sillaba, né a mettere a fuoco i fogli che ho davanti, per diversi minuti.
La collega non deve avergli fatto troppo danno, se sa ancora essere così. Speriamo. Speriamo. Quest'ultimo periodo me lo porterò addosso tutta la vita, come un tatuaggio.
Stavo appunto dicendo alla collega che lui, come altri suoi compagni, è straniero ma scrive bene, in italiano, e soprattutto, mentre gli altri fanno evidenti sforzi di attenzione, per comporre le frasi, lui come tutto il resto anche scrivere lo fa di getto, senza pensare; senti, scorrendo i suoi testi, la naturalezza del suo modo di esprimersi, leggero ma efficace. Le dico che ha dei buoni risultati in tante cose, che per lui sarebbe tutto facile, se ne avesse voglia, ma non riesco a dirlo con tono scocciato, ormai la mia missione con lui e con gli altri è finita, li guardo andare via e auguro a ciascuno di tirare fuori il meglio che ha, alla prossima occasione. Col cuore, glielo auguro. E poi a lui, che sta passando un momento tanto delicato, mi verrebbe voglia di fare tanti discorsi, ho paura di aver fatto male, poco, troppo, non lo so.
Così, per una volta, consapevole di aver avuto i nervi tesi a lungo, nelle ultime settimane, per la questione tra la collega e lui, e di averlo forse tenuto a distanza per un nervosismo che avrei dovuto rivolgere a lei, decido di dedicargli attenzione, affetto, un momento tutto per lui. Parlargli, a bordo campo, l'ultimo giorno di scuola, è stato una buona cosa, per me soprattutto, che non riuscivo più a guardarlo, attanagliata dall'imbarazzo. Oggi posso sorridergli dal posto giusto, quello che anche la collega avrebbe dovuto mantenere.
Di lì a poco, viene a consegnarmi il tema d'esame.
"Ha visto la frase sul mio profilo, prof?"
"No, quale? Whatsapp?"
"Sì. Ci ho messo la frase che mi ha detto lei."
"Quale?" chiedo, ma lo so già.
"Quella della Ferrari. Che io ho una Ferrari..."
"...in garage, sì, è vero..."
"...ma che devo imparare a guidarla."
Allora mi hai sentito. Questa frase gliel'ho detta a settembre.
Sguardo di reciproca stima. Attimo di pace in un visetto di solito molto tormentato.
Posa il tema, firma, io metto l'ora di consegna, si sporge dietro la cattedra come per salutare la collega di sostegno che è oltre la mia sedia. E invece si china e mi avvolge appena, per un nanosecondo, in un abbraccio rispettoso, tenerissimo.
"...LEVATI.", gli ringhio. Ridacchia e se ne va.
Non riesco più a spiccicare una sillaba, né a mettere a fuoco i fogli che ho davanti, per diversi minuti.
La collega non deve avergli fatto troppo danno, se sa ancora essere così. Speriamo. Speriamo. Quest'ultimo periodo me lo porterò addosso tutta la vita, come un tatuaggio.
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