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mercoledì 23 ottobre 2013

auleintempesta featuring Concita De Gregorio

Avete letto questo articolo?

Nei commenti, se leggete, qualcuno svela alla signora De Gregorio che certe cose, purtroppo, succedevano anche trent'anni fa.

Non è una conseguenza di Facebook, il gruppo che ti spinge a fare cose sbagliate ed estreme, l'esempio distorto dato dai grandi, il bisogno di gettarsi a testa bassa in situazioni incredibilmente rischiose e stupide. Non è un'invenzione dell'era di Whatsapp, delle chat, delle veline e delle olgettine.

Le troiette c'erano anche prima. Le figlie di Maria, che eran le prime a darla via, anche. Il branco di giovinastri bevuti, con tanta voglia di dimostrare agli amici le proprie doti virili, anche. Le madri ignoranti, disinteressate, sottomesse, stupide, che non spiegavano alle figlie E AI FIGLI MASCHI cosa è giusto e cosa è sbagliato, esistono dai tempi delle caverne, i padri machisti, celhoduristi e bestioni che danno il cattivo esempio maltrattando e usando le donne di sicuro erano già tra i figli di Adamo e Noè,  i primi genitori alla MIOFIGLIONONHAFATTONIENTE erano probabilmente vestiti di pelle d'animale e avevano armi d'osso.

Signora De Gregorio.

Da noi c'è stato un bruttissimo fatto di illegalità a scuola, il furto organizzato di un telefono. Che fosse organizzato lo dico perché, dalle confessioni di molti testimoni, è uscito che erano giorni che il Bufalo e Bambino di Formaggio parlavano di prendere un telefono, vantandosi pure, sul pullmino. Perché Bambino di Formaggio voleva regalarlo a Mascara Waterproof.

Sapete di chi doveva essere, il telefono? Mio.
Perché lo lascio spesso sulla cattedra, il mio baracchino da 29 euro, quando esco per l'intervallo.

Poi invece lo hanno rubato a una bambina di seconda. Uno ha fatto il palo, uno ha frugato nello zaino, la ragazzina ha preso il telefono e hanno distrutto la sim card.

Li hanno beccati. Era tantissimo che non sentivo il vicepreside gridare. Li ha strigliati per minuti quaranta, e negavano.

Li sospendiamo tutti e tre con obbligo di frequenza, per due giorni. Perché è così che si fa.

Ora vi faccio notare che, delle tre famiglie avvisate, una ha reagito con "è giusto, punitelo", l'altra con "miofigliononhafattoniente" e la terza, quella della ragazza, con una cosa tipo "aha".

Invece in classe ne abbiamo parlato, con serietà, con severità e anche con serenità. Che, lo vedo ora scrivendole tutte e tre in fila, sono tre belle parole che suonano bene messe vicine. La Princi, a casa, aveva lo stesso tono grave e calmo quando le ho raccontato com'è andata, e poi quando mi ha chiesto cosa avevamo deciso.

E ve ne dico un'altra.

Oggi abbiamo parlato dell'uso di droga.

Il brano dell'antologia parlava di una ragazzina di quindici anni che comincia sbronzandosi alle feste, poi passa alle canne e finisce a doversi disintossicare dall'eroina.

Abbiamo analizzato a lungo il comportamento della famiglia, come era descritto nel testo. Purtroppo emergeva con chiarezza che la madre, il padre, i fratelli erano bravissimi a condannare, a chiudere in casa, a sminuire la ragazzina, e molto meno adatti ad aiutarla. Abbiamo parlato di fiducia, di responsabilità, di farcela a crescere e ad affrontare le cose senza rifugiarci nella felicità artificiale delle pasticche, di poter contare su qualcuno per fare squadra di fronte alle debolezze, alle tentazioni. Del fatto che se hai un figlio che è a rischio devi, possibilmente, diventare un esperto di qualsiasi rischio ci sia là fuori.

Dovevate vedere Atreiu, che durante le lezioni sembra sempre un bambinetto sciroccato, anche ora che tira al metro e settantacinque di statura: com'era serio in faccia quando ha detto "c'è un mio amico di tredici anni che beve, ma sua madre non gli dice niente". E il Malinconelfo, che ha il padre che ci dà giù pesante di bottiglia e di mano, e la madre depressa che si piange addosso, è stato il primo che ha individuato alcuni aspetti delicati e profondi della questione: mentre stava stravaccato nel banco con l'abituale posa da diciassettenne con scazzo, parlava però con tono di massima concentrazione e aveva negli occhi una sicurezza, una maturità, che gli vedo sempre più spesso di recente.

Traduco il filo del mio pensiero, che è forse un po' contorto, del resto sono anche le due e un quarto di notte:

MA SUL SERIO credete che i ragazzini siano coglioni, irresponsabili, incapaci di distinguere il bene dal male? E che sia un male DI OGGI? E la mamma di Mascara Waterproof, quella che dice "ah" quando le comunicano che sua figlia s'è messa nei guai? Chi l'ha cresciuta, lei? E la mamma dell'amico di Atreiu, che vede il figlio tornare sbronzo e lo lascia fare? Come saranno stati i suoi genitori, i suoi amici, i suoi insegnanti?

Cos'è, signora De Gregorio, questo piangere sul latte versato? Che mi significa una frase come "Verrà il giorno in cui questo tempo avariato scadrà e sarà buttato come uno yogurt andato a male e ricominceremo tutti, dalle case, dalle televisioni, dai giornali, dalle scuole elementari a dire alle bambine..."?

Ma STIAMOLE A SENTIRE, le bambine. Stiamo a sentire Winnie, Atreiu, Pippi, Momo, il Malinconelfo, ragazzini che hanno cento anni più di noi con quello che hanno visto succedere in tredici anni da che sono al mondo, e Bambino di Formaggio, che si è premurato di portare un otto di geografia a casa, per condire la notizia della sospensione con qualcosa di buono, perché sua madre (quella di MIOFIGLIONONHAFATTONIENTE) sta per partorire il fratellino e lui non vuole arrivare a casa con la sospensione e basta. Stiamo a sentire cosa hanno capito loro, di questo tempo marcio e malato. Magari scopriremo che stanno giudicando nel modo corretto quel che vedono, ma sono comunque bambini, sono comunque confusi, sono comunque bisognosi di sperimentare, di sbagliare e di essere rimessi in carreggiata.

Però partiamo da loro, non da noi, che siamo vecchi e disincantati, noi che cerchiamo di scrollarci di dosso la responsabilità che abbiamo, quella dell'esistenza di questa Italia di merda in cui loro vivono, salmodiando dei miserere sullo sfascio dei valori, e intanto continuando pervicacemente a impegnarci perché niente cambi.

Partiamo da loro che non sono ancora stanchi, che non sono ancora corrotti, che hanno dei piani per il futuro. Vediamo di parlare con loro e non di loro. Di imparare da loro. Di immaginare come loro.

Cazzo, ci sono giorni in cui mi viene da dire che, fosse per me, metterei una specie di servizio civile obbligatorio, per cui ogni adulto che non ha, come me e i miei colleghi, la fortuna di parlare ogni giorno con dei ragazzi, fosse tenuto per legge, ogni tot anni, a passare tre mesi in una scuola. In questi ultimi giorni, con tutte le grane che abbiamo, pensavo che forse dopotutto gli unici che potrebbero mettere sensatamente mano alla Costituzione, al governo, alla riforma della giustizia, gli unici che voterei volentieri, sono dei minorenni.

giovedì 10 ottobre 2013

Ho fatto il salto

Oggi sono entrata nella scuola.

Ho salutato il segretario che usciva.

Ho fatto un cenno a una collega, che si è liberata di quel che stava facendo per venirmi a parlare.

E abbiamo parlato.

Di:
giustificazioni
firme
autorizzazioni alle uscite
spese per le uscite
orari di rientro
libri di testo
rendimento scolastico

Poi me ne sono andata, dicendo: "La ringrazio, professoressa" e pensavo che è strano: io non mi rivolgo a nessuno chiamandolo professore o professoressa.

Ma non posso dare del tu alla coordinatrice del corso di mia figlia, nemmeno se insegna la mia stessa materia ed è più giovane di me.




martedì 8 ottobre 2013

Les neiges d'antan

E poi, dopo che tu sei stata tutta la mattina a rabbrividire sul divano, per mettere insieme un esercizio un po’ stimolante di Geografia fatto con foto, quiz cartografici, curiosità in video, e sei andata a scuola, e nella pausa pranzo hai mangiato un pezzetto di focaccia in piedi mentre appendevi i fogli con la suddivisione in gruppi per lavorare su queste teste di piombo di III A che non studiano, e poi hai fatto lezione nel solito clima di casino, coi soliti interventi puerili, con le solite frasi che ormai ti escono a cantilena, con le solite domande in mente (“Sono io che non sono più capace? Cos’ALTRO potrei fare per farli lavorare? Ce la faranno mai ad arrivare alle superiori con una preparazione che non mi faccia passare per una poveretta?”)…

…bussano delicatamente, la porta si apre e in tutta la gloria dei suoi magnifici vent’anni compare Bel Ragazzo, col suo sorriso di sempre.

La classe si rilassa e parlotta a un volume normale, qualche ragazzina iperventila (“Bel Ragazzo” in effetti non è più un soprannome adatto a descrivere cotanto ventenne) e tu vieni proiettata al 2009. Quando a una terza di ragazzi né più né meno come gli altri, ma enormemente partecipi, raccontavi della Normale di Pisa e vedevi degli occhi brillare. Quando Giovane Lupo, Elfetto Femminista e Enfant Terrible si scontravano sui diritti dei gay. Quando le cose che non si potevano dire a voce si capivano a sguardi.

E a questo marcantonio dal sorriso dolce racconti che classi come la sua non ne fanno più, che ti mancano uno per uno tutti, che sei felice di vederlo. E di colpo sei lì che te ne esci con “ho grandi novità, sai, adesso abbiamo una figlia, una ragazza in affido, abita con noi esattamente da ieri sera, sono molto contenta”. Solo dopo ti accorgi che è la prima persona cui lo hai detto, qui a scuola.

Poi c’è l’intervallo, e una ragazzina dell’altra classe sviene, e tu stai lì a tenerle la mano, mentre la collega di Fisica le tiene su le gambe, e Bel Ragazzo sta lì con voi ad aspettare che la crisi passi, e il Cinghiale di II A sta lì anche lui a chiacchierare del più e del meno, invece di rientrare in classe a fare compito di Geometria.

Vai via, nella luce di un pomeriggio tiepido, sentendoti un po’ persa nel tuo presente così emozionante, un po’ travolta dal flusso di cose che potresti dire, se ne avessi l’occasione, a qualcuno di cui ti fidi, un po’ fortunata perchè alla tua età puoi permetterti di fidarti di ragazzi di vent’anni, e molto intenerita dal fatto che questi ragazzi di vent’anni, con cui hai passato una terza media irripetibile, vengano ancora da te a far due parole, quando hanno un po’ di tempo.

venerdì 4 ottobre 2013

auleintempesta e i cinquantaquattro minuti

Il minuto di silenzio lo abbiamo fatto. 

Ma sono gli altri cinquantaquattro minuti di spiegazioni, domande e riflessioni quelli in cui gli insegnanti oggi si sono sforzati di gettare i semi che faranno, forse, un giorno, la differenza in questo Paese.

La terza A è stata molto attenta.

Ma sotto il mare ci sono lo stesso gli altri, e loro a scuola non ci sono mai andati e non ci andranno, anche se erano intelligenti come Winnie Pooh, riflessivi come Momo Docteur, brillanti come la Verace, curiosi come Microlord, vivaci come Dylan McKay, determinati come Tostissima, luminosi come Huck Finn, buffi come Atreiu, spiritosi come il Malinconelfo.

E qualcuno, che voleva soccorrerli, anche stavolta ha dovuto girarsi di là. Io dico che anche per queste persone dovrebbero intervenire gli organismi internazionali che difendono i diritti umani. Avere una coscienza, ma non poterla usare senza macchiarsi la fedina penale, è una violenza atroce.




giovedì 3 ottobre 2013

Ve lo dico da insegnante

...genitori, leggete questo. Leggetelo finchè siete in tempo.

Perché noi, poi, a scuola, vediamo le carenze, le insicurezze e il distorto senso di competitività che hanno alcuni dei vostri figli a dodici anni, e ci rendiamo conto che molto dipende da quello che hanno alle spalle.
Nessun insegnante, per quanto bravissimo e motivatissimo, avrà mai la possibilità di restituire interamente a un ragazzino quel che non gli è stato dato quando era un bambino piccolo.

E, visto che me lo chiedete, le domande per ieri erano:
- avete pulito almeno un paio di scarpe?
- vi siete dimenticati un oggetto da qualche parte?
- vi siete limati le unghie?

E quelle per oggi sono:
- comprerete il giornale?
- mangerete proteine?
- farete un giro in libreria? (a quest'ultima, se avete letto il link di sopra e avete figli in età scolare, dovete PER FORZA rispondere di sì.)

martedì 24 settembre 2013

Gli ultimi samurai


E allora, oggi

  • avete mangiato verdure a foglia verde?
  • avete sentito per telefono un parente che vive solo?
  • vi siete dati la crema sulle mani? (sì, anche agli uomini serve, a volte. Potete ammetterlo senza timore di sembrare poco etero.)
A parte le domande di senso sulla vostra giornata, volevo dirvi del mio nuovo gioco.

In classe ho fatto leggere una bella storia giapponese sull'antologia di terza e poi ho spiegato che, nella mentalità orientale, molte attività quotidiane sono svolte come esercizio di meditazione: anche lavare il pavimento o tagliare le verdure può essere un'occasione di raggiungere la massima calma interiore e concentrazione mentale. Ho citato “L'ultimo samurai” e quella scena in cui la voce narrante del protagonista accompagna le immagini delle attività svolte nel villaggio con la frase: “Dal momento in cui si svegliano, si dedicano alla ricerca della perfezione in ogni gesto”.

Poi, siccome oggi erano agitati e interrompevano sempre, ho fatto una cosa che avevo già messo in pratica l'anno scorso nei gruppi pomeridiani di potenziamento e recupero. Ho dato un brano da leggere, con gli esercizi in fondo, e ho osservato la classe per dodici minuti, appuntandomi diligentemente chi si distraeva e quante volte. Qualcuno ha notato che stavo stranamente zitta e ferma e hanno capito che facevo delle crocette sul quadernone, ma non sapevano perchè.

Alla fine ho detto: “alzate la mano, tutti, e abbassatela quando leggo il vostro cognome.”

Sono rimaste su solo quattro mani. Ho spiegato che erano gli unici che non avevano mai alzato la testa dal compito. Gli ultimi samurai. Momo Docteur. Topoloso. Dylan McKay. E la Verace.

Chiaramente, il gioco serve anche per vedere chi samurai proprio non è. Huck Finn si è distratto tredici volte. In dodici minuti.
 

venerdì 20 settembre 2013

Teste di prof 2

Ma noi, teste di prof, non avevamo fatto i conti con l'oste.



Cioè, guarda un po', con il Ministero del Tesoro: quello che dovrebbe pagare tutta la procedura dell'autenticazione delle firme elettroniche dei docenti (e io questo l'avevo detto, che una password e una firma digitale sono due cose diverse).



E neanche con le segreterie che possono rifiutarsi di pagare le supplenze, finchè il registro elettronico di classe non è legale.



E neanche con il Garante della Privacy (che io, chissà perchè, continuo a visualizzare come una specie di ciclope con la clava, che fa la guardia a una caverna buia) che potrebbe impugnare la pubblicazione dei voti online.



E nemmeno con:

  • la Bestia Nera che sbaglia riga nella compilazione degli argomenti delle lezioni, finendo sulla mia ora, ma io non posso cancellare le cose scritte da lei
  • la Dolce Bionda, nuova collega di Educazione Fisica, che suggerisce di bloccare tutto fino a chiarimento delle suddette questioni legali
  • la Compagna Collega, che arriva sventolando Repubblica e strillando che non siamo in condizioni di applicare una cosa che costa una fucilata e in più è illegale
  • Castagna, che si allontana lasciando aperto il registro personale sul pc dell'aula informatica, poi, arrivando in palestra per consegnare il cartaceo alla collega Dolce Bionda, assiste alla spettacolare caduta di Winnie Pooh, che picchia la nuca sul pavimento, quindi: si dimentica che cosa stava facendo prima e: presiede ai soccorsi prestati al povero biondino, offre sostegno psicologico a Huck Finn che a momenti vomita per lo spavento, dopodichè: ascolta la lezione di primo soccorso tenuta dalla collega e infine: sorveglia a vista il ragazzino finchè non giunge la madre per prenderselo. Totale, 45 minuti con il registro della materia spalancato e alla portata di chiunque in aula computer. Lì, quantomeno, abbiamo verificato che la sessione a un certo punto scade e bisogna reimpostare la password.



In tutto questo, abbiamo anche fatto notare alla preside che se sui brogliacci di fotocopie rilegati in proprio che stiamo usando in questo momento come registri non c'è un timbro delle segreteria con la sua firma, forse possiamo anche scrivere gli assenti con la panna sopra una torta al cioccolato, le giustificazioni con la colla brillantinata su un kleenex e le note comportamentali con il dito sulla condensa delle finestre.

domenica 15 settembre 2013

Un orribile, inutile scempio, ed è anche colpa di quelli come me

Ecco no, io sono molto stupida e incoerente.

Sono stupida, incoerente e sono anche un'assassina, come tutti quelli che dicono di amare gli animali e poi vanno a vedere (o seguono da casa) il Palio.

Che è magnifico e affascinante. Che è una cosa piena di vita e di colore. Che è una rievocazione storica di notevole serietà, fatta di passione e bellezza. Roba che alle prof di storia amanti del Medioevo fa venire l'acquolina in bocca.

Ma da oggi io del Palio mi ricorderò solo che è un gran giro di soldi.

Perchè se il fantino non avesse sforzato per causare la solita partenza falsa, per la quale ovviamente si accordano prima, come si accordano per la qualificazione nelle batterie e per la vittoria stessa, Mamuthones, nervosissimo, non sarebbe stato esattamente sopra il canapo. E che cazzo di fantino sei, che gli tiri le briglie mentre si sbilancia, impedendogli di girare la testa. E anche il mossiere: sei pagato come uno sceicco per stare a guardare che i cavalli siano messi bene, come hai fatto a non accorgerti che dovevi mollare la fune.

Risultato, una capriola mortale che ha ucciso uno splendido animale in perfetta salute: caduto praticamente da fermo, si è spezzato il collo con il peso del suo stesso corpo.

L'urlo di dolore del fantino non rimedia all'errore gravissimo che ha fatto. La velocità dell'intervento del veterinario, che ha risparmiato alla povera bestia ulteriore sofferenza e gli ha abbreviato soprattutto il terrore folle nel ritrovarsi paralizzato, non elimina il fatto che se fai il veterinario nell'ambiente delle gare sei complice di molte, troppe cose che dovrebbero andare contro la tua etica professionale di medico. Il silenzio atterrito del pubblico quando il cavallo non si è rialzato, e le grida, gli insulti, le maledizioni scagliate subito dopo, non rimediano al fatto che loro avevano pagato il biglietto, e altri come me erano davanti alla tv o su internet, a guardare una corsa in cui l'uomo mette a rischio non se stesso, come accade nel motociclismo o nella Formula Uno o in tantissimi altri sport, ma un essere vivente che se ne frega dei soldi, un miracolo di forza e di bellezza che, di suo, sa solo che ama correre.

Spero solo che papà non fosse davanti a un televisore oggi pomeriggio, lui che se la prende con gli organizzatori anche quando, nella sicurezza di una tranquilla sfilata a passo d'uomo, vede un cavallo stanco o innervosito dal rumore. Come tutti quelli che davvero amano gli animali e che nemmeno per un istante mettono in disparte il rispetto per la loro vita, a favore di un interesse umano, sia pure di stampo culturale.

E' una dolorosa lezione, ma è una lezione da imparare. Spero che oltre a me ne facciano tesoro tanti altri.

venerdì 13 settembre 2013

Dacci oggi il nostro zen quotidiano




Con un paio di blogamiche, dai primi di gennaio abbiamo dato inizio alla sana abitudine di appuntarci, per ogni giorno, almeno un istante positivo. Può essere una lunga doccia rigenerante, un piccolo regalo che ci siamo fatte, un momento di pace con la famiglia, un dettaglio del panorama, qualcosa che abbiamo mangiato con gusto; spesso è una bella barzelletta, un pisolino rubato, una sigaretta fumata lentamente, una mezz'ora di lettura di un buon libro alla sera. O anche un angolo di bosco dove abbiamo parcheggiato la macchina per lasciarci andare a un pianto liberatorio.



Funziona.



Dopo un duemiladodici spaventoso, la collezione di attimi buoni sta facendo sembrare il duemilatredici molto veloce, sopportabile, anche simpatico. E' un'abitudine che fa bene.



Adesso io e l'amico Grande Pagliaccio ne abbiamo instaurata un'altra. Abbiamo entrambi problemi di soldi da gestire, famiglie complicatissime, giornate allucinanti, problemi di insonnia e tanti chilometri da percorrere ogni settimana. Da anni ci facciamo coraggio con lunghe chiamate durante i viaggi, saluti su Facebook al mattino molto presto e sms nelle ore più tremende della notte.



E un giorno gli ho detto che ero stufa di rispondere alla domanda “come stai?” con il solito “stanca”. Io sono SEMPRE stanca e ne ho, sei giorni su sette, ottime ragioni. Il settimo sto recuperando per gli altri sei, anche se magari è un giorno tranquillo. Ma da quando ci si è lanciati nell'affido familiare non sono più esistiti settimi giorni. Così non voglio più rispondere che sono stanca, perchè si sa, che sono stanca. E a lui non voglio più chiedere “come va?” perchè, purtroppo, la sequela infinita di problemi tra cui deve barcamenarsi ogni settimana, da anni, prevede di rado una risposta positiva.



Non potendo cambiare le risposte, abbiamo stabilito di cambiare le domande.



Così ora, verso sera, può capitare che io mandi o riceva un sms di questo tenore:

“Oggi hai mangiato qualcosa di buono? Hai il naso che ti cola? Ti sei lavato/a i piedi?”

O anche:

“Oggi hai sentito almeno due amici? Hai nominato i coccodrilli in un discorso? Hai scompigliato i capelli a tuo/a figlio/a? Hai accarezzato un cane?”

Oppure, se non ci sentiamo da un po':

“Questa settimana hai trombato? Hai letto un buon libro? Hai dormito almeno una volta più di sei ore tutte di fila? Hai mandato a fare in culo qualcuno che se lo meritava?”



Le risposte a volte sono telegrafiche: sì, sì, no, sì. A volte, più dettagliate. Lui è un uomo, se ha trombato non mancherà mai di dettagliare, ahimè. Io, se rispondo sì a una domanda su bellezza o igiene, aggiungo i particolari: “mi sono lavata i piedi con lo scrub ai sali del mar Morto e mi sono data lo smalto rosso geranio”. Ma è scrivere e leggere le domande che ci mette di buon umore, anche perchè bisogna usare dell'inventiva, dell'ironia, è un piccolo rito che obbliga a uscire dagli schemi della giornata, dalla distrazione dei convenevoli scontati.



Sto cercando un metodo per applicare questo benefico stravolgimento dei punti di vista anche alle giornate di scuola. Per esempio: arrivo e decido consapevolmente, dato che ho i sandali, di attraversare il prato bagnandomi le dita di rugiada. Entro in classe e, dopo i saluti, passo due minuti a studiare la disposizione dei banchi, a spostare qualche fila, a fare ordine sulla cattedra o nell'armadietto, come se avessi tutto il tempo del mondo. Interrompo la lezione per cinque minuti perchè un alunno decide di raccontare a tutti un film che ha visto. Non sono cose nuove, le facevo anche gli anni scorsi, ma adesso mi intestardisco a contarle, a infilare un momento di assoluta lentezza nello svolgimento frenetico di ogni attività del mattino. Per adesso questo ha permesso a me di uscire sana da due e anche tre ore di fila nella terza A, e forse ha contribuito a tenere calma la classe. Ma di certo la terza A ha trovato grande giovamento soprattutto dal fatto di cambiare corridoio, aula, spazi, luce.



Lo dicevo oggi all'Uomo e lui sfotteva:

“Cos'è? Una questione di Feng Shui?”

Beh.

Io non so se i miei ragazzi siano sensibili al fluire del Chi. Io sì.



Ho deciso di prenderla come una bella, stimolante vacanza, fino a quando riesco. In effetti, rispetto alla mia vita a casa, potrebbe anche sembrarlo, una vacanza.



Anche Dylan McKay è tornato a scuola carichissimo di buoni propositi, e come lui alcuni degli irriducibili come Topoloso, Momo Docteur e Atreiu. Oggi dettavo cose sulla cartografia e il reticolato geografico e Greenwich e l'arco di parallelo, e siccome lui con certosina concentrazione restava indietro ma non accelerava, ostinandosi a scrivere con cura, ho detto: “Piano, aspettiamo Dylan, che quest'anno ha deciso di essere ordinato e preciso, non voglio turbare questo magnifico equilibrio.” Poi l'ho pubblicamente ribattezzato L. Zen. Sotto il ciuffo che è sempre più sbarazzino, non ha battuto ciglio, e ha continuato a scrivere. Credo stia tenendo duro per non essere spostato, dato che per ora sono ancora distribuiti come si sono messi da sé il primo giorno, e lui ha un invidiabile banco vicino alla finestra, non troppo indietro, ma nemmeno vicino alla cattedra. Pensavo che lo avrebbe usato come trampolino per girarsi a lanciare stronzate a raffica verso tutta la classe, o che avrebbe quantomeno guardato il panorama, ora che abbiamo di nuovo la spettacolare vista su Paesino di Sogno e ci siamo tolti dal rumore della statale. Invece no, sta attento, e anche gli altri, per adesso, non si comportano male. Il Chi fluisce tranquillo.

mercoledì 4 settembre 2013

Teste di prof

Il registro elettronico. Ovvero come le macchine non potranno MAI sostituirsi all'uomo. Non perché non siano in grado di essere altrettanto intelligenti e perspicaci. Le macchine possono quasi tutto, ormai. Ma il punto è questo: nessun softwarista potrà mai creare un registro elettronico in grado di reggere all'impatto devastante con la psicologia dei docenti. E guardate che da noi si è adottato solo il registro del singolo prof, non quello di classe, al quale siamo fermamente ostili tutti in blocco per ragioni anche serie, che poi vi dirò.

Di lettere, da me, siamo solo cinque. Più uno spezzone di cinque ore. Che corrisponde a ignoto supplente, per ora.

Cinque è un numero ridicolo. Cinque è meno dei nani, degli apostoli, dei comandamenti, dei vizi capitali.

Ma siamo cinque INSEGNANTI DI LETTERE.
Di cui solo una (io) è in grado di entusiasmarsi alla notizia che a scuola adesso c'è il sistema wireless, e ci sono, oltre ai portatili, due tablet per gli insegnanti ("posso averne uno nella mia classe? eh? posso giocarci io? eh? posso?"). E solo una (io) può farsi scintillare gli occhi alla vista della grossa teca termoregolata per il server che è comparsa nell'atrio, e battezzarla Mamma. Il primo alunno che capisce la citazione, ho deciso, prende un dieci di Italiano orale, per il semplice fatto di avermi fatto sentire meno sola. Nei colleghi non ripongo speranze, da questo punto di vista, dopo che nemmeno l'Inflessibile ha raccolto l'allusione, e dire che suo marito è Movie Man.

Comunque.

Siamo cinque, dicevo.

Il registro elettronico e Castagna:
"Che bello, finalmente avrò un registro che non sembra un incidente ferroviario. Mi dai la password, Gigante? Eh? dai... daidaidaidai me la dai la password, che vado a casa e ci gioco?"

Il registro elettronico e l'Inflessibile:
"Dove annoto se un alunno consegna in bianco? o fa scena muta? posso dare voti sotto il 4?"

Il registro elettronico e la Bestia Nera:
"Umm. Io però devo farmi aiutare da qualcuno, non sono mica capace."

Il registro elettronico e il Troll:
"Umm. Vediamo..."

Il registro elettronico e la Bionda Svampita:
"O mamma mia."

E fin lì, tra tutte e cinque, abbiamo comunque fatto miglior figura della Barbie di Inglese, che ha esordito con:
"Aspetta, non ho capito, dove devo scriverlo l'indirizzo del sito? Nella barra? Quale barra?"

Ma ieri c'è stata la grande discussione in merito al Problema con la P maiuscola sollevato dall'uso del registro elettronico dei docenti. E cioè: come facciamo quando abbiamo i consigli di classe, o i colloqui con le famiglie? Non potendo pretendere che ognuno di noi si schieri alle riunioni pomeridiane con un portatile personale, nè che facciamo i consigli o i colloqui girati di schiena gli uni rispetto agli altri in aula di informatica, bisognerà avere davanti a sè un qualcosa di cartaceo che si possa consultare.

Prima opzione:
stampare.

E ma no. Se facciamo tutto questo per risparmiare carta, to save the rain forest, e inquinare il pianeta con resti di circuiti, plastica e schede madri in silicio invece che con cartucce di toner esaurite. Il tasto stampa è il male.

Seconda opzione:
avere un qualcosa di cartaceo che si usi a monte, prima di inserire i voti nel sistema, e che resti per queste occasioni in cui serve, appunto, il supporto fisico, o per le riunioni di gennaio, quando fuori infuria la tormenta e salta la luce. E non fate quella faccia, che l'anno scorso una volta siamo arrivati a -26 gradi, roba che guardavi fuori e invece del Monviso c'erano gli Urali, santo Dio.

Comunque, questa seconda opzione ha senso anche perchè, usando un supporto tradizionale, possiamo annotarci i voti e poi inserirli nel sistema senza mai accendere il pc in classe (e se avete avuto una classe come la mia, dove già abbassare gli occhi su un diario poteva costarvi caro, capirete che guardare dentro a uno schermo mentre si devono tenere seduti e buoni venticinque animali selvatici è impossibile), risparmiandoci così anche le attese, il rischio di lasciare la propria pagina aperta e non fare il logout, il rischio di dimenticare dei voti e altro se per caso un giorno il server si pianta, etc. Del resto, io che sono una pasticciona ho sempre scritto i voti su quaderni e agende, per poi riportarli sul registro nella calma dell'aula profess... okay, va bene, va bene, a casa, in camicia da notte, a panza in giù sul letto, la domenica mattina quando il marito parte per lo stadio.  

Perciò inizialmente, senza particolare scandalo di nessuno, abbiamo convenuto che useremo delle griglie, o dei quaderni, o delle agende, e ognun per sè e il MIUR per tutti.

Ieri, invece, se vi foste affacciati alla sala prof alle dodici avreste potuto assistere al Peggio del Peggio della collezione Insegnanti Sfacciatamente Testardi e Privi di Pudore:

L'Inflessibile:
"E ma io devo scrivere anche gli obiettivi parziali di alcune prove. E ma devo poter rendere conto ai genitori del voto che dò, se è motivato da problemi con il lessico, con l'ortografia, con il contenuto... Quindi mi sono fatta un insieme di fotocopie, con questi obiettivi declinati nel dettaglio. Le rilego, e via."

La Bionda Svampita:
"E non potremmo farlo anche noi?"

Il Troll (subdolamente):
"Anzi, mi faresti vedere come ti è venuto, Inflessibile?"

La Bestia Nera (spudoratamente):
"Anzi, scusa, non potremmo direttamente prenderlo da te, se il lavoro è già fatto?"

Castagna:
"Mah, io non uso mettere valutazioni dei singoli obiettivi, quindi non mi serve. Mi basta poter specificare che tipo di prova era."

La Bionda Svampita:
"Eeee ma se lo facciamo è necessario che lo abbiamo tutte uguali, altrimenti, davanti ai genitori..."

Castagna:
"Beh... ma se io non li ho mai usati, i parziali, perchè scrivo il giudizio tema per tema e lo faccio copiare sul quaderno durante la correzione?"

La Bestia Nera: 
"E quando vengono i genitori, come fai a spiegare perchè hai dato un certo tipo di voto?"

Castagna (con un certo scazzo):
"Beh: ho la bocca, e parlo!"

La Bionda Svampita:
"Sì però se risulta che facciamo tutti lo stesso è meglio, no? Tanto anche tu te li scrivi da qualche parte i voti, allora poi li riporti sul registro cartaceo e anche su quello elettronico..."

Castagna:
"Ma io per comodo mio me li segno come ho sempre fatto sull'agenda, e poi per legge devo metterli sul registro elettronico, chi me lo fa fare di scriverli tre volte? ...non si faceva tutto questo per snellire il lavoro?"

Il Troll:
"Mmm. Comunque, cosa costerà farsi le fotocopie come ha fatto l'Inflessibile e rilegarle con una spiralina?"

La Bestia Nera:
"E cosa costerà comprarsi un vero registro di carta? Ora vado in segreteria e chiedo. [va e torna] Costa dodici euro! ma allora io me lo compro."

Il Troll e la Bionda Svampita in coro: "Anch'io!!!"

Il Gigante, che da maggio si fa un mazzo così dietro al wireless, alle LIM, ai portatili, al tablet, al software del registro elettronico e alle Barbie di Inglese che non sanno accendere il pc, ha colto giusto quest'ultima parte della conversazione. Non mi sarei stupita se, uscendo dopo qualche minuto, lo avessi trovato seduto per terra nel parcheggio, in lacrime.