How many times do I have to try to tell you
That I'm sorry for the things I've done
But when I start to try to tell you
That's when you have to tell me
Hey this kind of trouble's only just begun
I told myself too many times
Why don't you ever learn to keep your big mouth shut
That's why it hurts so bad to hear the words
That keep on falling from your mouth
Falling from your mouth
Falling from your mouth
Tell me
Why
Why
I may be mad
I may be blind
I may be viciously unkind
But I can still read what you're thinking
And I've heard it said too many times
That you'd be better off
Besides
Why can't you see this boat is sinking
(This boat is sinking this boat is sinking)
Let's go down to the water's edge
And we can cast away those doubts
Some things are better left unsaid
But they still turn me inside out
Turning inside out turning inside out
Tell me
Why
Tell me
Why
This is the book I never read
These are the words I never said
This is the path I'll never tread
These are the dreams I'll dream instead
This is the joy that's seldom spread
These are the tears
The tears we shed
This is the fear
This is the dread
These are the contents of my head
And these are the years that we have spent
And this is what they represent
And this is how I feel
Do you know how I feel?
'Cause I don't think you know how I feel
I don't think you know what I feel
I don't think you know what I feel
You don't know how I feel
lunedì 29 giugno 2015
giovedì 25 giugno 2015
La via Fulvia
Ogni
giorno, per portare o riprendere la Princi a Paesino a Punta, dove anima
marmocchietti sorridenti all'ombra della parrocchia, faccio l'antica via
Fulvia dei Romani, oggi statale 10.
Qui, secoli fa, dai boschi, con urla selvagge, i Liguri Statielli piombavano all'improvviso sui malcapitati milites e sugli operae che spaccavano pietre per costruire la strada, e ne facevano spezzatino. Erano barbuti, con capelli lunghi, armi rozze, donne guerriere temibili quanto gli uomini e una conoscenza perfetta delle colline, dei sentieri, degli avvallamenti boscosi. I Romani hanno fatto una fatica boia ad avanzare con la loro via.
Le colline di quella parte di Monferrato sono perfette. Verdi. Dolci. Misteriose.
L'altra sera alle nove il cielo era sereno, striato di rosa, e una volpe mi ha attraversato la strada correndo leggera, elegante, in un punto di grande visibilità, e arrampicandosi su per un prato con lo stesso tipo di balzi armoniosi.
Avrei voluto che la vedesse anche l'Uomo, ma non c'era.
Sto mettendo via istanti. La volpe. La cena dell'altra sera al ristorante figo con la Princi. Un bacio. La maglietta con il grifone del Genoa lasciata sul letto. Il verde dei viali. La strada che faccio per andare a lavorare: che mi sembra così lieve, ora che non mi importa più se incrocio quella certa auto, e chi ci crede che appena un anno fa ero così ingombra di pensieri, di emozioni, di lacrime sparse per troppi motivi tutti sbagliati? Come mi sembra leggera ora la mia auto che corre sullo stesso asfalto; eppure, quanto mi sento sola?
Cucino. Controllo i messaggi. Studio. Dormo. Scrivo su un quadernetto rosa. Sto zitta. Mi do la crema. Respiro. Guardo la Princi. Controllo il telefono. Dormo di nuovo. Faccio il saluto al sole. Mi do di nuovo la crema. Respiro. Rileggo i messaggi.
Lo aspetto. Fotografo col telefono tutto quel che sto guardando negli attimi in cui sento di più la sua mancanza. La lavatrice. Il tavolo di cucina. Lo schermo della tv. Il libro che sto leggendo. La volpe non ho fatto in tempo a fotografarla, ovviamente.
La volpe, già. Una specie di animale totemico, che mi sono chiamata, evidentemente, ripensando milioni di volte al Piccolo Principe che si siede cautamente sul prato e attende.
Qui, secoli fa, dai boschi, con urla selvagge, i Liguri Statielli piombavano all'improvviso sui malcapitati milites e sugli operae che spaccavano pietre per costruire la strada, e ne facevano spezzatino. Erano barbuti, con capelli lunghi, armi rozze, donne guerriere temibili quanto gli uomini e una conoscenza perfetta delle colline, dei sentieri, degli avvallamenti boscosi. I Romani hanno fatto una fatica boia ad avanzare con la loro via.
Le colline di quella parte di Monferrato sono perfette. Verdi. Dolci. Misteriose.
L'altra sera alle nove il cielo era sereno, striato di rosa, e una volpe mi ha attraversato la strada correndo leggera, elegante, in un punto di grande visibilità, e arrampicandosi su per un prato con lo stesso tipo di balzi armoniosi.
Avrei voluto che la vedesse anche l'Uomo, ma non c'era.
Sto mettendo via istanti. La volpe. La cena dell'altra sera al ristorante figo con la Princi. Un bacio. La maglietta con il grifone del Genoa lasciata sul letto. Il verde dei viali. La strada che faccio per andare a lavorare: che mi sembra così lieve, ora che non mi importa più se incrocio quella certa auto, e chi ci crede che appena un anno fa ero così ingombra di pensieri, di emozioni, di lacrime sparse per troppi motivi tutti sbagliati? Come mi sembra leggera ora la mia auto che corre sullo stesso asfalto; eppure, quanto mi sento sola?
Cucino. Controllo i messaggi. Studio. Dormo. Scrivo su un quadernetto rosa. Sto zitta. Mi do la crema. Respiro. Guardo la Princi. Controllo il telefono. Dormo di nuovo. Faccio il saluto al sole. Mi do di nuovo la crema. Respiro. Rileggo i messaggi.
Lo aspetto. Fotografo col telefono tutto quel che sto guardando negli attimi in cui sento di più la sua mancanza. La lavatrice. Il tavolo di cucina. Lo schermo della tv. Il libro che sto leggendo. La volpe non ho fatto in tempo a fotografarla, ovviamente.
La volpe, già. Una specie di animale totemico, che mi sono chiamata, evidentemente, ripensando milioni di volte al Piccolo Principe che si siede cautamente sul prato e attende.
martedì 23 giugno 2015
Io viaggio da sola
Questa riflessione andrebbe forse su Spazio abbastanza, ma preferisco metterla qui dove posso ascoltare più pareri.
La riflessione si sviluppa sulla base di alcune recenti conversazioni.
1. La nave all’ancora e il mare aperto.
Telefonata della Tipa dalla Sardegna, porto di Cagliari, qualche giorno fa. Tipa affranta, perché la sua vacanza in crociera con la famiglia, per la prima metà, non è andata molto bene. Tutti troppo stressati (e la capiamo: più andiamo avanti con gli anni, più ci rendiamo conto che per andare veramente in vacanza bisogna prima staccare dalla vita che si fa a casa, e bisogna calcolare tre giorni solo per quello). Ma in particolare la descrizione dei bambini (11 e 8 anni) mi colpisce: Nipotina ha l’incubo di perdere la nave ogni volta che scendono, e domanda compulsivamente che ore siano, per tutto il tempo passato a terra. Coccodrillo critica tutto perché farebbe diverso qui, non gli piace là, etc.
Aggiungici che non è che una coppia di quarantenni stanchi del lavoro, in vacanza per una settimana in cabina in quattro, propriamente si rigeneri. Per fortuna la seconda parte del viaggio, sapientemente organizzata scegliendo con cura tra le diverse proposte di escursione, va meglio. I posti sono belli, si parlano altre lingue, insomma, ci si allontana finalmente dal molo e si prende il largo nella vacanza. Chissà se fossero andati fino all’oceano.
I bambini, però: stressati non dall’assenza di compagnucci con cui giocare, non dal caldo o dall’inevitabile noia da museo, come sarebbe ragionevole aspettarsi da due bimbi, bensì dagli orari e dalla gestione delle giornate. Due piccoli adulti in pausa pranzo dall‘ufficio, insomma. Che invece, a vederli, lei è una principessina elfica uscita da una campanula, che spalanca due estasiati occhi verdi davanti a tutto, lui un adorabile minion, di buon carattere tra l’altro, più lui della sorellina. Due bambini bambini, che non si atteggiano. Che non bullizzano. Che non civettano. Due bambini genuini, di quelli che guardano in tv quel che la mamma e papà approvano, che leggono bei libri insieme la sera prima di dormire, che fanno sport sani. Però questa vacanza, all'inizio, l’hanno presa così. Il che mi ha fatto pensare.
2. Sei così mia amica che ti spacco il mazzo prima ancora di andare a lavorare.
Mattina di preparativi per l’ufficio nella Valle Molto a Ovest dove vive Cavallino, e di preparativi per la scuola qui da me. Scambio di messaggi, scritti facendo equilibrismi mentre ci si lavano i denti, si infila la biancheria pulita, si beve un caffè in piedi davanti allo specchio del bagno aspettando che la piastra per i capelli si scaldi.
Tema: donne/mogli/madri, sottotitolo: gestione della Princi in mezzo alla bufera coniugale, vista da me e dall’altra mezza mela (che non è l’Uomo, per quanto sappiate chi e cosa è lui per me, ma è indiscutibilmente la mia compagna di banco: la definizione è sua).
Scambio di serie considerazioni, un paio di volte anche di atrocità reciproche, prese bene da entrambe perché entrambe ricordiamo cosa voleva dire avere 14 anni e una madre in crisi e tra l'altro, all'epoca eravamo già testimoni l'una della vita dell'altra.
Frase mia: voglio insegnare a mia figlia a lottare per quel che vuole, a essere fedele a se stessa e ad avere una dignità.
Frase sua: e allora devi essere quella donna.
Ciumbia.
Che poi la gente pensa che noi, al mattino, in bagno ci aggiustiamo le sopracciglia, facciamo la cacca, o al limite carichiamo la lavatrice.
3. Sei l’orgoglio della mia vita, la cosa più bella di tutte e l’unica persona da cui voglio essere sempre e solo superata in ogni cosa che faccio.
Ieri la Princi, in macchina, parlando di non saprei cosa, e con tono lapidario:
“Io voglio, un giorno, fare un viaggio da sola! In un posto caldo!”
Deglutisco. Dovete capire che la Princi è in un momento in cui, se attraversa una piazza, cattura gli occhi di tutti i maschi presenti, di età dai tre ai trecento anni. Vestita o in costume. Credo di aver capito che i fratelli piccoli dei suoi amici, quelli in piena pubertà, pur di essere portati in piscina quando c’è anche lei, sono disposti a essere schiavizzati dai più grandi per 365 giorni (Me li figuro proprio: "Ahmed/Luca/Dennis ti prego, ti prego, sto zitto non parlo te lo prometto, ti giuro che rifaccio il letto di tutti e due, porto la spazzatura tutte le volte che tocca a te, ti lucido le sospensioni del motorino con la mia maglietta preferita, ti faccio anche vincere alla playstation, te lo giuro, ma posso venire con voi per favore?"). Quando mi accompagnava a scuola di pomeriggio questa primavera, persino Sgamo e Svampo rimanevano in soggezione, di fronte alla sua femminilità dispiegata al massimo della potenza.
Alcune a caso tra le immagini che mi sono venute in mente all’idea di lei che viaggia per il mondo da sola: stupratori nordafricani, signori della guerra sudamericani, rapitori dell‘Est, negozianti dalla mano morta e vecchi bavosi di ogni Stato del pianeta compresi quelli non riconosciuti dall’ONU, assassini, ladri, truffatori, trafficanti di carne umana, turisti in cerca di sesso facile con una scorta di Rohypnol nel borsello. Oltre alle rivolte in Paesi politicamente instabili, ai disastri ambientali, alle malattie tropicali, a rischi anche minori come perdere un aereo o il bagaglio o trovarsi con una prenotazione sbagliata, che però, a immaginarmi lontano da casa senza nessuno dei miei con cui consultarmi, a me un po’ di paura la farebbero.
Tutto questo è durato lo stesso minuscolo numero di centesimi di secondo in cui, contemporaneamente, ero inondata dalla fierezza e mi sentivo assolutamente orgogliosa di lei e della sua voglia di fare.Mai e poi mai le confesserei che mi è scesa una goccia di sudore gelato lungo la schiena.
Ho aperto la bocca e, mentre nel mio foro interiore una voce da mamma sensata diceva: “Amore, l’altro giorno hai sbagliato DI NUOVO autobus per andare in centro” (il centro di Asti, non di Città del Messico), all’esterno di me una mamma altrettanto sensata ha detto: “E’ bello che tu lo pensi e spero che tu ci riesca… certo ci sono dei rischi per una donna nel viaggiare da sola, ma ormai se giri su Internet ci sono le guide ai Paesi più sicuri, ci sono tutte le dritte per non mettersi in pericolo e non farsi fregare… e mi piace proprio come idea, tu sei più coraggiosa di me, io non l’ho mai fatto, anzi, pensandoci, il primo viaggio lungo da sola che farò, se mi riesce, sarà quest’estate.” (E in Nord Europa, non in Belize, eh.) Poi ci penso e aggiungo che mi rende ESTREMAMENTE felice il pensiero che lei farà più cose di quante me ne sia mai sognate io. Lei sa quando la colonnina del mio termometro dell'orgoglio materno arriva così in alto che rischia di scoppiare, ma dirglielo è anche meglio che godersi la sua espressione quando lo capisce.
Da cui la riflessione, che si potrebbe così articolare: che razza di esempio stiamo dando, o vogliamo dare, ai nostri ragazzi? Quello di adulti in gamba, padroni delle loro vite, o almeno capaci di usare le loro risorse per affrontare l'ignoto? O di gente stressata marcia, che si lamenta e ha paura di tutto persino in vacanza? (E io, che spero la Tipa non me ne voglia se ho qui usato i suoi dubbi sulla riuscita della crociera come esempio, indipendentemente da quel che dico alla Princi per sostenere i suoi desideri di autonomia, sono senz’altro appartenente alla seconda categoria. O lo ero finchè non dovevo pensare a far stare bene lei.)
(Momento: non è che se domani la Princi mi dice parto per l’Indonesia ce la lascio andare, eh. Incoraggiarli non vuol dire mandarli allo sbaraglio; e essere genitori, quindi adulti spesso stanchi e in difficoltà, alle prese con la gestione delle vacanze o dei viaggi o delle banali ma pesanti incombenze quotidiane, come anche di problemi più gravi, non vuol dire essere sempre perfetti; solo perché ci sono dei minorenni che ti guardano, non diventi migliore di te stesso neanche volendo, al massimo potenzi le tue capacità preesistenti. Però bisogna pensare all‘immagine della vita adulta che diamo: quello sì. Che, detto da me dopo i casini degli ultimi tredici mesi, è sufficiente per tirarmi addosso manate di sterco di cavallo, verdura marcia e sputi, in effetti, e ne sono consapevole, ma tant'è.)
Proposte/risposte/commenti? Da genitori, da educatori, da osservatori?
Tra l'altro, per una di quelle strane blogtelepatie, Tuttotace mentre io pensavo a questo post aveva scritto questo. Che fa riflettere, a sua volta.
La riflessione si sviluppa sulla base di alcune recenti conversazioni.
1. La nave all’ancora e il mare aperto.
Telefonata della Tipa dalla Sardegna, porto di Cagliari, qualche giorno fa. Tipa affranta, perché la sua vacanza in crociera con la famiglia, per la prima metà, non è andata molto bene. Tutti troppo stressati (e la capiamo: più andiamo avanti con gli anni, più ci rendiamo conto che per andare veramente in vacanza bisogna prima staccare dalla vita che si fa a casa, e bisogna calcolare tre giorni solo per quello). Ma in particolare la descrizione dei bambini (11 e 8 anni) mi colpisce: Nipotina ha l’incubo di perdere la nave ogni volta che scendono, e domanda compulsivamente che ore siano, per tutto il tempo passato a terra. Coccodrillo critica tutto perché farebbe diverso qui, non gli piace là, etc.
Aggiungici che non è che una coppia di quarantenni stanchi del lavoro, in vacanza per una settimana in cabina in quattro, propriamente si rigeneri. Per fortuna la seconda parte del viaggio, sapientemente organizzata scegliendo con cura tra le diverse proposte di escursione, va meglio. I posti sono belli, si parlano altre lingue, insomma, ci si allontana finalmente dal molo e si prende il largo nella vacanza. Chissà se fossero andati fino all’oceano.
I bambini, però: stressati non dall’assenza di compagnucci con cui giocare, non dal caldo o dall’inevitabile noia da museo, come sarebbe ragionevole aspettarsi da due bimbi, bensì dagli orari e dalla gestione delle giornate. Due piccoli adulti in pausa pranzo dall‘ufficio, insomma. Che invece, a vederli, lei è una principessina elfica uscita da una campanula, che spalanca due estasiati occhi verdi davanti a tutto, lui un adorabile minion, di buon carattere tra l’altro, più lui della sorellina. Due bambini bambini, che non si atteggiano. Che non bullizzano. Che non civettano. Due bambini genuini, di quelli che guardano in tv quel che la mamma e papà approvano, che leggono bei libri insieme la sera prima di dormire, che fanno sport sani. Però questa vacanza, all'inizio, l’hanno presa così. Il che mi ha fatto pensare.
2. Sei così mia amica che ti spacco il mazzo prima ancora di andare a lavorare.
Mattina di preparativi per l’ufficio nella Valle Molto a Ovest dove vive Cavallino, e di preparativi per la scuola qui da me. Scambio di messaggi, scritti facendo equilibrismi mentre ci si lavano i denti, si infila la biancheria pulita, si beve un caffè in piedi davanti allo specchio del bagno aspettando che la piastra per i capelli si scaldi.
Tema: donne/mogli/madri, sottotitolo: gestione della Princi in mezzo alla bufera coniugale, vista da me e dall’altra mezza mela (che non è l’Uomo, per quanto sappiate chi e cosa è lui per me, ma è indiscutibilmente la mia compagna di banco: la definizione è sua).
Scambio di serie considerazioni, un paio di volte anche di atrocità reciproche, prese bene da entrambe perché entrambe ricordiamo cosa voleva dire avere 14 anni e una madre in crisi e tra l'altro, all'epoca eravamo già testimoni l'una della vita dell'altra.
Frase mia: voglio insegnare a mia figlia a lottare per quel che vuole, a essere fedele a se stessa e ad avere una dignità.
Frase sua: e allora devi essere quella donna.
Ciumbia.
Che poi la gente pensa che noi, al mattino, in bagno ci aggiustiamo le sopracciglia, facciamo la cacca, o al limite carichiamo la lavatrice.
3. Sei l’orgoglio della mia vita, la cosa più bella di tutte e l’unica persona da cui voglio essere sempre e solo superata in ogni cosa che faccio.
Ieri la Princi, in macchina, parlando di non saprei cosa, e con tono lapidario:
“Io voglio, un giorno, fare un viaggio da sola! In un posto caldo!”
Deglutisco. Dovete capire che la Princi è in un momento in cui, se attraversa una piazza, cattura gli occhi di tutti i maschi presenti, di età dai tre ai trecento anni. Vestita o in costume. Credo di aver capito che i fratelli piccoli dei suoi amici, quelli in piena pubertà, pur di essere portati in piscina quando c’è anche lei, sono disposti a essere schiavizzati dai più grandi per 365 giorni (Me li figuro proprio: "Ahmed/Luca/Dennis ti prego, ti prego, sto zitto non parlo te lo prometto, ti giuro che rifaccio il letto di tutti e due, porto la spazzatura tutte le volte che tocca a te, ti lucido le sospensioni del motorino con la mia maglietta preferita, ti faccio anche vincere alla playstation, te lo giuro, ma posso venire con voi per favore?"). Quando mi accompagnava a scuola di pomeriggio questa primavera, persino Sgamo e Svampo rimanevano in soggezione, di fronte alla sua femminilità dispiegata al massimo della potenza.
Alcune a caso tra le immagini che mi sono venute in mente all’idea di lei che viaggia per il mondo da sola: stupratori nordafricani, signori della guerra sudamericani, rapitori dell‘Est, negozianti dalla mano morta e vecchi bavosi di ogni Stato del pianeta compresi quelli non riconosciuti dall’ONU, assassini, ladri, truffatori, trafficanti di carne umana, turisti in cerca di sesso facile con una scorta di Rohypnol nel borsello. Oltre alle rivolte in Paesi politicamente instabili, ai disastri ambientali, alle malattie tropicali, a rischi anche minori come perdere un aereo o il bagaglio o trovarsi con una prenotazione sbagliata, che però, a immaginarmi lontano da casa senza nessuno dei miei con cui consultarmi, a me un po’ di paura la farebbero.
Tutto questo è durato lo stesso minuscolo numero di centesimi di secondo in cui, contemporaneamente, ero inondata dalla fierezza e mi sentivo assolutamente orgogliosa di lei e della sua voglia di fare.Mai e poi mai le confesserei che mi è scesa una goccia di sudore gelato lungo la schiena.
Ho aperto la bocca e, mentre nel mio foro interiore una voce da mamma sensata diceva: “Amore, l’altro giorno hai sbagliato DI NUOVO autobus per andare in centro” (il centro di Asti, non di Città del Messico), all’esterno di me una mamma altrettanto sensata ha detto: “E’ bello che tu lo pensi e spero che tu ci riesca… certo ci sono dei rischi per una donna nel viaggiare da sola, ma ormai se giri su Internet ci sono le guide ai Paesi più sicuri, ci sono tutte le dritte per non mettersi in pericolo e non farsi fregare… e mi piace proprio come idea, tu sei più coraggiosa di me, io non l’ho mai fatto, anzi, pensandoci, il primo viaggio lungo da sola che farò, se mi riesce, sarà quest’estate.” (E in Nord Europa, non in Belize, eh.) Poi ci penso e aggiungo che mi rende ESTREMAMENTE felice il pensiero che lei farà più cose di quante me ne sia mai sognate io. Lei sa quando la colonnina del mio termometro dell'orgoglio materno arriva così in alto che rischia di scoppiare, ma dirglielo è anche meglio che godersi la sua espressione quando lo capisce.
Da cui la riflessione, che si potrebbe così articolare: che razza di esempio stiamo dando, o vogliamo dare, ai nostri ragazzi? Quello di adulti in gamba, padroni delle loro vite, o almeno capaci di usare le loro risorse per affrontare l'ignoto? O di gente stressata marcia, che si lamenta e ha paura di tutto persino in vacanza? (E io, che spero la Tipa non me ne voglia se ho qui usato i suoi dubbi sulla riuscita della crociera come esempio, indipendentemente da quel che dico alla Princi per sostenere i suoi desideri di autonomia, sono senz’altro appartenente alla seconda categoria. O lo ero finchè non dovevo pensare a far stare bene lei.)
(Momento: non è che se domani la Princi mi dice parto per l’Indonesia ce la lascio andare, eh. Incoraggiarli non vuol dire mandarli allo sbaraglio; e essere genitori, quindi adulti spesso stanchi e in difficoltà, alle prese con la gestione delle vacanze o dei viaggi o delle banali ma pesanti incombenze quotidiane, come anche di problemi più gravi, non vuol dire essere sempre perfetti; solo perché ci sono dei minorenni che ti guardano, non diventi migliore di te stesso neanche volendo, al massimo potenzi le tue capacità preesistenti. Però bisogna pensare all‘immagine della vita adulta che diamo: quello sì. Che, detto da me dopo i casini degli ultimi tredici mesi, è sufficiente per tirarmi addosso manate di sterco di cavallo, verdura marcia e sputi, in effetti, e ne sono consapevole, ma tant'è.)
Proposte/risposte/commenti? Da genitori, da educatori, da osservatori?
Tra l'altro, per una di quelle strane blogtelepatie, Tuttotace mentre io pensavo a questo post aveva scritto questo. Che fa riflettere, a sua volta.
domenica 21 giugno 2015
Trenta giorni feat. "Torno indietro e cambio vita" ovvero i Vanzina non saranno Kant e Hegel ma persino loro fanno pensare, in certe situazioni
Trattenute da una questione di regolamenti di conti con mafiosi (questo perché la Princi è drogata di Prison Break da prima che finisse la scuola, e io ieri ho rivisto Vento di passioni), io e mia madre siamo in un curioso garage dipinto color albicocca, da qualche parte sulla Riviera di Ponente, con un'autovettura anni Venti.
Appena chiusa la faccenda guardiamo l'ora e io le dico: ma manca pochissimo! Dobbiamo sbrigarci...
Devo andare a Genova a risposare l'Uomo. Non perché ci siamo persi e ritrovati, ma perché ricelebriamo il matrimonio dopo circa 15 anni.
Siamo in un ritardo atomico. Mi rendo conto che invece di mettermi l'abito che avevo predisposto andrò a sposarmi in tailleur marrone e camicetta color pesca, ma poi dico a mia madre: facciamo una cosa, fammi guidare, pazienza per il vestito ma almeno arriviamo in tempo. E quando salgo dalla parte del guidatore, nella macchina che a questo punto è la mia Hyundai, mi rimbocco tutto intorno un magnifico vestito da sposa, di linea semplice, bianco azzurrino, leggero, aereo, senza decorazioni, addirittura ho in testa il velo.
Vado a risposare l'uomo della mia vita.
Appena chiusa la faccenda guardiamo l'ora e io le dico: ma manca pochissimo! Dobbiamo sbrigarci...
Devo andare a Genova a risposare l'Uomo. Non perché ci siamo persi e ritrovati, ma perché ricelebriamo il matrimonio dopo circa 15 anni.
Siamo in un ritardo atomico. Mi rendo conto che invece di mettermi l'abito che avevo predisposto andrò a sposarmi in tailleur marrone e camicetta color pesca, ma poi dico a mia madre: facciamo una cosa, fammi guidare, pazienza per il vestito ma almeno arriviamo in tempo. E quando salgo dalla parte del guidatore, nella macchina che a questo punto è la mia Hyundai, mi rimbocco tutto intorno un magnifico vestito da sposa, di linea semplice, bianco azzurrino, leggero, aereo, senza decorazioni, addirittura ho in testa il velo.
Vado a risposare l'uomo della mia vita.
lunedì 15 giugno 2015
Unsullied
Mi becca che lo guardo sorridendo. Siccome l'ho maltrattato, sgridato. minacciato e scrollato via con aria di sufficienza tutto l'anno, oltre ad averlo sospeso, ricambia il sorriso per un istante, ma poi abbassa prudentemente gli occhi. Li rialza: sto ancora sorridendo, lo sto ancora guardando e visibilmente sto parlando di lui con la collega di sostegno. Si scioglie come un cioccolatino in forno e mi fa una faccetta interrogativa, molto dolce, senza l'ombra dell'abituale sicumera.
Stavo appunto dicendo alla collega che lui, come altri suoi compagni, è straniero ma scrive bene, in italiano, e soprattutto, mentre gli altri fanno evidenti sforzi di attenzione, per comporre le frasi, lui come tutto il resto anche scrivere lo fa di getto, senza pensare; senti, scorrendo i suoi testi, la naturalezza del suo modo di esprimersi, leggero ma efficace. Le dico che ha dei buoni risultati in tante cose, che per lui sarebbe tutto facile, se ne avesse voglia, ma non riesco a dirlo con tono scocciato, ormai la mia missione con lui e con gli altri è finita, li guardo andare via e auguro a ciascuno di tirare fuori il meglio che ha, alla prossima occasione. Col cuore, glielo auguro. E poi a lui, che sta passando un momento tanto delicato, mi verrebbe voglia di fare tanti discorsi, ho paura di aver fatto male, poco, troppo, non lo so.
Così, per una volta, consapevole di aver avuto i nervi tesi a lungo, nelle ultime settimane, per la questione tra la collega e lui, e di averlo forse tenuto a distanza per un nervosismo che avrei dovuto rivolgere a lei, decido di dedicargli attenzione, affetto, un momento tutto per lui. Parlargli, a bordo campo, l'ultimo giorno di scuola, è stato una buona cosa, per me soprattutto, che non riuscivo più a guardarlo, attanagliata dall'imbarazzo. Oggi posso sorridergli dal posto giusto, quello che anche la collega avrebbe dovuto mantenere.
Di lì a poco, viene a consegnarmi il tema d'esame.
"Ha visto la frase sul mio profilo, prof?"
"No, quale? Whatsapp?"
"Sì. Ci ho messo la frase che mi ha detto lei."
"Quale?" chiedo, ma lo so già.
"Quella della Ferrari. Che io ho una Ferrari..."
"...in garage, sì, è vero..."
"...ma che devo imparare a guidarla."
Allora mi hai sentito. Questa frase gliel'ho detta a settembre.
Sguardo di reciproca stima. Attimo di pace in un visetto di solito molto tormentato.
Posa il tema, firma, io metto l'ora di consegna, si sporge dietro la cattedra come per salutare la collega di sostegno che è oltre la mia sedia. E invece si china e mi avvolge appena, per un nanosecondo, in un abbraccio rispettoso, tenerissimo.
"...LEVATI.", gli ringhio. Ridacchia e se ne va.
Non riesco più a spiccicare una sillaba, né a mettere a fuoco i fogli che ho davanti, per diversi minuti.
La collega non deve avergli fatto troppo danno, se sa ancora essere così. Speriamo. Speriamo. Quest'ultimo periodo me lo porterò addosso tutta la vita, come un tatuaggio.
Stavo appunto dicendo alla collega che lui, come altri suoi compagni, è straniero ma scrive bene, in italiano, e soprattutto, mentre gli altri fanno evidenti sforzi di attenzione, per comporre le frasi, lui come tutto il resto anche scrivere lo fa di getto, senza pensare; senti, scorrendo i suoi testi, la naturalezza del suo modo di esprimersi, leggero ma efficace. Le dico che ha dei buoni risultati in tante cose, che per lui sarebbe tutto facile, se ne avesse voglia, ma non riesco a dirlo con tono scocciato, ormai la mia missione con lui e con gli altri è finita, li guardo andare via e auguro a ciascuno di tirare fuori il meglio che ha, alla prossima occasione. Col cuore, glielo auguro. E poi a lui, che sta passando un momento tanto delicato, mi verrebbe voglia di fare tanti discorsi, ho paura di aver fatto male, poco, troppo, non lo so.
Così, per una volta, consapevole di aver avuto i nervi tesi a lungo, nelle ultime settimane, per la questione tra la collega e lui, e di averlo forse tenuto a distanza per un nervosismo che avrei dovuto rivolgere a lei, decido di dedicargli attenzione, affetto, un momento tutto per lui. Parlargli, a bordo campo, l'ultimo giorno di scuola, è stato una buona cosa, per me soprattutto, che non riuscivo più a guardarlo, attanagliata dall'imbarazzo. Oggi posso sorridergli dal posto giusto, quello che anche la collega avrebbe dovuto mantenere.
Di lì a poco, viene a consegnarmi il tema d'esame.
"Ha visto la frase sul mio profilo, prof?"
"No, quale? Whatsapp?"
"Sì. Ci ho messo la frase che mi ha detto lei."
"Quale?" chiedo, ma lo so già.
"Quella della Ferrari. Che io ho una Ferrari..."
"...in garage, sì, è vero..."
"...ma che devo imparare a guidarla."
Allora mi hai sentito. Questa frase gliel'ho detta a settembre.
Sguardo di reciproca stima. Attimo di pace in un visetto di solito molto tormentato.
Posa il tema, firma, io metto l'ora di consegna, si sporge dietro la cattedra come per salutare la collega di sostegno che è oltre la mia sedia. E invece si china e mi avvolge appena, per un nanosecondo, in un abbraccio rispettoso, tenerissimo.
"...LEVATI.", gli ringhio. Ridacchia e se ne va.
Non riesco più a spiccicare una sillaba, né a mettere a fuoco i fogli che ho davanti, per diversi minuti.
La collega non deve avergli fatto troppo danno, se sa ancora essere così. Speriamo. Speriamo. Quest'ultimo periodo me lo porterò addosso tutta la vita, come un tatuaggio.
giovedì 11 giugno 2015
Il meglio al mondo
Alla prima ora
La prima cosa che vedo è Svampo che svetta, titanico, sugli altri, con un accappatoio verde. Subito dopo Sgamo, con accappatoio verde acqua. Ma immediatamente la mia attenzione viene distratta da Svacco. In gonna fucsia, maglia rosa con strappi sulla schiena da cui si intravede un reggiseno nero, trucco smoky degli occhioni verdi, rossetto rosso brillante, e un signor paio di tette. Seguito dal Pagliuzza che sfoggia, sul suo esile fisico dai piedoni sconfinati, un paio di leggings grigi e un vestitino grigio con la parte alta elegantemente paillettata. E c'ha le tette pure lui, ma più piccole, commisurate alla sua taglia. E per finire Scatto, che sopra ai pantaloncini di jeans ha una canottierina bianca con le paillettes azzurre, niente tette ma l'ombelico a vista.
Alcune delle ragazze invece, le più femminili e tranquille, hanno cappellini, occhialazzi e catenazze da rapper e girano in gruppo, con sorrisi elfici che smentiscono la loro appartenenza a una crew di periferia.
Tempo venti minuti sto facendo il tifo in palestra per la III C che disputa un triangolare di pallavolo, e sulla mia guancia destra spicca uno stampo di labbra color rosso brillante. Ahem. ("Posso?" ha rispettosamente chiesto Svacco, che voleva provare a lasciare il timbro, e, visto che funzionava, ha timbrato subito dopo anche il collo di Scatto e poi ha tentato senza successo di limonarsi Uomo Saggio).
Alla seconda ora
La terza C perde il torneo e la collega mette su una versione bruttissima di "We are the world", sulla quale invita le terze a salutarsi. Scoppiano in singhiozzi le prime ragazzine, ma si commuovono anche Uomo Saggio e Vento del Nord. Un abbraccio via l'altro, cominciamo a dirci addio, ma è presto.
In attesa del saggio di musica c'è un primo intervallo. All'improvviso la Nonna mi chiede di andare con lei e io mi rendo conto che stanno convergendo sull'aula conferenze, da tutti i punti della scuola, i ragazzi di terza, gli stessi che negli ultimi giorni si facevano rincorrere per tutto l'edificio perchè tra una lezione e l'altra si smaterializzavano sghignazzando, come il gatto di Lewis Carroll.
Arrivano tutti, chiudono la porta e mi mettono seduta in prima fila, poi accendono la LIM e parte un video con tutte le foto, dalla torta fatta per l'arrivo di Waanaagsan alla festa di Halloween, dai saluti alla Pianista che andava in maternità al mio compleanno, fino alla giornata dell'Eleganza con tutti noi infighettati che leggiamo poesie. Quando penso che il video sia finito, compare una scena di mari tropicali, e scorre la scritta: "Ma non possiamo concludere così, senza nemmeno una frase...". Mentre mi preparo all'impatto di una frasona cosmica, cominciano a scorrere righe colorate e mi rendo conto, con reale senso di stordimento, che ognuno di loro ha messo la sua dedica, e sono tutte diverse. Gente come Sandra Bullock, la cui voce avrò sentito tre volte in tutto l'anno, che mi ringrazia per esserci stata sempre quando aveva bisogno. Svacco che mi apostrofa per nome e mi scrive un mezzo poema, ma la dedica di Sgamo è ancora più lunga, e quella di Scatto contiene le scuse per avermi fatto morire di fatica a tenerlo buono (e me le ha anche scritte sulla foto di classe... io sulla sua ci ho scritto "a uno dei più abominevoli e adorabili chiodi della mia bara"). Una sola frase affettuosissima da Svampo, Waanaagsan che mi assicura che non mi dimenticherà, tante altre cose belle, da tutti, finchè non vedo più niente e dietro di me si sente tirare su col naso rumorosamente, allora mi volterei ad coccolare le ragazzine in lacrime, ma Giudiziosa deve ancora leggermi il bigliettino con la dedica di tutti, che mi stronca definitivamente. Insomma, riesco praticamente solo a balbettare un grazie e mi si buttano tutti addosso per farsi abbracciare.
Santa Madonna. L'ho detto io che ero cotta persa di loro fin dalla prima settimana, ma questo è molto di più di quel che mi aspettavo.
Alla terza ora
Il saggio di musica è molto più spettacolare degli altri anni. Ci sono delle ragazzine di seconda che cantano come angeli, un grosso gruppo di alunni che suonano la chitarra classica, qualcuno che ci dà giù pesante di chitarra elettrica, poi Frecciolina che suona un brano di Bach alla tastiera, e Svacco che, sempre con la mise da Pretty in pink, le tette e gli occhi truccati, esegue alla perfezione una sonata con cui ha appena vinto il premio solista del concorso Asti Musica. Viene giù l'auditorium a forza di applausi per ogni pezzo cantato o suonato, finchè l'ultimo è "All about that bass" e balliamo tutti.
Alla quarta ora
Mi chiamano in seconda, dove Lentiggini piange disperato, con intorno una cerchia di amici altrettanto affranti, perchè, dopo averci sbeffeggiato per mesi con "Tanto io torno in Romania! Me ne vado! L'anno prossimo non ci sono più!" e aver risposto "No!" tutte le volte che io gli raccomandavo di scriverci e farsi vivo, adesso in Romania ci torna davvero e gli si spezza il cuore.
Alla quinta ora
Sto urlando "Vaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii vaaaaaaaiiiiii!" ogni volta che Waanaagsan tocca palla e attraversa tutto il campo da calcio, dribblando ragazzini alti un terzo di lui, per insaccocciare un goal in porta. Viene di sua spontanea volontà a battermi il cinque appena finita la partita, con un sorriso esausto e fierissimo.
Prendo da parte Sgamo e gli dico di stare fuori dai guai, di non confondere gli scherzi coi problemi, di stare attento. Non gli dico di cosa parlo. Ma lui lo sa, credo. Prova a fare lo strafottente ("m'ha fatto commuovere prof"), ma secondo me ha sentito.
Alla sesta ora
Ultimi saluti sulla porta della scuola. La campanella. Esce gente, della mia terza e di altre, con gli occhi gonfi, e qualcuno dei prof commenta: "Eh sì ci stanno proprio male in questa scuola". Poi da uno dei pullmini ancora fermo e già strapieno scende Sgamo di corsa, di nuovo in braghette con l'accappatoio verde, per darmi un altro abbraccio, ma dietro di lui è sceso anche Scatto, talmente veloce che non l'ho visto arrivare, e così mi ritrovo presa in mezzo a due e a questo punto ci riescono, a farmi scoppiare in lacrime. E appena mi mollano questi, mi ritrovo avvolta da Uomo Saggio, e poi singhiozzando mi si avvinghia la Nonna, e anche Vento del Nord, con il suo faccione buono, scende correndo mentre il pullmino ingrana la marcia, mi stritola un'ultima volta.
E infine, come altri anni, la polvere della strada li inghiotte, e io resto lì a barcollare con una strana smorfia in faccia.
La prima cosa che vedo è Svampo che svetta, titanico, sugli altri, con un accappatoio verde. Subito dopo Sgamo, con accappatoio verde acqua. Ma immediatamente la mia attenzione viene distratta da Svacco. In gonna fucsia, maglia rosa con strappi sulla schiena da cui si intravede un reggiseno nero, trucco smoky degli occhioni verdi, rossetto rosso brillante, e un signor paio di tette. Seguito dal Pagliuzza che sfoggia, sul suo esile fisico dai piedoni sconfinati, un paio di leggings grigi e un vestitino grigio con la parte alta elegantemente paillettata. E c'ha le tette pure lui, ma più piccole, commisurate alla sua taglia. E per finire Scatto, che sopra ai pantaloncini di jeans ha una canottierina bianca con le paillettes azzurre, niente tette ma l'ombelico a vista.
Alcune delle ragazze invece, le più femminili e tranquille, hanno cappellini, occhialazzi e catenazze da rapper e girano in gruppo, con sorrisi elfici che smentiscono la loro appartenenza a una crew di periferia.
Tempo venti minuti sto facendo il tifo in palestra per la III C che disputa un triangolare di pallavolo, e sulla mia guancia destra spicca uno stampo di labbra color rosso brillante. Ahem. ("Posso?" ha rispettosamente chiesto Svacco, che voleva provare a lasciare il timbro, e, visto che funzionava, ha timbrato subito dopo anche il collo di Scatto e poi ha tentato senza successo di limonarsi Uomo Saggio).
Alla seconda ora
La terza C perde il torneo e la collega mette su una versione bruttissima di "We are the world", sulla quale invita le terze a salutarsi. Scoppiano in singhiozzi le prime ragazzine, ma si commuovono anche Uomo Saggio e Vento del Nord. Un abbraccio via l'altro, cominciamo a dirci addio, ma è presto.
In attesa del saggio di musica c'è un primo intervallo. All'improvviso la Nonna mi chiede di andare con lei e io mi rendo conto che stanno convergendo sull'aula conferenze, da tutti i punti della scuola, i ragazzi di terza, gli stessi che negli ultimi giorni si facevano rincorrere per tutto l'edificio perchè tra una lezione e l'altra si smaterializzavano sghignazzando, come il gatto di Lewis Carroll.
Arrivano tutti, chiudono la porta e mi mettono seduta in prima fila, poi accendono la LIM e parte un video con tutte le foto, dalla torta fatta per l'arrivo di Waanaagsan alla festa di Halloween, dai saluti alla Pianista che andava in maternità al mio compleanno, fino alla giornata dell'Eleganza con tutti noi infighettati che leggiamo poesie. Quando penso che il video sia finito, compare una scena di mari tropicali, e scorre la scritta: "Ma non possiamo concludere così, senza nemmeno una frase...". Mentre mi preparo all'impatto di una frasona cosmica, cominciano a scorrere righe colorate e mi rendo conto, con reale senso di stordimento, che ognuno di loro ha messo la sua dedica, e sono tutte diverse. Gente come Sandra Bullock, la cui voce avrò sentito tre volte in tutto l'anno, che mi ringrazia per esserci stata sempre quando aveva bisogno. Svacco che mi apostrofa per nome e mi scrive un mezzo poema, ma la dedica di Sgamo è ancora più lunga, e quella di Scatto contiene le scuse per avermi fatto morire di fatica a tenerlo buono (e me le ha anche scritte sulla foto di classe... io sulla sua ci ho scritto "a uno dei più abominevoli e adorabili chiodi della mia bara"). Una sola frase affettuosissima da Svampo, Waanaagsan che mi assicura che non mi dimenticherà, tante altre cose belle, da tutti, finchè non vedo più niente e dietro di me si sente tirare su col naso rumorosamente, allora mi volterei ad coccolare le ragazzine in lacrime, ma Giudiziosa deve ancora leggermi il bigliettino con la dedica di tutti, che mi stronca definitivamente. Insomma, riesco praticamente solo a balbettare un grazie e mi si buttano tutti addosso per farsi abbracciare.
Santa Madonna. L'ho detto io che ero cotta persa di loro fin dalla prima settimana, ma questo è molto di più di quel che mi aspettavo.
Alla terza ora
Il saggio di musica è molto più spettacolare degli altri anni. Ci sono delle ragazzine di seconda che cantano come angeli, un grosso gruppo di alunni che suonano la chitarra classica, qualcuno che ci dà giù pesante di chitarra elettrica, poi Frecciolina che suona un brano di Bach alla tastiera, e Svacco che, sempre con la mise da Pretty in pink, le tette e gli occhi truccati, esegue alla perfezione una sonata con cui ha appena vinto il premio solista del concorso Asti Musica. Viene giù l'auditorium a forza di applausi per ogni pezzo cantato o suonato, finchè l'ultimo è "All about that bass" e balliamo tutti.
Alla quarta ora
Mi chiamano in seconda, dove Lentiggini piange disperato, con intorno una cerchia di amici altrettanto affranti, perchè, dopo averci sbeffeggiato per mesi con "Tanto io torno in Romania! Me ne vado! L'anno prossimo non ci sono più!" e aver risposto "No!" tutte le volte che io gli raccomandavo di scriverci e farsi vivo, adesso in Romania ci torna davvero e gli si spezza il cuore.
Alla quinta ora
Sto urlando "Vaiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii vaaaaaaaiiiiii!" ogni volta che Waanaagsan tocca palla e attraversa tutto il campo da calcio, dribblando ragazzini alti un terzo di lui, per insaccocciare un goal in porta. Viene di sua spontanea volontà a battermi il cinque appena finita la partita, con un sorriso esausto e fierissimo.
Prendo da parte Sgamo e gli dico di stare fuori dai guai, di non confondere gli scherzi coi problemi, di stare attento. Non gli dico di cosa parlo. Ma lui lo sa, credo. Prova a fare lo strafottente ("m'ha fatto commuovere prof"), ma secondo me ha sentito.
Alla sesta ora
Ultimi saluti sulla porta della scuola. La campanella. Esce gente, della mia terza e di altre, con gli occhi gonfi, e qualcuno dei prof commenta: "Eh sì ci stanno proprio male in questa scuola". Poi da uno dei pullmini ancora fermo e già strapieno scende Sgamo di corsa, di nuovo in braghette con l'accappatoio verde, per darmi un altro abbraccio, ma dietro di lui è sceso anche Scatto, talmente veloce che non l'ho visto arrivare, e così mi ritrovo presa in mezzo a due e a questo punto ci riescono, a farmi scoppiare in lacrime. E appena mi mollano questi, mi ritrovo avvolta da Uomo Saggio, e poi singhiozzando mi si avvinghia la Nonna, e anche Vento del Nord, con il suo faccione buono, scende correndo mentre il pullmino ingrana la marcia, mi stritola un'ultima volta.
E infine, come altri anni, la polvere della strada li inghiotte, e io resto lì a barcollare con una strana smorfia in faccia.
mercoledì 10 giugno 2015
Quando parti?
...chiese, a Spersa, Castagna.
...bisognerebbe chiedere a Sanguedelmiosangue, ora che l'Irlandese ha scritto "sono stato troppo orgoglioso".
...chiedono, a Castagna, alcuni. Consapevoli che ella qui soffre. Come un cazzo di fottuto cane bastonato e tenuto alla catena sotto il sole.
Castagna pensa al weekend. Al muro celeste dell'albergo. Ai lampi nel cielo. Alle zucchine. A un bacio ad un semaforo. Al fatto che oggi l'ha sentito ridere.
Castagna pensa anche all'estate. Alla Princi che fa 18 anni. Alle siepi da potare qua sotto il condominio e a chi potrebbe venire a potarle. Al corridoio della scuola. Alla casa in montagna che forse nemmeno aprirà.
Castagna pensa al suo cuore e a tutte le sue altre parti anatomiche trascurate da tanto tempo.
Castagna guarda la sua bocca. Sente la sua voce. Aspetta i suoi messaggi. Castagna sfiora da lontano il suo pensiero. E cerca di tacere, e di sentirlo con l'olfatto, con l'utero, con le cellule cerebrali più antiche. Castagna cerca di pensare che bisogna ripartire da un nuovo inizio.
E risponde alla domanda.
Mai.
Lui è la mia Africa. La mia America. La mia avventura migliore. Non ho la mappa e ho paura. Ma sono ancora curiosa di esplorarlo.
No che non parto.
...bisognerebbe chiedere a Sanguedelmiosangue, ora che l'Irlandese ha scritto "sono stato troppo orgoglioso".
...chiedono, a Castagna, alcuni. Consapevoli che ella qui soffre. Come un cazzo di fottuto cane bastonato e tenuto alla catena sotto il sole.
Castagna pensa al weekend. Al muro celeste dell'albergo. Ai lampi nel cielo. Alle zucchine. A un bacio ad un semaforo. Al fatto che oggi l'ha sentito ridere.
Castagna pensa anche all'estate. Alla Princi che fa 18 anni. Alle siepi da potare qua sotto il condominio e a chi potrebbe venire a potarle. Al corridoio della scuola. Alla casa in montagna che forse nemmeno aprirà.
Castagna pensa al suo cuore e a tutte le sue altre parti anatomiche trascurate da tanto tempo.
Castagna guarda la sua bocca. Sente la sua voce. Aspetta i suoi messaggi. Castagna sfiora da lontano il suo pensiero. E cerca di tacere, e di sentirlo con l'olfatto, con l'utero, con le cellule cerebrali più antiche. Castagna cerca di pensare che bisogna ripartire da un nuovo inizio.
E risponde alla domanda.
Mai.
Lui è la mia Africa. La mia America. La mia avventura migliore. Non ho la mappa e ho paura. Ma sono ancora curiosa di esplorarlo.
No che non parto.
venerdì 5 giugno 2015
Un post che potrebbe pigliarvi anche piuttosto male, io vi avviso
Il giorno in cui ho dato
il titolo a questo blog avevo in mente un ben preciso tipo di
tempesta, quella ormonale.
In realtà era un bel
titolo, adatto a me, perchè tutta la mia vita, professionale e non,
è un lungo e spesso burrascoso viaggio per mare, in cui a volte sono
conciata come Pi(scine Molitor) Patel, cioè sola su un'imbarcazione
di fortuna con una grossa tigre feroce, altre volte comando una
grande, solida nave da crociera, qualche volta combatto su un
incrociatore, e non di rado esploro continenti sconosciuti su un
veliero dagli scricchiolii suggestivi.
Ma ho sempre pensato che,
un giorno, avrei raccolto il coraggio per scrivere un post su un
aspetto della vita degli insegnanti che pochi considerano: l'impatto
ormonale dei ragazzi su esseri umani adulti che passano le giornate
con loro. Ho parlato, qua e là, delle mie classi come di nidi, di
cucciolate, di gruppi così "miei" che sapevo dall'odore,
per un meccanismo materno di riconoscimento olfattivo, in quale aula
fossero appena passati. Ho parlato di tanti ragazzi e ragazze che
sono stati sotto i miei occhi durante il loro sviluppo fisico, di cui
ho intravisto i primi amori, di cui ho letto o ascoltato le emozioni
e i turbamenti, squadernati senza pudore davanti allo sguardo di chi
non è nè la mamma, nè la sorella, nè un'estranea. Qualcuno di cui
si fidano in modo infantile e a cui involontariamente sottopongono a
volte risvolti privatissimi, in barba alle leggi che fanno di noi
algidi burocrati, giudici imparziali, severi ufficiali della
Repubblica. Perchè a volte è più facile andare a parlare della
prima importante esperienza a letto, o della prima vera scottatura,
con qualcuno che ti ha visto bambino, e ti ha letto di Paolo e
Francesca o di Angelica e Medoro, piuttosto che con un altro
sedicenne o con un genitore.
Quello di cui non abbiamo
mai parlato qui è l'effetto che fanno sui prof certe frasi, certi
sguardi, il bisogno di condividere, di essere ascoltati e creduti,
tutta questa confidenza che, giuro, a volte proprio non è nè
incoraggiata nè tantomeno richiesta da noi adulti, presi da
tutt'altro, ma ci investe come un acquazzone improvviso.
Dall'alto (euh! bum) dei
miei quasi tredici anni di mestiere, posso ormai dire serenamente che
sì, capita, e come, l'impatto frontale che non ti aspetti. Dopo aver
chiacchierato con un po' di gente che, a quarant'anni e oltre, è in
grado di discutere con il dovuto distacco delle proprie esperienze
passate, emerge con chiarezza che il coinvolgimento tra insegnanti e
studenti è più frequente di quanto si creda. Non sempre si avvera
nei fatti la mitologica trombata con la supplente di ginnastica o
l'infrascata in auto con il docente di filosofia (ah, peraltro,
colleghe alle prime armi, mi raccomando: diffidare il più possibile
del docente di filosofia, che può senz'altro apparire figo, nella
versione tenebrosa o in quella vulnerabile, e intellettualmente
arrapante da matti, ma poi si rivela un cinico divorziato senz'anima
che devasta le vite delle giovani supplenti di lettere, mandandole in
rianimazione dopo mesi di anoressia o tentativi di suicidio: e questa
non sono io, ma ne conosco ben due che ci sono passate). In
particolare, nella fascia d'età che frequento io il passare alle vie
di fatto è decisamente illegale, oltre che professionalmente
scorretto (ma attenzione agli/alle ex alunni/e: quelli/e diventano
maggiorenni, e a volte ritornano, con intenzioni inequivocabili).
Ma esiste un livello di
coinvolgimento, platonico per carità, però a volte davvero
profondo, che non si può controllare con nessuna legge. C'è
adolescente e adolescente. Non tutti sono teneri boccioli che si
affacciano arrossendo alla vita. Non tutti i maschi sono capretti
esuberanti che saltellano nel prato, e non tutte le ragazzine sono
bamboline innocenti che riempiono il diario di cuoricini rosa. Senza
con ciò fare di loro dei piccoli maniaci o delle Lolite senza
pudore, sono tutti diversi, l'età mentale e quella fisica coincidono
pochissimo nelle loro personcine in evoluzione, e noi "grandi" a
volte non abbiamo la prontezza di difenderci e ci ritroviamo la
freccia piantata nel fianco prima di aver visto l'arco. Questa cosa
l'ho imparata sulla mia pelle, come molti colleghi e colleghe prima
di me. Ora che la so, non mi spaventa più. E' che lavoriamo con le
anime, i corpi e i caratteri di tanti esseri umani diversi, e che,
soprattutto, siamo esseri umani pure noi. E se devo scegliere tra
essere la feroce istitutrice senza cuore e la prof Castagna che a
volte non riesce a far lezione perchè si butta via dal ridere, o si
fa venire il groppo in gola dall'emozione, beh, io voglio essere me
tutta la vita. Rischi compresi. Basta saperlo, ecco, che potrebbe
arrivare qualcuno che, magari senza volere, ti apre uno squarcio
nella diga, ti si presenta inopportunamente nei sogni o ti lascia
semplicemente senza parole, in contemplazione di qualcosa di nuovo,
fresco, bellissimo, come possono essere belli, dentro e fuori, solo
gli adolescenti. Ogni tanto arriva, poi passa e se ne va. E anche noi
prof dobbiamo sapere che a volte, molto più per le doti di carattere
e di intelligenza, ironia, sensibilità, che per le nostre apparenze
esteriori, lasciamo un segno su qualcuno. Che poi potrebbe
incontrarci anni dopo, e guardarci con una tenerezza sconvolgente,
annullando le proprie difese di fronte a una persona di cui si fida
davvero, e rivivendo con il senno di poi le emozioni di un mondo
perduto, in cui tutto quello che contava era che il tuo prof
preferito ti facesse un complimento perchè eri stato bravo. Dovete
pensare all'effetto che può fare essere guardati così. Non è una
cosa paragonabile con molte altre.
Mentre scrivo penso al
Danno, che ho rivisto ormai grande dopo l'incidente che lo ha quasi
ammazzato, e che ha traversato la sala per venire a salutarmi e a me,
solo a me in tutta una stanza piena dove aspettavano di sentirlo
parlare della sua vittoria sul coma e della sua riabilitazione, ha
detto, a voce bassa e senza minimamente vergognarsi: "Sono
agitatissimo". Perchè a me lo poteva dire, anche se non mi
vedeva da tempo, io ero ancora la sua prof di allora, quella che lo
sgridava quando faceva il figo ma non aveva studiato, e che fingeva
di non avere il batticuore quando lui le regalava i fiori raccolti
lungo la strada. Ecco, in quella stanza c'erano sua madre, sua
sorella, la sua ragazza, un sacco di amici, ma solo tra me e lui
c'era quell'istante.
Capite che, se una cosa
così ti succede nel momento sbagliato della tua vita, può aprirti
un bel taglio nelle tue sicurezze su chi sei e che ruolo hai. Se poi
chi ti riempie di attenzioni e visibilmente dipende dalla tua
approvazione e dal tuo affetto passa con te parecchie ore a
settimana, in una stanza dove si correggono aridi esercizi ma si
parla anche tanto di tutto il resto, è possibile che la cosa ti
faccia stare anche un bel po' male. Ma, come detto, passa.
Però.
C'è un però.
Soprattutto a chi, come
noi, si occupa dei più giovani, bisognerebbe dare un minimo supporto
psicologico per far fronte a certe cose. Ho trovato molto
interessante il libriccino di un collega, intitolato non a caso
"Uscirne vivi", in cui si parla delle difficoltà del
nostro mestiere. Un capitoletto breve e composto, ma non imbavagliato
da inutile ipocrisia, è dedicato al coinvolgimento sentimentale tra
insegnanti e studenti. Menomale che qualcuno lo dice, ho pensato.
Ovviamente ribadisce che succede, spesso sì, ma va tenuto sotto
controllo, e da chi? Da noi, non certo da loro, che sono così
ingenui a volte da scambiare le loro emozioni per l'unica legge
valida sul pianeta. E io aggiungo: è' bello vedere che non si vergognano di quel che
provano, che si sentono invincibili nella loro disarmante sincerità.
E' fin troppo dolce, per noi adulti stanchi e disincantati, la
sicumera con cui affermano un loro bisogno, molto più interiore che
fisico, spesso, senza percepire l'inadeguatezza della situazione. Ma
il concetto, una volta scemata l'ondata di tenerezza, imbarazzo,
preoccupazione o semplice sorpresa, è semplice. Loro confondono i
ruoli, NOI NO. Ci piacerebbe, magari, ma non lo possiamo fare.
Ecco perchè quest'anno
così bello per me rimarrà un ricordo indelebile, di giornate piene
di gioia e soddisfazione, ma con una macchia scura che rovina proprio le
ultime, importantissime settimane: il pasticciaccio brutto tra uno
dei miei "grandi" e una collega, tra l'altro più vecchia
di me. Che rischia già la denuncia per altre leggerezze commesse sul
lavoro, dal momento che confondere i ruoli, evidentemente, le piace.
Ma a me, e non solo a me, leva il sonno perchè non respinge, anzi
incoraggia in modo pericolosissimo, una situazione che sì, si poteva
creare, l'ho detto appunto finora, ma doveva restare entro un certo
limite.
E la cosa più grave è
che gli altri ragazzi, per quanto noi cerchiamo di proteggerli, se ne
sono accorti e sono rimasti davvero turbati.
Credetemi, se vi dico che,
pur in questi pochi anni, ne ho viste già molte di cose. Ma sono
venuti a parlarmi tutti seri Giudiziosa, la Nonna, Vento del Nord e
Svacco e poveri ragazzi, erano così pieni di tatto nel cercare di
spiegare che erano a disagio, che ad un certo punto gli occhi di
Svacco si sono riempiti dell'angoscia che io non capissi, e davvero,
la sua espressione quando è sbottato e mi ha detto cosa pensava,
usando peraltro un modo molto controllato di esprimere i suoi dubbi,
mi ha fatto un male boia e non me la scorderò facilmente.
Passo le giornate a
guardare in tralice il ragazzo in questione e chiedermi a che punto
sia davvero giunto il pasticcio, e se dovrei parlargli: a lui
direttamente, visto che la madre problemi su dove sia, su come passi
i pomeriggi, su di chi siano le macchine su cui sale, evidentemente
non se ne pone. Ho paura. Per lui, prima di tutto, per la collega che, pur richiamata
all'ordine con delicatezza sia da me che da altri, non si è fermata,
per la classe, per noi prof, per la pace della mia povera Scuolina
Rosa.
E ho anche paura di
perdere di colpo la pazienza con la collega, di stancarmi
all'improvviso di camminare sulle uova, e creare un casino all'esame.
L'anno scorso si è visto bene, in commissione d'esame, con il povero
ignorante che ha preso il posto della Compagna Collega, che cosa
posso diventare io quando un docente che è in torto e di cui non ho
stima mi tocca i miei ragazzi o si mette di traverso al compimento
del lavoro di anni. Non vi consiglio di incontrare il mio cammino
quando succede una cosa del genere. Ma temo che, con questa prof, la
reazione sarebbe ben diversa da quella che il malcapitato supplente,
presuntuoso e imprudente ma comunque giovane e inesperto, si è
potuto permettere di fronte ai miei ruggiti. E non voglio per nessun motivo danneggiare i ragazzi.
E così, anche quest'anno
all'esame non ci si annoia, vedete. Ma, io, timbrare pacchi alle poste perché non l'ho mai considerato, come opzione, perché?
giovedì 4 giugno 2015
E la razza umana è piena di passione
"Cosa stai facendo, Svampo?"
"Ennò è che non viene, aspetti... vieni? Dai? Scendi?"
La lucertola in effetti sta scendendo lungo il muro.
"No. COSA stai facendo, Svampo?"
"Ehm."
"Stai facendo l'ultimo tema dell'anno. Anzi delle medie. Perciò concentrati, invece di parlare con un geco."
Risatine.
Poi si piegano sui fogli, che oggi sono appoggiati sopra un quadernone sulle ginocchia, perché siamo in giardino, la classe era un altoforno.
Io riabbasso la testa sulle ricerche di Geografia. Alla mia destra Scatto tenta di dondolare sulla sedia, mangiare la biro, tenere in equilibrio i fogli sulle gambe nervose, ridacchiare, fare il tema e ascoltare i passerotti sull'albero. Alla mia sinistra Svacco, con gli occhi sempre più verdi nel viso abbronzato e l'aria annoiata, perde tempo a guardare il cielo, i compagni, le sue stesse mani, le piante e me. Lo guardo con espressione interrogativa e un po' scocciata. Mi fa un sorriso. E va avanti imperterrito, dorato, olimpico, a non fare un cazzo.
Lascio vagare lo sguardo. Giudiziosa con la sua aria saggia. La Nonna che ride perché è felice di essere viva, intelligente e ironica. Waanagsan che scrive. Waanagsan che scrive? Sì. Il titolo della traccia chiedeva di parlare dell'esperienza di avere a che fare con persone di lingua diversa dalla propria, e lui ne sa qualcosa.
Sgamo che si affaccia dalla finestra del corridoio per chiedermi una parola, lui l'ho dovuto esiliare in classe da solo perché rompeva.
"Si può dire a parole e gesticolazioni?"
"Va bene a parole e gesti, Sgamo."
"Bella, prof."
Torna dentro.
Uomo Saggio, il solo e l'unico col 10 e lode di Storia (a Shanghai, me lo son dovuta andare a prendere), vuole sapere se esiste una pietra preziosa nera. Gli dico agata, onice. "Ma è una parola brutta." Poi vuole sapere come si chiama il bianco dell'occhio. "Sclera, credo."
Ripete, deluso, che è una brutta parola. Intanto Scatto: "Io sono sclerato! C'entra?"
Verremo poi a sapere che Uomo Saggio cercava un modo poetico per descrivere gli occhi neri di una ragazza.
Prima che qualcuno indaghi, fa un sorriso orientale molto pudico e afferma: "Ma è una storia inventata, prof". Lo lascio in pace. Poi guardo Sandra Bullock, che è talmente bella che ci si potrebbe combattere una guerra, per averla, e ha gli occhi come due liquidi pozzi di pece, e mi chiedo se ho azzeccato.
Gli altri non li sento, sono concentratissimi, ammucchiati lì sulle seggioline che tengono, chissà perché, tutte vicine, come un gruppetto di uccellini posato sullo stesso ramo.
Sono talmente uniti che sembrano tutti fratelli. È un peccato che debbano dividersi. Anche da me. Il Pagliuzza è in gemellaggio Italia Francia da due giorni e già mi manca.
Il loro regalo per me, al ritorno dalla gita in Umbria, era una penna d'oca con la sua boccetta d'inchiostro. Mi ha di nuovo stordito come mi conoscano bene. Ci vuole una bella festa per finire questa annata straordinaria, ma abbiamo un problema tra colleghi molto grave di cui magari vi dirò, più avanti, e non so se sia il caso di organizzare. Peraltro non mi preoccupo, con questi la rimpatriata si fa sicuramente anche più avanti, e non una volta sola.
Capitano, le classi dove ti fai degli amici. A quelli di Latino ho dato il diplomino e in fondo ho messo una frase sull'amicizia di Cicerone. Quando gliel'ho tradotta si sono quasi commossi.
E adesso siamo pronti al rush finale. Io e i puccettosi alla conquista dell'esame di terza.
"Ennò è che non viene, aspetti... vieni? Dai? Scendi?"
La lucertola in effetti sta scendendo lungo il muro.
"No. COSA stai facendo, Svampo?"
"Ehm."
"Stai facendo l'ultimo tema dell'anno. Anzi delle medie. Perciò concentrati, invece di parlare con un geco."
Risatine.
Poi si piegano sui fogli, che oggi sono appoggiati sopra un quadernone sulle ginocchia, perché siamo in giardino, la classe era un altoforno.
Io riabbasso la testa sulle ricerche di Geografia. Alla mia destra Scatto tenta di dondolare sulla sedia, mangiare la biro, tenere in equilibrio i fogli sulle gambe nervose, ridacchiare, fare il tema e ascoltare i passerotti sull'albero. Alla mia sinistra Svacco, con gli occhi sempre più verdi nel viso abbronzato e l'aria annoiata, perde tempo a guardare il cielo, i compagni, le sue stesse mani, le piante e me. Lo guardo con espressione interrogativa e un po' scocciata. Mi fa un sorriso. E va avanti imperterrito, dorato, olimpico, a non fare un cazzo.
Lascio vagare lo sguardo. Giudiziosa con la sua aria saggia. La Nonna che ride perché è felice di essere viva, intelligente e ironica. Waanagsan che scrive. Waanagsan che scrive? Sì. Il titolo della traccia chiedeva di parlare dell'esperienza di avere a che fare con persone di lingua diversa dalla propria, e lui ne sa qualcosa.
Sgamo che si affaccia dalla finestra del corridoio per chiedermi una parola, lui l'ho dovuto esiliare in classe da solo perché rompeva.
"Si può dire a parole e gesticolazioni?"
"Va bene a parole e gesti, Sgamo."
"Bella, prof."
Torna dentro.
Uomo Saggio, il solo e l'unico col 10 e lode di Storia (a Shanghai, me lo son dovuta andare a prendere), vuole sapere se esiste una pietra preziosa nera. Gli dico agata, onice. "Ma è una parola brutta." Poi vuole sapere come si chiama il bianco dell'occhio. "Sclera, credo."
Ripete, deluso, che è una brutta parola. Intanto Scatto: "Io sono sclerato! C'entra?"
Verremo poi a sapere che Uomo Saggio cercava un modo poetico per descrivere gli occhi neri di una ragazza.
Prima che qualcuno indaghi, fa un sorriso orientale molto pudico e afferma: "Ma è una storia inventata, prof". Lo lascio in pace. Poi guardo Sandra Bullock, che è talmente bella che ci si potrebbe combattere una guerra, per averla, e ha gli occhi come due liquidi pozzi di pece, e mi chiedo se ho azzeccato.
Gli altri non li sento, sono concentratissimi, ammucchiati lì sulle seggioline che tengono, chissà perché, tutte vicine, come un gruppetto di uccellini posato sullo stesso ramo.
Sono talmente uniti che sembrano tutti fratelli. È un peccato che debbano dividersi. Anche da me. Il Pagliuzza è in gemellaggio Italia Francia da due giorni e già mi manca.
Il loro regalo per me, al ritorno dalla gita in Umbria, era una penna d'oca con la sua boccetta d'inchiostro. Mi ha di nuovo stordito come mi conoscano bene. Ci vuole una bella festa per finire questa annata straordinaria, ma abbiamo un problema tra colleghi molto grave di cui magari vi dirò, più avanti, e non so se sia il caso di organizzare. Peraltro non mi preoccupo, con questi la rimpatriata si fa sicuramente anche più avanti, e non una volta sola.
Capitano, le classi dove ti fai degli amici. A quelli di Latino ho dato il diplomino e in fondo ho messo una frase sull'amicizia di Cicerone. Quando gliel'ho tradotta si sono quasi commossi.
E adesso siamo pronti al rush finale. Io e i puccettosi alla conquista dell'esame di terza.
domenica 31 maggio 2015
Relapsa
Se non fosse che io e la Chiesa cattolica, Dio padre e i preti assolutamente non ci possiamo più soffrire da anni, e che Gesù lo rispetto come un grande esempio e lo Spirito Santo secondo me è semplicemente un altro modo per dire il Bene o la Forza o l'illuminazione,
se insomma io fossi ancora convinta che esiste un Qualcuno dotato di a) esistenza, appunto b) potere e c) voglia di usarlo su richiesta / dietro compenso,
stanotte starei pregando.
Siccome sono messa come sono messa, prendo la mala e attacco con il mantra. Sai mai che almeno non mi calmi, che non mi permetta almeno di dormire, che domattina non mi svegli che ho CAPITO.
Perché evidentemente fare quel che avrei fatto finora, e cioè stendere una gamba e trovare il tuo piede caldo, non mi è servito a capire.
se insomma io fossi ancora convinta che esiste un Qualcuno dotato di a) esistenza, appunto b) potere e c) voglia di usarlo su richiesta / dietro compenso,
stanotte starei pregando.
Siccome sono messa come sono messa, prendo la mala e attacco con il mantra. Sai mai che almeno non mi calmi, che non mi permetta almeno di dormire, che domattina non mi svegli che ho CAPITO.
Perché evidentemente fare quel che avrei fatto finora, e cioè stendere una gamba e trovare il tuo piede caldo, non mi è servito a capire.
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