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domenica 26 novembre 2017

Psicologhe, carte degli angeli, cuscini e straccetti di tacchino

Dice che devo farla uscire, la rabbia. Lo dico anche io: lo dicevo l'altra sera nell'antro magico di Guru Cri, mentre commentavamo la carta degli angeli che avevo estratto a metà lezione ("Condivisione") e quella presa alla fine ("Progresso"). Dicevo che io mi sento in progresso, e senz'altro condivido molto più ora di me stessa di quanto fossi mai stata capace di fare in passato. Ma che ho queste bolle di rabbia repressa che a volte mi devastano. In forme varie: una sensazione di cadere improvvisa a metà della corsia ortofrutta, la gola che si chiude, un bisogno spasmodico di urlare, una spossatezza rassegnata prima ancora di arrabbiarmi per qualcosa che pure richiederebbe un mio intervento energico.
Ho pensato per diverse settimane alle soluzioni e alla fine ne ho parlato con la psicofata, che come tutte le fate buone mi lascia andare, se ne ho bisogno, ma mi dà un bacio profumato e un consiglio magico. E io, come tutti i protagonisti di avventure fiabesche, le prometto solennemente di ricordarmene. E sono anche diventata una che le mantiene, le promesse. Svolgo come una solerte piccola Dorothy tutti i passaggi sulla stradina lastricata per arrivare alla Città di Smeraldo, e mi ritrovo a crocettare sul frigorifero i giorni in cui eseguo gli esercizi prescritti. E a pensare a come mi sento eseguendoli.
Tipo che ieri ho preso a pugni una pila di cuscini e ansimato contro i medesimi almeno trenta volte "troia puttana, puttana puttana puttana". E se anche ero partita credendo di prendermela con l'Uomo, poi era inequivocabile che stessi insultando me stessa, e molte altre che conosco. Diciamo che era un troiaputtana universale: se anche solo per un nanosecondo avete mai nella vita fatto qualcosa che arrecava danno dolore inganno e offesa a vostro marito, o alla moglie di un altro, sentitevi pure chiamate in causa. E ringraziate che i pugni li mollavo nei cuscini, visto che adesso a forza di chaturanga dandasana e cane a faccia in su e a faccia in giù ce li ho ridefiniti, i muscoli nelle braccia.
Comunque oggi l'ho rifatto ma con meno impegno, e i pugnazzi, non accompagnati da litania di insulti ma solo da un senso di svuotamento, erano per una tizia dalla pelle ambrata che mi fa masticare chiodi ogni volta che papino ci lascia sole, per quanto ciò avvenga sempre meno. Tizia dalla pelle ambrata che oggi tra l'altro ha salutato il mio guizzo di haute cuisine, straccetti di tacchino alle nocciole, con l'ennesima dimostrazione di totale disinteresse per quel che mangia, ma scartando amorevolmente una per una tutte le nocciole. Che bello.
Domani di nuovo scuola: come si diceva oggi con un amico al telefono, benediciamo i lunedì, che almeno il lavoro distrae.

domenica 19 novembre 2017

E una notte tra molte

No, è che il sabato proprio non ci dice, questo fatto del dormire, ma zero eh. Il mio organismo trova ogni motivo, ogni scusa, come un bambino che non vuol fare i compiti, le inventa tutte per regredire allo stato di insonnia feroce, spietato, che da troppi anni si associa a questo giorno della settimana. E magari fosse perché vado a ballare o tiro tardi a cena con persone gradevoli, amici, parenti, l'amore della mia vita. No no.

Eppure ero raggomitolata al caldo, con una mano dell'Uomo sotto il pigiama, fino a un paio d'ore fa. Poi è rientrata la figlia e lì la scelta che si poneva al mio subconscio era:

Piano A: lasciamo che Castagna continui a dormire e intanto suscitiamo nel suo stato cerebrale uno sfogo di rabbia cieca per il comportamento della figlia, che anche oggi si è distinto per brutalità nei suoi confronti, inducendola a digrignare i denti fino a spezzarseli.

Piano B: impediamo a Castagna di rientrare nello stato di sonno e scateniamole una riga di pensieri cupi dovuti allo scontro odierno con la figlia, peraltro da lei egregiamente sostenuto, e soprattutto gestito in maniera esemplare dall'Uomo, che avrà tanti difetti ma porca troia il padre lo sa fare. Poi avviliamo Castagna con una serie di proiezioni a tinte fosche sul futuro di questa ragazzina. E già che ci siamo facciamola sentire inadeguata, indifesa, sola come una merda, rivanghiamo bene tutto quel che l'ha delusa, ferita e strapazzata negli ultimi 48 mesi, condiamo con la legittima preoccupazione per i prossimi sviluppi di una grana scolastica seria che la vede capitanare niente po' po' di meno che una ribellione contro la Preside Chic, e, quando proprio siamo sicuri che ci sia il carico massimo, facciamole venire l'illuminazione di aver fatto in giornata almeno due errori madornali in due diversi dialoghi con l'Uomo, che poi è la sola cosa di cui realmente le frega, la sola cosa che la mette in ginocchio e le fa gridare basta pietà.

Basta, pietà.

E l'altra cosa di cui davvero le fregava tanto, alla povera Castagna, era arrivare in forma alla giornata di domani, che è l'inizio del secondo corso di perfezionamento per istruttori di yoga, tenuto dalla Maestra Con La Emme Maiuscola. Ci teneva sul serio, infatti quando mercoledì si è ammalata ha azzerato tutte le attività della settimana tranne andare a lavorare, coll'obiettivo di questa domenica in cui vuole assolutamente fare bella figura e imparare il più possibile e suggere ogni goccia di quanto le viene mostrato e spiegato.

E no. Sono le due e mezza. Divano. Gattina color panna accucciata vicino. Camomilla e biscotti. Blog.

No io lo capisco cosa dice mia figlia eh. E capisco che bisogna tener duro e dire dei no, ormai sono pochissimi e proprio per quello sono irremovibili. E capisco che poteva andare orrendamente peggio eh. In fondo oggi più di metà della battaglia è stata condotta in due, è stata gestita in assoluta coerenza e sull'identica lunghezza d'onda da me e dall'Uomo, e le tre cose su cui si è fatto perno sono imprescindibili anche per la figlia. Ma sarà l'avere detto la fatidica frase "se vuoi cambiare la tua vita sei libera di farlo, ma allora lasci la scuola e ti cerchi un lavoro" (pronunciare "lasci la scuola" ha invertito la circolazione sanguigna in tutto il mio corpo e causato la lisi istantanea di tutte le mie cellule). Sarà quella cosa che tanto tempo fa ho chiesto alla Frenci (quando ancora alla Frenci si potevano dire le cose): "ma avere un figlio vuol dire che ti senti come se ti avessero aperto in due e lasciato sul tavolo operatorio dopo averti svuotato di tutti gli organi?". E non parlavo delle doglie del parto eh. Magari. Quelle più di tot ore non possono durare. Parlavo del primo momento in cui avverti la sensazione di non essere più tuo, mai più, sensazione che io ho accettato di buon grado in tutta la sua violenza, come si accetta il dolore della deflorazione, perché si sa che deve esserci ed è un passaggio irreversibile e necessario per tutto ciò che viene dopo a renderti immensamente felice. Parlavo della percezione che le tue arterie d'ora in poi siano collegate a quelle di un'altra forma di vita che può accelerare il tuo battito, drenarti via tutto il sangue, mescolarlo con fango, stelle, acqua, bolle d'aria, filtri magici, vetri rotti e qualsiasi altra cosa, per poi ributtartelo dentro e far scoppiare tutti i tuoi organi. E la cosa assurda è che quando il sangue te lo ha succhiato tutto, tutto, fino a lasciare di te un esoscheletro trasparente come una cavalletta seccata al sole, poi ti chiede un bicchier d'acqua e tu ti alzi e glielo vai a versare, anche se sei appena morto. Per carità, il bicchier d'acqua che porti ai tuoi figli è una ragione di vita sufficiente a resuscitare, anche dopo molto più di tre giorni. Per esempio, nell'estate 2015, se ci penso adesso, mi rendo conto che, in ventiquattro ore, il solo momento in cui riuscivo a mettere a fuoco qualcosa che non fosse la disperazione era quello in cui mi trascinavo in cucina e mi costringevo a preparare da mangiare per la Princi. Ma questo risucchio senza fine di tutte le energie disponibili, e questa chiarissima idea che quando forze non ce ne saranno più dovrai trovarne altre... la potenza di una cosa del genere non la sai finchè non ci sei. E quando ci sei, è troppo tardi, non c'è da nessuna parte la scritta "uscita di sicurezza". Vivi senza sicurezza, basta, ti ci abitui, a volte non ci dormi per settimane ma non tenti neanche di lottare. Se non avete figli, vi prego, credetemi sulla parola, e se ne avrete in futuro, ci sarà un momento in cui ve ne accorgerete e vi tornerà in mente quel che sto descrivendo.

Fatto salvo che io non potrei mai più immaginare di tornare indietro, e anche quando ho scritto che non dovrei essere qui ed è stato un errore tutto quanto, non intendevo dire che sono pentita o rinfacciare quanto mi sta costando. Solo che davvero non è andata come doveva andare: pur con tutti gli ottimi e innegabili risultati che la Princi dimostra di aver conseguito, c'è stato un vizio di fondo, che non è probabilmente colpa di nessuno e che non ci impedirà di andare avanti, ma c'è stato. E ce lo teniamo. Come ci teniamo l'Uomo, e come l'Uomo si tiene me. Credo si chiami amore, questo tenersi le persone così, senza mollare. O forse è follia. Ma non importa.

Importa il gattino color panna, qui. Importano la camomilla, i biscotti, il blog. Importa che siamo sotto lo stesso tetto e, anche se sto riflettendo sul mandare un bel messaggio, in cui dico che ho avuto un problema e al corso ci vado solo nella seconda parte della giornata, so benissimo che tra non molto porterò di là le mie meningi dolenti e le mie ossa rotte, e mi raggomitolerò di nuovo contro l'Uomo, e tra meno di cinque ore suonerà la sveglia e io arriverò al corso puntuale. Maestra Con La Emme Maiuscola mi insegnerà le posizioni sulla testa, avrò paura di cadere, sarò incapace di eseguirle perché non ho ancora abbastanza addominali, mi sentirò la peggiore del gruppo e penserò di nuovo di aver scelto una cosa troppo difficile per me. Arriverò a casa con dolori ovunque e dormirò, per poi arrivare a lunedì completamente tronata dalla sonnolenza e piena di sensi di colpa per non aver corretto le prove neanche questo weekend. L'Orsone mi infilerà un caffè dietro l'altro direttamente in vena e andremo insieme a fronteggiare il casino che io stessa ho sollevato venerdì, e per il quale il Gigante probabilmente mi odia, anche e soprattutto perché ho ragione, lui è d'accordo con me e quindi non può sottrarsi alla battaglia. E inizierà un'altra settimana.

Sapete cosa vorrei adesso? Essere esattamente dove sono, quella che sono, con le persone con cui sono. E' stato un errore tutto, sì. Quando alla fine tirerò il mi ultimo bilancio, saranno molti di più i giorni in cui ho pianto di quelli in cui ho gioito. Eppure.



lunedì 13 novembre 2017

Quattro giorni presi a caso - ultimo capitolo

Mercoledì, ore 12 circa

Bussano alla porta della sala prof. Non solo, ma la porta resta chiusa. Quando succede così, è uno di quelli timidi.
"Avanti", esalo. Sperando di non dovermi alzare, perché ho il tubo dell'ossigeno collegato a una macchina che mi tiene in vita: i polmoni li ho sputati tutti e due sul pavimento della prima.

Il mercoledì abbiamo tre ore. Abbiamo fatto il primo tema.
Domande, a inizio mattinata:
"Cos'è un tema?"
"Cos'è un protocollo?"
"Perché ci vogliono un foglio per la brutta e uno per la bella?"
"Ma cosa devo fare?"
"Va bene il foglio piegato così?"
"Posso parlare di quella volta che..."
"Prof, ma tu lo correggi questo?"
"Cosa scrivo?"
"Ma in stampatello?"
Chiudere gli occhi. Respirare profondamente. Visualizzare le maestre impiccate ai pali della luce lungo la strada che sale al paese. Spiegare tutto. Una volta. Due. Dieci. Trentasei volte.

Durante il tema Offendino vuole andare a casa. È malato, ha mal di pancia. Ho trascurato di dirvi che da qualche giorno in prima c'è un nuovo alunno: un virus gastrointestinale grosso come un bambino, che sta facendo il giro dei banchi.
Nel casino generale, dovrei accorgermi che Fulminato non si staglia sulla classe come al solito con le sue strida, e che sta seduto. Ma ci faccio caso solo quando, con un filino di voce, si piega verso la cattedra dalla prima fila e mormora: "Posso andare in bagno? Ho male."
Di lì a poco dovremo mettere in atto la procedura standard ormai consolidata da giorni di pratica: Fulminato vomita in bagno, uno dei barellieri (a turno il Missile, lo Scugnizzo, il Cardinale o il Calunniato) monta di guardia sulla porta per segnalare se il malato di turno cade, sviene o piange, io chiamo un genitore che se lo venga a prendere, le bidelle perché lo prendano in carico, e gli Swat per contenere il resto della classe nel frattempo.

Intanto Cucciolino ha comprato quattro merendine, oggi. Lui mal di pancia non ce l'ha. Gliele sto conservando sulla cattedra. Perché non gliele rubino e perché non le mangi tutte subito.

Il tema, dopo tre ore, è ancora nella mente di Dio. Si sono agitati con fogli, margini, bianchetti, penne, idee vaghe. Il Calunniato è venuto alla cattedra dopo un'ora e mezza. Il Calunniato è il fratello piccolo di Teppa Gentile e di Satana. Da tutti, genitori, fratelli, maestra, definito "il peggiore dei tre". Io, che già stentavo a credere che esistesse qualcuno peggiore di Satana, lo trovo educato e in gamba. Da cui il nomignolo.
Un paio di occhi di un bell'azzurro scuro, che ricorda il mare di Genova quando è appena tornato il sole dopo la pioggia. Resto ogni volta stupita da quante sfumature di azzurro, blu, violetto e celeste possano avere gli occhi delle persone qua in Piemonte. In quindici anni non ho visto due volte la stessa. Comunque il foglio del Calunniato è bianco. E negli occhi azzurri si legge lo smarrimento. Il titolo era: "Descrivo un personaggio di fantasia che mi piace e racconto una sua avventura che mi ha emozionato".
"Io non so chi mettere."
"Ma dai, Calunniato. Un personaggio di una storia!"
"Ma io non leggo."
"Ma di un film, allora."
"Non so..."
"...una serie tv?"
"Non le guardo."
"...un giochino del computer?"
"Ma io non ci gioco..."
"Ma scusa, Calunniato, che fai al pomeriggio? Vai a donne?"
Sguardo da calunniato, appunto:
"Vado a cavallo..."
All'improvviso ho la visione di una famiglia di cinque, di cui quattro, i due genitori e i due figli grandi, tendenti all'irresponsabilità cronica, tutti presi da sbevazzate con amici, calcio, giochi online e telefonini, e uno che arriva alle otto di sera, stanco morto e con odore di stalla, dopo aver strigliato per bene il suo cavallo e anche altri del maneggio, mangia e crolla a letto fino al mattino dopo, sognando praterie e steccati da saltare.
Mi vergogno come un ladro.
"Oh, ehm, tesoro, è un bellissimo passatempo, sei sempre all'aria aperta. Ma come facciamo per questo tema?"
Alla fine si decide a parlare di un personaggio di Squadra antimafia che si ricorda. Mi appunto mentalmente di dare un titolo sui cavalli la prossima volta.

Alla fine delle tre ore comunque sono stravolta. Ho strillato tanto per sgridarli al momento della consegna, che la terza nell'aula a fianco la trovo già col giubbotto antiproiettile addosso, e muta.

E quindi arriviamo a una timida bussata alla porta della sala prof, verso mezzogiorno.
"Avanti!"
Spuntano sei o sette faccine preoccupate. Non ricordo esattamente chi sono, ma il mio cervello registra che mi hanno mandato una selezione dei miei prediletti, assortendoli anche per colore come in una pubblicità di Benetton: dal biondissimo Missile ai ricci sparati dell'Irresistibile, che è etiope e sembra fatto di cioccolata col cacao al 99%. Uno di loro mi tende un ordinato foglio arancione con le scuse di tutta la classe.
"Siete dei fetenti. Disgraziati. Sparite dalla mia vista..." rantolo, mentre mi scappa un sorriso che mi scioglie come burro.
I colleghi presenti restano immobili, affascinati. È uno di quegli attimi perfetti, che tutti noi sappiamo essere la ragione per la quale, sempre e comunque, al suono della campanella, anche domani saremo lì.

Quando i ragazzi sono usciti, guardo il foglio. Le firme di tutti i presenti, un grosso scusi scritto sotto il nome del Cinghiale, che è quello che mi ha fatto sclerare per ultimo, e poi una che si distingue: "il suo amico Missile Coreano".

Due giorni dopo, il collega Orsone arriverà a sua volta decorato da un foglietto del "suo amico" Missile. E con una specie di uovo di Pasqua della Juve, ritagliato tutto storto dal Cinghiale, che glielo ha donato con la scritta "per il proffessore più bravo alluniverso".
E come fai a non amarli.


domenica 12 novembre 2017

Quattro giorni presi a caso, parte terza


Martedì, tutta la mattina, santiddio, tutta, coi primini


Prima dell'alba sono già dentro, devo tenere per quattro ore i Gini.

Perché non ho voluto accompagnare i grandi alle superiori, ben mi sta, adesso me li tengo io tre ore, ciccia.

Porto le mie borse in prima.

Arriva Cucciolino, in corso di certificazione per disturbo classificabile nello spettro dell'autismo. Mi fa uno stupendo sorriso felice e mi mostra le mani piene di roba: un pacchetto di croccantelle, uno di biscotti di farina di riso al cioccolato, un KitKat.

Cucciolino! Hai fatto la spesa?”

Lo guardo da vicino. Ha, come tutte le mattine, i bordi di cioccolato intorno alla bocca.

Cucciolino, hai di nuovo i baffi! Vai a lavarti. Ma senti, questa roba non la mangi mica tutta in una volta, eh. Dai, metti sotto il banco.”

Saltella via, sempre felice, con strilletti di entusiasmo.

Scuoto la testa. Io sono della generazione di Rain Man, “certo, sono un ottimo guidatore, papà mi fa sempre guidare la Buick lungo il vialetto, certo. Mancano trentasette minuti alla Ruota della Fortuna”. E quel che so degli autistici e degli Asperger (tra cui, visto molto da vicino, il fascinoso quanto folle veterinario che ha curato la Daisy nell'ultimo mese di vita) è che non si relazionano agli altri in modo normale, soprattutto per quanto riguarda il contatto fisico. Ma Cucciolino, a parte che ancora non sappiamo se quella sia la diagnosi, è diverso. Lui, se lo trovi a metà intervallo nel corridoio che gira su se stesso, salta e canta da solo, e gli dici “Dai, accompagnami in sala prof”, perchè smetta di roteare, infila una minuscola mano nella tua. Se ti deve chiamare mentre passi tra i banchi durante una prova, cerca di abbracciarti con quelle braccine magre, dal tocco leggerissimo, sembra un passerottino che ti si posa su un fianco. All'inizio la reazione era di saltare indietro come toccata dal ferro rovente, per la sorpresa più che altro. Poi ho capito che si può fare, agli altri sembra normale, dato che lui è tutto così strano, e poi le sue dimensioni lillipuziane (è grande come il suo zaino. Non sto scherzando. Se si accuccia, ci si può nascondere dietro) fanno sì che l'istinto di prenderlo in braccio venga a chiunque. Quindi lo coccolo: soprattutto perchè l'interazione verbale con lui è difficile, a volte non ascolta, a volte ascolta ma non risponde. Quando lo fa, lo fa con una voce da bimbo di quattro anni e mezzo. Ma non è che dica stronzate eh. Non so se sappia contare gli stuzzicadenti a occhio, ma i nomi degli dei e degli eroi greci se li ricorda a menadito. L'altro giorno gli ho dato da correggere il dettato: come a tutta la classe. Dovevano prendere un foglio dal quaderno e riscrivere le frasi con la correzione. Solo alla fine mi sono accorta che stava riscrivendo le frasi corrette sopra quelle sbagliate, sul protocollo della prova: e mi sono data dell'imbecille quasi ad alta voce per non averci pensato, ma intanto mi è uscito un gemito, nooooo N. cos'hai fattoooo, e mentre mi chinavo per vedere l'ho preso un po' di colpo per le spallucce: lui è scoppiato a ridere di pancia, allora ho caricato la cosa e continuando a frignare ommioooodddioooooo e adeeeeessoooo come faaaacciaaaamooooo l'ho tutto scrollato, per gioco. Si è scassato dal ridere, con un pigolio da bimbo piccolo che ha affascinato tutta la classe.

Comunque, a metà di martedì mattina la mia lezione viene interrotta da un caso di cronaca nera: sotto il banco di Cucciolino non ci sono più tutte e tre le merendine. Mancano le croccantelle. Io decido di giocarmela secca, alla prima: dopo aver cercato bene, dato che non si trovano, enuncio che quando sparisce qualcosa, o esce il responsabile, o si salta l'intervallo tutti finchè non esce. “Ma... tutti?” “Tutti, certo.”

Per fortuna, i Gini sono talmente gini che non sono sgamati come altre classi, e alla notizia vanno in panico. Soprattutto perchè io riabbasso gli occhi e continuo la lezione. L'intervallo è di lì a poco. La tensione cresce palpabile. Cicciobello, altro con diecimila problemi, si offre di comprare le croccantelle a Cucciolino. Ma io dico che non è così che funziona, tra l'altro sarebbe un gesto gentile se Cucciolino non avesse più niente per merenda, ma ha il tesoro degli Atridi sotto il banco.

Fulminato, il mio adorabile quanto insopportabile macedone, dopo un po' alza la mano, con gli occhi bassi: “Le ho prese io le croccantelle di N.” “Ah. E allora ridagliele.” “Non posso. Non ce le ho.” “???” “E' che volevo fare l'intervallo.” Io e la Pianista riusciamo a non ridere.

Suona l'intervallo, me ne vado, lasciandoli con la collega. Espressione sul volto dei Gini: quella di venticinque gattini lasciati in uno scatolone ai bordi di una strada. Arrivo fino allo stanzino del caffè e dopo un minuto, fuori dallo stanzino, si vedono gli ansiosi occhioni blu del Missile Coreano, che mi stanno puntando. “Cosa ci fai tu qui?” “Abbiamo trovato le croccantelle di N., prof.” Giustamente hanno mandato lui a dirmelo, mi sembra di vedere tutti gli altri che se la facevano sotto all'idea di attraversare la scuola e incrociarmi. “Va bene, allora di' alla collega che potete uscire.”

Al mio rientro, già informata sul caso dalla Pianista, inchiodo Cicciobello, che balbetta terrorizzato.

Se Strepitoso è idealmente figlio di Meg Ryan e James Franco, Cicciobello è il figlio di Anne Hathaway e non saprei quale padre, comunque attraente. Ed è una palla d'ansia già in una giornata normale.

E allora, spiega un po'?”

No, perchè, io sono entrato, no, e ho visto un pacchetto di croccantelle per terra lì, no? E non sapevo di chi erano...”

E quindi hai detto: le metto sul banco e poi chiedo di chi sono?”

...no.” Occhioni nerissimi supplichevoli.

Hai detto: le metto sulla cattedra e poi chiedo di chi sono?”

...no.” Occhioni nerissimi bassi.

E dove le hai messe?”

...nel mio zaino.” Occhioni nerissimi che ormai puntano rassegnati al pavimento. Credo che si stia visualizzando mentre, con la tuta arancione e le catene ai piedi e alle mani, percorre il miglio verde accompagnato dalle guardie. Là in fondo, anzi, si intravede anche la sedia elettrica.

E magari la prossima volta fai una cosa un tantino più furba?”

Occhioni nerissimi che mettono di nuovo a fuoco il pavimento.

Tipo, non so, lo dici subito, che ti è venuta quest'idea di metterti una cosa non tua nello zaino?”

S-sì.”

Okay, allora, prendete il libro.”

Sono mesmerizzati. Non respira nessuno. Ma come? Non lo impicca? No, che non lo impicco. Sono sicura che non serva.




Poco dopo, stiamo lavorando indefessamente sui compiti di grammatica. E ad un tratto, si scatena nella fila centrale un'altra onda di panico: “N. ha perso un dente!!!”

Cucciolino si gira e la mia sensazione è che un personaggio di American Horror Story sia improvvisamente diventato tridimensionale e uscito dallo schermo. Mi tende senza parlare un moncone di dentino insanguinato, e nel frattempo spalanca la bocca cercando di produrre quanta più possibile bava rossastra, la stessa bava con cui si è già imbrattato ambedue le mani e che gli sta colando sul mento. Giurerei che sta sorridendo. Per un attimo chiudo gli occhi, sperando di non averlo visto veramente, e mi riprometto di non leggere mai più un romanzo di Stephen King e di smetterla per sempre coi caffè e qualunque altra sostanza psicotropa possa causare allucinazioni. Poi riapro gli occhi e parto: “Cucciolino!!!Andiamo in bagno!!!” Tenta di mettermi in mano il dentino. Lo prendo per le spalle e lo giro su se stesso: “Quello mettilo subito nella tasca dei pantaloni, Cucciolino, vieni che andiamo fuori!”

Esterrefatto, un compagno: “Ma così si macchia di sangue i pantaloni!”

Mi compare sulla fronte una scritta luminosa: “Sai-quanto-cazzo- me-ne-può-fottere-a-me-dei-pantaloni” e incenerisco con uno sguardo il compagno che ha parlato. Poi andiamo in bagno e continuo a non capire se Cucciolino sia terrorizzato o entusiasta, dato che non parla. Si impegna nel decorare di sputazza sanguinolenta tutto il lavandino. Per bontà di Dio, sta arrivando la Bidella Gentile, quella nuova, con lo straccio per i pavimenti. “Signora me lo guardi qua un attimo, questo, che si sta sciacquando, occhio che prima di rientrare deve lavarsi le mani bene”. Dall'aula, un solerte Missile mi ha appena portato un flacone di amuchina gel, gentilmente offerto da Maestrina. La bidella butta un occhio verso il bagno, annuisce con aria esperta e prosegue. Dal bagno esce il mio braccio che la afferra: “No, guardi che non ha capito. Deve stare qua, e guardare che l'amuchina non se la beva”. Molla lo straccio e mi libera. Più tardi, quando ci rivedremo in corridoio, io la ringrazierò e lei mi dirà quello che dicono tutti di Cucciolino dopo averlo conosciuto: 1.”Che tenero quel bimbo!”, 2. “Ma com'è piccolo!” e 3. “E' normale?” Sì. Sì. Beh, non direi.

Peraltro, facciamo quattro ore, due di letteratura due di grammatica, e io esco che sono ancora in grado di guidare fino a Genova. E' un risultato. Ma verrà compensato a breve... 

...continua...







































venerdì 10 novembre 2017

Quattro giorni presi a caso - parte seconda

Lunedì, ore 9,00 circa

Ho impostato l'esercitazione di scrittura in terza secondo le nuove norme ministeriali, li ho piazzati a lavorare. Bussano. Ed ecco l'Orientale, lupus in fabula, uno splendore infagottato in felpa enorme e berrettino da rapper, quella su cui io, il Magnifico, il Genuino e la Pianista ci siamo dannati l'anima e che alla fine abbiamo bocciato.
Non avrei pensato di essere così contenta di vederla.
No, onestamente: non avrei proprio pensato di vederla.
Risento la mia voce furente: "Tu così in terza con me non ci vieni!". Frase grossa, che non mi è mai uscita con nessuno, dopo la quale sono stata male giorni. Ed eccola. Sospesa dalla nuova scuola, senza obbligo di frequenza. Dove si fa portare in macchina da un amico, tra l'altro exalunno scapestrato di Scuolina Rosa, a passare la mattina? Da noi.
Dopo le mie lezioni si ferma un'ora a parlare con me della situazione familiare. I servizi hanno convocato più volte la famiglia, che non si è presentata. Hanno un appuntamento in tribunale, ma non mi ha saputo spiegare. Crede che vogliano valutare se metterla in comunità. Le ho parlato a lungo delle opportunità che può avere e dei rischi che corre a girare in centro con gente sbandata. È cresciuta, non fa smorfie, si spiega bene, ascolta davvero. Le faccio promettere che mi metterà in contatto con la sua coordinatrice, che io tra l'altro conosco da quando vivo qui.
Alla campanella del secondo intervallo io le dico che sto andando via, lei parte verso il corridoio, dopo avermi abbracciata. Le avrei dato un bacino, ma non osavo. Un attimo dopo rientra sparata in aula computer: "Prof", e, senza altre parole, un bacino me lo dà lei. Stavolta, siccome il Magnifico non c'era, mi ha raccattato il Dolce Cowboy, mentre mi scioglievo in lacrime. Cazzo, sto invecchiando, prima piangevo solo quando nessuno mi vedeva.

...a seguire: quattro giorni presi a caso, parte terza




mercoledì 8 novembre 2017

Quattro giorni presi a caso - Prima parte

Venerdì ore 08.30

Dovevo entrare alle 10,45 al lavoro ma sono entrata alle 08,15. Sono andata prima perchè doveva venire la zia – madre affidataria di Deboroh con la certificazione della neuropsichiatria infantile sull'handicap di Deboroh medesimo. Certificazione che la zia possiede da LUGLIO ma che arriva venerdì tre novembre, quando è un po' tardino per chiamare un insegnante di sostegno eh.
Zia cerca di dare buca.
Impeccabile si agita.
Io prendo telefono.
Zia alza culo di fronte al mio imperioso “sono entrata due ore e mezzo prima apposta per incontrarla signora”.
Zia arriva con cuginetta di Deboroh, duenne, sporca come un animale e completamente piena di croste di varicella. Bimba tocca ovunque, corre ovunque, tende le mani verso il barattolo delle caramelle della sala prof, prendo io una caramella per lei prima che lo scagli in terra, gliela do, la succhia e la SPUTA sul pavimento.
Il foglio della certificazione è incompleto, gli altri fogli cui fa riferimento zia non li ha portati, manca una visita all'ASL col medico competente, Impeccabile mentre zia porta via bimba zozza si agita, io la fulmino e scandisco: “ser-vi-zi”, lei si agita “eh magari sentiamo l'assistente sociale dopo che la zia ha portato Deboroh al controllo”, io la rifulmino e abbaio “no no PRIMA, e poi chiamiamo la NPI per segnalare che manca un pezzo, e poi richiamiamo la zia per verificare che ci vada, al controllo”.
Impeccabile annuisce, mortificata.
Bidella lava pavimento dove bimba zozza ha sputato caramella.
Io mi allontano saettando maledizioni.

Venerdì ore 12,00 circa

Quando posso recuperare?”
Mai, direi, visto che oggi era l'ultimo giorno.”
Ma prof...”
Non do spago.
Quantoso'bono non insiste. Sono ventisei, e venticinque di loro (anche Diddle, che è totalmente spastico e non parla) hanno portato, come da programma, il loro frammento di presentazione in Word, in .ppt, o in qualsivoglia altro formato, contribuendo almeno con un pezzettino alla megaricerca collettiva sul vulcanesimo. Lui ha dichiarato che non c'era, il suo pezzo, nella cartella organizzata dall'Impeccabile sul pc della classe.
Lo abbiamo cercato nelle altre cartelle, se per caso un trascina e incolla avesse scombinato i file. No eh, non c'è da nessuna parte. Boh. Quattro. Non faccio in tempo a mettere i voti sui diari, ma è chiaro che è un'insufficienza, a essere onesti sarebbe un due, ma poi è la prima volta che non sento ragioni e non accetto posticipi. Quattro può bastare.

Venerdì ore 14,40

Sono seduta in bagno a casa mia, sto facendo la seconda pipì della giornata. Il mio cellulare prende a squillare a raffica: sei chiamate di fila da un numero sconosciuto. Tra la quinta e la sesta chiedo di identificarsi. E' la mamma di Quantoso'bono che vuole capire come mai il figlio ha preso quattro, se la ricerca l'ha portata.
La informo via messaggio che i materiali non sono stati presentati dal suo bellissimo quanto rognosisssimo figlio. E suggerisco di parlarne lunedì (e che cazzo sono pur sempre le tre meno un quarto di venerdì, io sono a scuola ogni mattina e vari pomeriggi, anche fuori dal mio orario). Si scusa e specifica che i materiali erano sulla chiavetta. Quale chiavetta, rispondo io, in termini un po' più articolati. No chiavetta no party, il bel bambino si tiene il quattro.

Lunedì ore 07.45

L'Orsone, che in meno di un mese è diventato la mia non dolce ma perfida metà, mi sta caricando come al solito di caffeina senza rimorsi. Morirò di orrendi problemi circolatori, perchè ogni volta che mi vede andiamo a prendere un caffè, non so quanti ne assuma lui in un giorno, però è alto e pesa il doppio di me. Scrivendo ciò, formulo inevitabilmente un pensiero (a dire il vero con un senso di sollievo) su come mi sentirei se fosse il Magnifico che, ogni volta che mi vede, mi toglie praticamente di peso da quel che sto facendo per portarmi nello stanzino. Quasi al buio, tra l'altro, perchè è presto e piove. Ma io e l'Orsone nella semioscurità tramiamo meglio piani malefici, vendette trasversali, punizioni da manuale, trappole di morte.
Parentesi: ieri Missile Coreano (suona meglio di Testata Nucleare, e il concetto è lo stesso) mi ha accolto, mentre tornavo dal bagno, con due dita messe a croce davanti a sé, in stile “vade retro Satana”. Io l'ho guardato senza sorridere e gli ho detto “Missile, la mia oscura potenza non viene fermata da questi mezzucci, io entrerò ugualmente”. E' fuggito verso il suo banco.
Comunque, io e l'Orsone siamo lì che ci affiliamo le zanne per sbranare bambini, e arrivano Quantoso'bono e madre. Accolti sulla porta del tenebroso stanzino, con spiegazione mia su quanto accaduto venerdì, e aggiunta del collega: “Settimana scorsa ho dato delle domande di scienze, da fare scritte, è stato a braccia incrociate e ha consegnato in bianco”. Madre: “A.? Cos'hai da dire?”
Quantoso'bono abbassa le lunghe ciglia e tace. La chiavetta con la ricerca c'era, ok, la madre giura di avergliela messa lei personalmente nell'astuccio. “Però signora, se lui non lo dice...” “Certo, capisco...” “Perchè ti opponi così, A.?” Ciglia. Occhi lucidi. Mascella contratta. Silenzio.
Torchiato un po' il bello e inutile, senza risultato, io affermo che ora lui può andare, lui va, la mamma resta. Poi guardo l'Orsone, gli invio il messaggio subliminale “mo' je faccio er cucchiaio”, e entro secca:
Signora, scusi se chiedo, ma la ragazzina la vede ancora?”
La ragazzina è l'Orientale. Con la quale Quantoso'bono limonava furiosamente da mesi, quando l'abbiamo bocciata. E che si è trasferita in città.
Uh non me lo dica, no che non la vede più, li abbiamo allontanati, sa com'è, E. aveva preso dei brutti giri... Poi due o tre volte si è fatto accompagnare a Piccola Svizzera per vederla e lei non c'era nemmeno. Allora gli abbiamo detto di lasciarla perdere.”
Mmm e questo quando è successo?”
Da poco, due settimane fa.”
Ecco vede, non sarebbero fatti miei eh, però in effetti più o meno due settimane fa A. era talmente fuori che CAMMINAVA SUI SOFFITTI, invece di stare fermo nel banco.”
Madre annuisce, capendo benissimo cosa intendo. Collega assiste al mio goal assestato con precisione chirurgica e annuisce. Annuisco pure io e dico che magari proverò a parlare a Quantoso'bono.

...continua... 

martedì 31 ottobre 2017

Questa prima

"Professoressa" dice a bassa voce Codino, con tono soave, in piedi vicino alla cattedra. "Lei è il diavolo in persona, ed è per questo che è la mia preferita."

"Strepitoso? Hai dato un coppino a Tenerone?"
Sorride spalancando gli occhioni: "Sì!"
"Eh, e allora vai, vai, Strepitoso, vai a fare l'intervallo in classe."
"Vado!"
Lo seguo. In classe aggiorno il registro, poi alzo gli occhi. Sta ciondolando intorno al banco.
"Cosa fai?"
Mi fa il suo speciale sorriso con l'arricciatina di naso che sarà la condanna a morte di tutte le sue compagne di scuola e di parecchie altre donne che lo incontreranno. Il figlio di Meg Ryan, sembra.
"Siediti, Strepitoso! E annoiati!"
"Ma veramente" dice con serena innocenza "io mi sto divertendo tantissimo."

Questa prima... Questa prima.

domenica 29 ottobre 2017

Posa la zavorra, capitolo terzo. Telemenù!

Mia madre lavorava, statale, ma statale che la prendeva sul serio, con l'incubo del cartellino. Al mattino molto presto, poi però finiva nel pomeriggio in tempo per un sacco di altre cose, quindi correvamo sempre.


Il pranzo lo preparava la tata, ma la sera, appena rientrava, lei si fiondava ai fornelli e, devo dire, soprattutto quando ero bambina, e quindi la sua giornata, dopo il lavoro, era dedicata a stare con me, si prodigava parecchio. Ma era stata una ragazza che studiava, poi una donna che lavorava, e nessuno le aveva insegnato il ragù da quattro ore, le lasagne tirate a mano, la torta della nonna e tutte quelle cose lì. Quindi aveva due numi tutelari: Elena Spagnol, autrice del best seller pluriristampato “Il Contaminuti”, che già la dice lunga sul tipo di ricette che io stessa ho imparato (“se ci vogliono più di venti minuti a prepararlo, non ci penso nemmeno” è stato il mio motto per tanto tempo...) e poi lei: la Julia Child de noantri.


Con la sua messa in piega anni Cinquanta, rotondetta, calma e sorridente, era tutto quello che mia madre non sarebbe mai stata, soprattutto in cucina. Diciamo che mia madre era senz'altro meglio in fatto di messa in piega e di girovita. Ma in fatto di calma e sorrisi... Però io ho questo ricordo bellissimo delle sere invernali: fuori buio, compiti finiti, papà che ancora doveva arrivare dal lavoro, lei concentratissima che si scriveva sui foglietti le ricette in brutta, poi le provava e dopo, se avevano dato buon esito, erano ammesse nel quaderno storico, quello che per anni e anni ci ha tenuto compagnia sulle mensole in cucina, e penso che ce l'abbia ancora. Era più giovane della mia età di ora, si faceva un culo a capanna, non si godeva niente, e a riguardarla da qui mi fa così tanta tenerezza.


Io in seguito sono andata oltre, sono passata al timone della mia cucina e da magra sono passata a grossa e grassa, senza la fase rotondetta, anche perchè alla Wilma credo di darle venti centimetri di statura. Messa in piega: nah, direi di nah. E quanto alla calma... Sorrisi, sì.  E baci, fino a un po' di tempo fa, tanti. Io e l'Uomo abbracciati con la schiena di uno dei due appoggiata al bancone di cucina ci stiamo ancora, a volte. Ma calma, all'ora di cucinare...


A me piacerebbe davvero, davvero tanto, essere un garzone di cucina. Uno che deve pelare patate e arricciare bucce di mela, creare fiorellini di zucchero o farcire bignè. A nastro. Tipo compito zen. Obbedendo a indicazioni. Oppure essere il direttore d'orchestra, come faccio a scuola con il laboratorio dei ragazzi: pelate, sbucciate, datemi l'olio extravergine, passate una spolverata di cannella qua, sbattete le uova. Ma NON essere CONTEMPORANEAMENTE colei che pensa, decide, vede il quadro d'insieme, e anche quella che esegue. Non sono mai stata brava. Perdo il filo, perdo tempo, sporco, esagero, ci do giù di piatto, sbaglio le dosi, mi stanco e mi affanno. Poi alle volte esce una cosa buona, eh. E in generale nel piatto ce n'è, due volte al giorno, con ragionevole capacità di variare, sebbene io abbia moltissimi limiti perchè non maneggio pesce né carni troppo complesse. Datemi quintali di verdura da pulire, del riso, un po' di uova e della farina, ma non fatemi mai vedere un pezzo di coniglio che ancora somiglia a un coniglio vivo, o togliere interiora a chicchessia, mi sono sempre sentita male. Poi, diventata buddhista e mezza vegetariana, praticamente non posso più neanche immaginare altri che lo fanno al posto mio.


Però. C'è un però.


Ho imparato, da nomade, zingara, disordinata cronica e pigra atavica che ero, a tenere in ordine la casa (parzialmente e con aiuti), me stessa (abbastanza bene), i miei abiti e accessori (decentemente), la mia auto (ok, non sbrodoliamo: quella è una merda. Si ripulisce solo periodicamente, due settimane all'anno, diciamo) e più in generale a fare un trilione e mezzo di cose con cui non osavo cimentarmi, soprattutto negli ultimi quattro anni. Cosa può fare la povera Penelope, nella speranza di sentire di nuovo il passo di Ulisse sulla soglia. Ma anche cosa si fa per cercare, almeno pateticamente, di dare un esempio coerente alla figlia. Che pigra è pigra, ma è più ordinata di me e mi disprezza senza pudore. Comunque, da quando c'è lei, stare a casa a riordinare, cucinare e organizzare mi pesa infinitamente meno, è diventato una specie di secondo lavoro. E poi forse non far più almeno seicento chilometri la settimana aiuta, eh, a godersi casa propria, intendendo tutta la casa e non solo il cuscino del divano in cui perdere conoscenza la sera e la domenica. E poi, ancora: se sono riuscita a fare uscire dalla mia pancia flaccida degli addominali, a far finire le medie a Satana e a diventare maestra di yoga, posso anche volare, trasformare le pietre in oro e civilizzare il terzo figlio che la famiglia di Bambino di Formaggio mi manda (e ce n'è ancora uno... a riprova che lavarsi non è fondamentale per avere una vita sessuale). Dirò di più: posso portare fino in terza la Testata Nucleare, il mio amatodiato biondino pestifero della classe dei Gini. Senza spezzargli un braccino. 

Comunque, il però era questo: non basta. Adesso voglio aggiungere alle competenze acquisite, male e tardi sì, ma comunque abbastanza acquisite da farmi sentire contenta, e da farmi desiderare di non tornare più indietro, anche il superamento del senso di profonda impotenza che mi ha sempre dato il fatto di mettermi ai fornelli. Sono anni che preparo questo cambiamento, prima nella teoria come tutte le secchione che si rispettano, e quindi con una capillare organizzazione delle ricette in quadernoni divisi per settimane (cinque diverse di fila) e per stagioni, in modo da non dover PENSARE al menu, ma solo procurarmi diligentemente gli ingredienti. Adesso sono pronta all'azione. Avevo già iniziato, cazzo avevo PERSINO fatto i muffin, la quiche e la pasta fresca tirata col mattarello: poi la Princi, porca vacca, si fa venire l'appendicite, l'Uomo decide che è sovrappeso, fa caldo per sei mesi di fila... e insomma un sabotaggio dietro l'altro arriviamo alla torta ricotta, limoncello e gocce di cioccolata. Che ho provato qualche settimana fa, e che l'Uomo ha festeggiato come un popolo oppresso la liberazione dallo straniero. Allora ho raccolto le forze e deciso che Wilma de Angelis, Elena Spagnol, lo strudel di mia madre, il polpettone di patate e fagiolini di mia zia, i friscieu di mia nonna dovevano incrociare i flussi e la Forza doveva essere con me. Ma soprattutto, che posare la zavorra non è, ormai lo sappiamo da anni, fare meno cose, è farne tante, tantissime di più, ma meglio, e volentieri. Non secondario, il pensiero che l'Uomo mi risposi. Altre sei o sette volte, diciamo: e magari mi porti in braccio oltre una soglia nuova, di una casa con una cucina grande e luminosa come quella di Sestri. Già che stiamo sognando, diciamo pure quella di Sestri.

Per il momento, dalla cucina viene un delizioso profumo di soffritto, vino che svapora, chiodi di garofano: e infatti io, la neoWilma, sono dall'altra parte della casa ed è lui che stasera prepara il manzo in umido alla romana. Il che, a me, fa stare bene... come a una donna fa stare una vacanza di venti giorni su un'isola tropicale, senza nessun altro che Jake Gyllenhaal, a cui la compagnia di volo ha purtroppo smarrito le valigie, mentre una scimmia dispettosa gli ha rubato l'unica maglietta che aveva. Tanto per rendere la sensazione.   

Posa la zavorra, capitolo secondo. Oppure tientela

Il corso di meditazione l'ho finito, eh. Ha anche abbastanza funzionato.

Poi ho cercato la leggerezza. Non sempre era possibile trovarla. Ma alcune cose, sentire sotto i piedi nudi il tappeto nella stanza che mia madre mi ha assegnato per le due notti a casa sua, un lunghisssssssssimo bagno in vasca, mangiare fino a scoppiare cose ipernutrienti con otto uova e etti di fontina e poi andare a smaltire con una camminata da sola a duemila metri, fare lezione sull'Iliade ai Gini, capirmi alla prima coi colleghi, fare lezione di yoga, cucinare un'altra volta la torta ricotta e limoncello per la prima colazione, la prima torta di zucca alla sestrese sbafata con entusiasmo da tutti, l'Uomo che vuole fare l'arrosto, insomma, nonostante una battuta d'arresto pesantissima, ieri, di cui ora conto i segni (un altro pezzo di dente ricostruito saltato via....), non potrei dire di non aver portato a casa risultati anche in questi quindici giorni.

In particolare si segnalano due cose.
Una sta nel prossimo post.

L'altra è di oggi. Avevo paura di veder arrivare l'ora solare mentre fuori faceva ancora un caldo abnorme. Avevo paura di affrontare il buio prima di essere pronta a reggere i pomeriggi infiniti dell'inverno. Avevo uno strano senso di allarme di fronte al fatto che l'autunno, che notoriamente io amo, non mi rendesse come al solito felice (e come potrebbe...) ma, più che altro, ero dispiaciuta nel vedere che non riuscivo ad avere la solita punta di energia positiva che contraddistingue per me il rientro. Anzi, le batterie andavano a terra ogni poche ore.
Poi invece oggi lui ha chiesto di uscire a camminare presto, prima delle partite, per sfruttare le ore di luce. Pronti via, io che stanotte, come sempre se lui mi lascia sola, avevo dormito forse quattro ore, e distribuite in modo folle: 23.30 – 01.30 e 05.00 – 07.00, mi sono messa su la felpa rossa, che è l'unica cosa dell'Ingegnere che ancora mi gira attorno, e mi sono fatta i miei bravi chilometri , con un bel dolore addominale da ciclo, il mio dente rotto, e il respiro trattenuto di quando ho paura che voglia parlarmi e mi distrugga la vita con una frase.

Ed eccolo, il miracolo. Le foglie gialle e rosse, il cielo uggiosetto, il sole non tanto caldo, il silenzio della domenica. E l'autunno mi ha reso felice. Eh sì, lo so, non era l'autunno. Era lui, ancora e sempre e solo lui. Che guardava gli annunci “vendesi” sulle case nel quartiere nord. E cianciava della qualunque.

Non la poso, la zavorra, ma è la mia zavorra.

domenica 15 ottobre 2017

Posa la zavorra, capitolo primo. Il weekend



Ho passato il weekend con quest'uomo neanche eccessivamente attraente, la sua voce vellutata e il suo bellissimo corso online di meditazione. Un quarto d'ora al giorno, ma siccome sono partita in ritardo e avevo sette lezioni da recuperare, a intervalli regolari mi sono connessa, ho ascoltato, meditato, e sono talmente contenta dei contenuti e dei risultati che sto prendendo appunti come a un corso vero.

Il pensiero "no basta, adesso devo trovare il modo di stare meglio, ma subito, cazzo" sono riuscita ad applicarlo abbastanza bene, complici alcuni aiutini, oltre a quello del maestro di meditazione figo. Una botta di shopping modello missile intelligente, studiando prima a tavolino modelli, colori e abbinamenti. Un bel riordino del guardaroba che mi ha dato soddisfazione, anche e soprattutto perché, a forza di decluttering, in casa non è rimasto più letteralmente niente che io non indossi con regolarità, e finalmente la quantità di roba che ho è proporzionata allo spazio a disposizione. Un po' di cioccolata, caffè, banane, a letto alle 20,15, ed ecco racimolata anche la serotonina che mi serviva. Contatti umani diradati al minimo. Una passeggiata da sola. Le gatte. La figlia che sta meglio e sorride.
Pagine e pagine di diario scarabocchiate sotto le coperte.

Devo continuare ad applicare il meglio possibile le difese che ho. Sarà una settimana merdica, la madre si opera di cataratta, dovrò stare lontana da casa, saltare yoga, andare e venire dal lavoro facendo la pendolare interregionale (cosa per cui non ho più né l'età né lo spirito) e non dormirò con l'Uomo (cioè non dormirò). Quel che è peggio, non dormirò nemmeno a casa mia, e dovrò incastrare tra madre e madre avvocato, banca e altre rotture di cazzo. Vedremo se il bel maestro e le sue tecniche funzioneranno veramente.

Inoltre vedremo se la settimana di body bootcamp di Allie, questa qui, mi ucciderà. A luglio ce la facevo, adesso ho riprovato e non mi alzo dal pavimento, gli addominali urlano dopo 12 minuti di lavoro. Però faccio nove o dieci chilometri ogni due o tre giorni con la Caramella e non li sento neanche più. Le ho chiesto di giurarmi che dopo la settimana a Genova alziamo a quindici. Me lo ha giurato. Ma sappiamo che,con l'ora solare e il tempo che, prima o poi, sarà autunnale davvero, la sfida sarà notevole. Però se non faccio attività fisica impazzisco, ormai è assodato.

Domani mi aspetta al varco un casino di categoria uno a scuola. Devo farmi le mie ragioni su una cosa che poi vi dico. Andiamo intanto a vedere se posso trasformare lo strudel di stamattina a colazione in addominali. Col potere della meditazione...