Ieri vado a prendere la figlia e la trovo con Elfetto Femminista. Ebbene sì, la mia prediletta, litigiosa, indipendente, sarcastica alunna di tanti anni fa. Che oggi è fiera della scuola e del lavoro che fa, e di essere un membro attivo dello sportello studenti. E adesso, nello sportello ci s'è infilata la Princi: attirata dal concetto di sportello, ma anche dalle barbute grazie di tale Orso Gentile. Che le manda su Whatsapp canzoni deliziose, in cui si dice che, a eventuale suo cenno, correrebbe a salvarla e proteggerla, asciugherebbe ogni sua lacrima da qui all'eternità, etc etc. ("Ma gli hai risposto?" "No!" "Sei una brutta persona, lo sai?")
Però, la brutta persona allo sportello ci va, e religiosamente.
Orso Gentile, essendo stato presente il primo giorno che la responsabile dello sportello ha intervistato la Princi sulla sua storia, mi ha adottato prima di conoscermi. L'altro giorno io faccio squillare il telefono della Princi perché all'appuntamento non la trovo, lei è nel bar lì vicino, e dice: "Uh, devo andare, c'è mia mamma." Lui: "Tua mamma quella... lei?" "Sì, certo!" "Allora vengo anch'io, devo conoscerla."
E per l'ennesima volta mi ritrovo di fronte un bestione più alto di me, dalla stretta di mano sicura e dal sorriso smagliante. Dovete sapere che, da quando la Princi frequenta le superiori in un istituto dove ci sono termoidraulici, meccanici ed elettrotecnici, io non posso più attraversare il centro senza essere investita da un'ondata di sorrisi e cenni di saluto provenienti da marcantoni di vario colore, prevalentemente nordafricani, tutti invariabilmente giganteschi (anche a mia figlia piacciono solo gli uomini alti) e, a questa stagione, poiché imbacuccati di sciarpe piumini e berrettoni, ancora più titanici che d'estate. Perché, non so se sia il discorso dell'affidamento, ma pare che tutti sti diciasset-diciot-diciannovenni, maschi e femmine, ci tengano tantissimo a conoscere i genitori della loro nuova amica. Io non mi ricordo di essere stata altrettanto socievole con gli adulti, quando ero una diciassettenne. Loro tutti a farmi sorrisi fotonici e stringermi la mano. Poi mi è anche venuto il pensiero, alla quarantesima manona virile, che molti di loro cerchino di ingraziarsi mammina per arrivare alla Principessa. Orso Gentile, in tal caso, ha fatto parecchio punteggio con me, perché scambia anche volentieri due parole e fa oggettivamente sdraiare dal ridere, anche a conoscerlo da tre minuti.
Ieri quindi arrivo, intravedo la mia polpettina dal berrettino di lana nera, laggiù, e, come lei si sposta per venirmi incontro, si muovono anche gli altri: Elfetto, Orso, più diverse appendici in divisa da tamarri.
Ci facciamo come al solito due risate appoggiati alla mia macchina, e viene fuori che io ora insegno nella C.
Elfetto, un po' risentita: "Prof, ha tradito la B?"
"Beh, le ho provate tutte, A, B, C, ma alla fine io nella C voglio stare."
Orso Gentile si informa del perché.
"Perché sai com'è l'alfabeto? A, B, C. Arrivati alla C, gli alunni sono... come dire... la C non è un posto per gente che ama vincere facile. A me piace."
E infatti la C è sempre quel che è. Adorabile terza non esclusa.
Ieri festa per salutare la collega Pianista, di sostegno, che se ne va a casa col suo pancino ormai bello tondo. Torte, dolci, bibite, pupazzetti di peluche, regalini, ricordi fotografici non autorizzati di cui uno, gigantesco, con tutta la classe, preso da uno Svacco insolitamente scattante, che è salito su una sedia posta sopra ad un banco, prima che io facessi in tempo ad accorgermene.
Poi due ore di Storia. Al termine delle quali Svacco deve copiarmi per punizione tre pagine, per oggi. Scatto, due. E Svampo, quattro.
Lo so cosa volete sapere: ma Sgamo no, non ha preso la punizione. Ha preso direttamente quattro di Storia.
Puccettosi finchè volete, ma quando è l'ora di basta, basta.
Peraltro stamattina Svacco mi aspettava in corridoio, smagliante, coi suoi occhi verdi come una primavera della Transilvania e il quadernone, tutto distrutto nella copertina ma ordinatissimo all'interno, con le pagine copiate. "E sa che copiando ho anche imparato un sacco di cose?"
In classe, Scatto arriva con due pagine che sembrano scritte da uno che dondolasse sul quaderno stando appeso al soffitto per le caviglie. E Svampo non solo ha le quattro pagine ben ricopiate, ma lo interrogo di Promessi Sposi e la sa. La sa bene. Sceglie persino le parole.
Sgamo ascolta dal corridoio, dove è stato sbattuto perché non si riusciva a placarlo. Ogni tanto alza la mano e risponde al posto degli interrogati, col vocione che rimbomba, per il resto del tempo dichiara il suo amore alle bidelle. Tutte e tre. Lui è così. Stamattina la Botta di Coca mi diceva:"Sai, in terza ho finito di spiegare la riproduzione, la fecondazione e il parto" ("Sei una donna coraggiosa", ho commentato io) "e Sgamo era tutto esaltato e andava dicendo che lui è lo spermatozoo vincente. Inutile spiegargli che tutti noi siamo spermatozoi vincenti. Sosteneva di essere stato il più veloce."
venerdì 28 novembre 2014
mercoledì 19 novembre 2014
Inaspettati viaggi, vedi che nella vita non sai mai
Prendiamo un mercoledì, ma di trent'anni fa.
Ci sono una bambina e una donna.
La bambina è incazzata nera perché la mamma le ha fatto tagliare i suoi lunghi e bellissimi capelli castani alla maschietta. Poi è sfigata, e poi è imbranata, e poi è anche con lo scazzo perché deve andare a danza.
La donna è alta, con i capelli lunghi lunghi lunghi tirati su in una crocchia, e ha le parole incrociate in borsa, perchè starà fuori dalla sala di danza tutta l'ora e mezza che ci vorrà, perché è più semplice che andare e tornare dal teatro a casa, e perché la bambina è imparanoiata, ha l'ansia dell'abbandono.
E ogni tanto, d'accordo con la severissima maestra Rossana, che tutte le volte la guarda schifata, la bambina durante l'ora di danza andrà ad aprire la porticina che dà sul teatro, e la donna sarà lì seduta con la schiena ben dritta, a portata d'occhio: la volta che non ce la trovasse, scoppierebbe la tragedia, e poi magari, povera santa, era solo nell'atrio che si faceva fare un caffè, o in bagno. Ma la donna, 99 volte su 100, c'è. La saluta. La bimba la guarda, annuisce, e saperla lì le permette di tornare all'odiata sbarra senza impanicarsi.
Dopo, la donna porterà la bambina a prendere una bella cioccolata calda. E poi a casa a fare i compiti.
Prendiamo un mercoledì, ma della settimana prossima.
Ci saranno un donna e una vecchietta.
La donna avrà i capelli lunghi e una borsa con il lavoro a maglia e un sorriso felice sulla faccia.
La vecchietta avrà i capelli candidi lunghi lunghi legati in una coda o in una treccia come una nativa americana, e si muoverà piano piano con un girello, o verrà spinta in sedia a rotelle.
La donna arriverà dal corridoio, vedrà la vecchietta illuminarsi in viso quando entrerà nella stanza, e la riempirà di baci. E poi cercheranno un posto dove sedersi, nella nuova casa, quella a tre minuti di macchina, finalmente, da casa della donna. E la donna tirerà fuori il lavoro a maglia o una rivista o degli oggetti da guardare con la vecchietta, oppure non farà niente di tutto questo, perché parleranno e si terranno le mani, perché una ravvierà i capelli all'altra e si sorrideranno. Forse berranno anche la cioccolata calda.
Poi la donna saluterà la vecchietta e andrà a casa a far fare i compiti a sua figlia.
Certe cose, tra zia e nipote, non cambiano mai. E di sicuro il fatto che fuori dalla finestra la zia non veda più il mare, ma la neve, sarà secondario rispetto al fatto che i suoi occhi si tuffino ancora nei miei con la stessa gioia.
Ci sono una bambina e una donna.
La bambina è incazzata nera perché la mamma le ha fatto tagliare i suoi lunghi e bellissimi capelli castani alla maschietta. Poi è sfigata, e poi è imbranata, e poi è anche con lo scazzo perché deve andare a danza.
La donna è alta, con i capelli lunghi lunghi lunghi tirati su in una crocchia, e ha le parole incrociate in borsa, perchè starà fuori dalla sala di danza tutta l'ora e mezza che ci vorrà, perché è più semplice che andare e tornare dal teatro a casa, e perché la bambina è imparanoiata, ha l'ansia dell'abbandono.
E ogni tanto, d'accordo con la severissima maestra Rossana, che tutte le volte la guarda schifata, la bambina durante l'ora di danza andrà ad aprire la porticina che dà sul teatro, e la donna sarà lì seduta con la schiena ben dritta, a portata d'occhio: la volta che non ce la trovasse, scoppierebbe la tragedia, e poi magari, povera santa, era solo nell'atrio che si faceva fare un caffè, o in bagno. Ma la donna, 99 volte su 100, c'è. La saluta. La bimba la guarda, annuisce, e saperla lì le permette di tornare all'odiata sbarra senza impanicarsi.
Dopo, la donna porterà la bambina a prendere una bella cioccolata calda. E poi a casa a fare i compiti.
Prendiamo un mercoledì, ma della settimana prossima.
Ci saranno un donna e una vecchietta.
La donna avrà i capelli lunghi e una borsa con il lavoro a maglia e un sorriso felice sulla faccia.
La vecchietta avrà i capelli candidi lunghi lunghi legati in una coda o in una treccia come una nativa americana, e si muoverà piano piano con un girello, o verrà spinta in sedia a rotelle.
La donna arriverà dal corridoio, vedrà la vecchietta illuminarsi in viso quando entrerà nella stanza, e la riempirà di baci. E poi cercheranno un posto dove sedersi, nella nuova casa, quella a tre minuti di macchina, finalmente, da casa della donna. E la donna tirerà fuori il lavoro a maglia o una rivista o degli oggetti da guardare con la vecchietta, oppure non farà niente di tutto questo, perché parleranno e si terranno le mani, perché una ravvierà i capelli all'altra e si sorrideranno. Forse berranno anche la cioccolata calda.
Poi la donna saluterà la vecchietta e andrà a casa a far fare i compiti a sua figlia.
Certe cose, tra zia e nipote, non cambiano mai. E di sicuro il fatto che fuori dalla finestra la zia non veda più il mare, ma la neve, sarà secondario rispetto al fatto che i suoi occhi si tuffino ancora nei miei con la stessa gioia.
lunedì 17 novembre 2014
Allora è vero che si sopravvive sempre
In condizioni normali, stamattina avrei dovuto svegliarmi animata da un gigantesco senso di gratitudine.
Sabato mattina, a Genova, ero proprio nel posto sbagliato al momento sbagliato. Mi sono ritrovata immersa nell'acqua con la macchina: dietro di me chiudevano le strade, ma quelle davanti erano già allagate. Ero appena passata sul Polcevera, che di solito è così
solo che, all'altezza del ponte che ho percorso io, sabato il torrente si presentava così
e non mi facevo molte illusioni su cosa stesse per succedere.
Quando mi sono resa conto di avere l'acqua alta tutto intorno ero su una rotonda, tra l'altro in discesa, proprio alla fine di questo ponte. La spia della batteria ha cominciato a accendersi e spegnersi. In pochi istanti il mio cervello ha cercato di pensare cosa avrei potuto fare, se fossi scesa dall'auto ferma e proprio in quella fosse arrivata un'ondata dal Polcevera. So di nuotare bene, ma parliamo di un'ondata di fango piena di detriti, e io ero tra i piloni della ferrovia e la cancellata di un parco. Ho valutato per un istante le mie chances di arrivare alla cancellata e arrampicarmici sopra. Piangevo. Ho chiuso gli occhi e premuto l'acceleratore.
Per fortuna la mia povera baracchetta coreana, con la forza della disperazione, ha fatto ancora quei cinquanta metri. Poi c'erano due possibilità: continuare sulla stessa strada, sempre in sessanta centimetri di acqua fangosa, o buttarsi a sinistra in un'altra via, sulla corsia degli autobus, quella tremenda con le telecamere, che ti fa perdere mille punti di patente. Inutile dire che a quel punto, se fosse stato un vicolo strettissimo contromano, con un TIR che mi veniva incontro, l'avrei imboccato lo stesso, e credo che io e la povera baracca saremmo riuscite a spingere indietro il TIR di diversi metri, con la forza di un animale terrorizzato.
Insomma, al sicuro, in un modo o nell'altro ci sono arrivata. Non nascondo che ci sono voluti una lunga seduta in bagno, una doccia calda rassicurante, un'ora di cugino accudente, le pastiglie per lo stomaco, il tè zuccherato e otto ore avvolta in una coperta per calmarmi.
Poi ho approfittato delle successive 24 ore di sole per venire a casa.
Dove, già che ero sopravvissuta a un'alluvione, ho creduto fosse buona cosa cospargermi di benzina e darmi fuoco. Perché ovviamente una risposta bella definitiva dal mio, come dire, chiamiamolo tranquillamente stupendo problema dagli occhi di velluto scuro, non si era ancora avuta, anzi, anche se sempre (o quasi sempre?) per iniziativa mia, lo ammetto, c'erano ancora (di nuovo?) scambi (tentativi di scambio?) di messaggi (anche telepatici?). D'altra parte, quando una persona te la sogni di notte poi è difficile che di giorno tu non le pensi, e se le pensi continuamente, prima o poi una cazzata la fai. Beh io ne ho fatte diverse, da quando siamo rientrati dalle ferie.
Insomma, ve la faccio breve, stamattina ho avuto quasi contemporaneamente la risposta finale dal rapitore alieno, ovviamente negativa, e l'ennesimo tragico scontro con l'Uomo. Con il quale, essendo oltretutto in aria di festival, la situazione è pesante, sempre (ancora? di nuovo?) molto pesante. Ma stamattina abbiamo sfondato il record assoluto di velocità della nostra intera storia, iniziando a litigare tra il suono della sveglia e il gesto di accendere la luce. La Princi è stata svegliata dai miei singhiozzi. Poi io l'ho portata a scuola, ho apertoWhatsapp e ho dato il colpo di grazia alla mia giornata facendomi dire bene in faccia quel che sospettavo da tempo e che avevo finto di non capire, perché una spera sempre che sia un problema di comunicazione linguistica tra terrestre insicura e alieno fin troppo paraculo.
Prima delle otto e mezza quindi avevo già ottenuto ustioni di terzo grado sul 60% del corpo, e a casa, dopo il lavoro, mi aspettava la continuazione del disastro familiare.
Ma poi ho preso l'agenda per cercare di fare qualcosa di utile del mio devastatissimo pomeriggio.
E dall'agenda è scivolato fuori questo.
Sabato mattina, a Genova, ero proprio nel posto sbagliato al momento sbagliato. Mi sono ritrovata immersa nell'acqua con la macchina: dietro di me chiudevano le strade, ma quelle davanti erano già allagate. Ero appena passata sul Polcevera, che di solito è così
solo che, all'altezza del ponte che ho percorso io, sabato il torrente si presentava così
e non mi facevo molte illusioni su cosa stesse per succedere.
Quando mi sono resa conto di avere l'acqua alta tutto intorno ero su una rotonda, tra l'altro in discesa, proprio alla fine di questo ponte. La spia della batteria ha cominciato a accendersi e spegnersi. In pochi istanti il mio cervello ha cercato di pensare cosa avrei potuto fare, se fossi scesa dall'auto ferma e proprio in quella fosse arrivata un'ondata dal Polcevera. So di nuotare bene, ma parliamo di un'ondata di fango piena di detriti, e io ero tra i piloni della ferrovia e la cancellata di un parco. Ho valutato per un istante le mie chances di arrivare alla cancellata e arrampicarmici sopra. Piangevo. Ho chiuso gli occhi e premuto l'acceleratore.
Per fortuna la mia povera baracchetta coreana, con la forza della disperazione, ha fatto ancora quei cinquanta metri. Poi c'erano due possibilità: continuare sulla stessa strada, sempre in sessanta centimetri di acqua fangosa, o buttarsi a sinistra in un'altra via, sulla corsia degli autobus, quella tremenda con le telecamere, che ti fa perdere mille punti di patente. Inutile dire che a quel punto, se fosse stato un vicolo strettissimo contromano, con un TIR che mi veniva incontro, l'avrei imboccato lo stesso, e credo che io e la povera baracca saremmo riuscite a spingere indietro il TIR di diversi metri, con la forza di un animale terrorizzato.
Insomma, al sicuro, in un modo o nell'altro ci sono arrivata. Non nascondo che ci sono voluti una lunga seduta in bagno, una doccia calda rassicurante, un'ora di cugino accudente, le pastiglie per lo stomaco, il tè zuccherato e otto ore avvolta in una coperta per calmarmi.
Poi ho approfittato delle successive 24 ore di sole per venire a casa.
Dove, già che ero sopravvissuta a un'alluvione, ho creduto fosse buona cosa cospargermi di benzina e darmi fuoco. Perché ovviamente una risposta bella definitiva dal mio, come dire, chiamiamolo tranquillamente stupendo problema dagli occhi di velluto scuro, non si era ancora avuta, anzi, anche se sempre (o quasi sempre?) per iniziativa mia, lo ammetto, c'erano ancora (di nuovo?) scambi (tentativi di scambio?) di messaggi (anche telepatici?). D'altra parte, quando una persona te la sogni di notte poi è difficile che di giorno tu non le pensi, e se le pensi continuamente, prima o poi una cazzata la fai. Beh io ne ho fatte diverse, da quando siamo rientrati dalle ferie.
Insomma, ve la faccio breve, stamattina ho avuto quasi contemporaneamente la risposta finale dal rapitore alieno, ovviamente negativa, e l'ennesimo tragico scontro con l'Uomo. Con il quale, essendo oltretutto in aria di festival, la situazione è pesante, sempre (ancora? di nuovo?) molto pesante. Ma stamattina abbiamo sfondato il record assoluto di velocità della nostra intera storia, iniziando a litigare tra il suono della sveglia e il gesto di accendere la luce. La Princi è stata svegliata dai miei singhiozzi. Poi io l'ho portata a scuola, ho apertoWhatsapp e ho dato il colpo di grazia alla mia giornata facendomi dire bene in faccia quel che sospettavo da tempo e che avevo finto di non capire, perché una spera sempre che sia un problema di comunicazione linguistica tra terrestre insicura e alieno fin troppo paraculo.
Prima delle otto e mezza quindi avevo già ottenuto ustioni di terzo grado sul 60% del corpo, e a casa, dopo il lavoro, mi aspettava la continuazione del disastro familiare.
Ma poi ho preso l'agenda per cercare di fare qualcosa di utile del mio devastatissimo pomeriggio.
E dall'agenda è scivolato fuori questo.
martedì 4 novembre 2014
La gente banalizza
Domenica
scorsa la Tipa ha avuto uno di quei momenti stupendi, la gioia di
ogni moglie figlia e madre, in cui pensi: “O li ammazzo tutti, o
muoio io”. Non so se lei la metta esattamente in questi termini,
ma di certo non ne poteva più.
Per
pura combinazione ha incocciato una domenica in cui io ero rientrata
prima dalle mie rogne genovesi. Allora alla sera è spuntata da me e ce ne siamo andate a cena io e lei, in una strana situazione rovesciata: di solito lei è la madre di famiglia con tutto sotto controllo e io sono la nomade sciroccata sempre in tragedia per qualcosa, stavolta lei, pur sempre molto carina e ben tenuta, era struccata e con lo scazzo, io invece sono uscita con un bel sorriso sereno, lasciando due piccole teglie di pizza fatta in casa pronte da infornare e una famiglia più o meno ridotta alla normalità.
La
conversazione, a tavola, mentre io cercavo la morte per agnolotto ai
tre arrosti, ad un certo punto si è volta verso alcuni concetti
interessanti, che vorrei qui condividere.
Prima
di tutto (questo, per la verità, è uno sviluppo successivo che, nel
mio foro interiore, ho dato ai discorsi, tramite attente riflessioni
notturne) ci giunge dal cielo una consapevolezza.
Non sono io che ho la crisi degli anta.
Sono gli altri che non riescono ad adattarsi ad avere a che fare con una persona che, finalmente, sa chi è e cosa vuole. In crisi ci vanno loro, non io che all'improvviso, pur sul mio mare agitato, vedo l'orizzonte con chiarezza.
In crisi ci va mia madre che non sa più come ricattarmi. In crisi ci va mio marito che non sa più come maneggiare le mie sicurezze. In crisi ci vanno i colleghi che non possono più trattarmi come la più giovane.
Di
pari passo con questa rivendicazione di raggiunta età della ragione
e, soprattutto, della facoltà decisionale, con la Tipa abbiamo fatto
un discorso.
Il
discorso potrebbe essere argomento di una nutrita serie di brevi
articoli, intitolata: “La gente banalizza”.
Benedetta
la mia educazione stracattolica e repressiva, io milioni di volte mi
sono ritrovata nelle condizioni di subordinazione in cui davo ragione
agli altri e pensavo di essere io quella che doveva migliorare, o
recuperare. Ma adesso guardo la mia vita e mi rendo conto che faccio
molte cose, produco, combatto, e nessuno può permettersi di dirmi
chi devo essere. Però vedo anche un'altra cosa. La maggior parte
della gente non ti dice cosa devi fare perchè si sente superiore,
perchè è cattiva o perchè ama esercitare potere. La maggior parte
della gente, semplicemente, non capisce un cazzo. Vive ad un livello
di profondità diverso e con un'assoluta incapacità di empatia nei
confronti delle sensazioni e dei sentimenti altrui. Il che,
pensandoci, deve essere come stare dieci mesi l'anno in vacanza in
Polinesia francese. Palme, spiagge, bungalow col tetto di paglia e
non un problema al mondo.
Posso
portare esempi fino a cadere morta, e starei ancora scrivendo.
I
medici
I
medici che non si rendono conto che tu non sei un chirurgo. Ti
chiedono di tenere fermo il cane mentre gli spremono del pus fuori da
un occhio, e ridacchiano se svieni. Ti chiedono di stare ore in piedi
schiacciato tra le barelle in una corsia di ospedale che puzza di
vomito, piscio e medicinali, e poi si meravigliano se non mangi. Ti
chiedono di indossare degli occhiali che ti fanno venire il capogiro
e la nausea e di “fare un po' di sforzo” per abituarti, poi ti
sgridano se non li porti. Ma belli miei. Se io devo uscire, guidare,
portare mia figlia a scuola, controllare i quaderni dei ragazzi,
tenere d'occhio venti persone contemporaneamente, scrivere al
computer, a mano e alla lavagna, poi saltare in auto e correre per
cento chilometri a fare mille cose in un'altra città, e poi
ritornare su e magari fare dei lavori di casa che prevedono di
piegarsi, non posso avere nausea fino a piangere, e capogiro fino a
dover stare sdraiata ferma con gli occhi chiusi, tutto il giorno per
un numero imprecisato di giorni. E il punto non è che io devo fare
un po' di sforzo, è che tu devi darmi una strategia che mi corregga
la vista gradualmente, senza rovinarmi la vita. Perchè la mia vita
non ha la minima possibilità di fermarsi dieci giorni per la mia
vista, e tu questa cosa, nell'essere il mio oculista, devi
considerarla.
Quelli
che ti danno un appuntamento
“Guardi,
io esco dal lavoro alle 13, 30, e sono fuori Asti. Non posso essere
da Lei nel primo pomeriggio.”
“Bene,
allora possiamo vederci da me per le tre, okay?”
Ma
brutto stronzo di un avvocato / notaio / immobiliarista / inquilino /
specialista / operaio / impiegato. Se t'ho detto che alle 13,30 esco
dal lavoro a cento chilometri da te, di giorno feriale, con i camion
in autostrada, il traffico della città, etc etc, come cazzo pretendi
che io sia lì alle tre? Lo sai che io non posso andarmene finchè
non suona la campanella, non è che se ho un impegno esco un po'
prima del solito, semplicemente interrompendo il lavoro e
schiacciando il tasto “salva in bozze” sul computer? Lo sai che
per essere a un appuntamento alle quattro a Genova io devo saltare
pasto o mangiare in macchina, sulle ginocchia, perchè se passo da
casa o entro in un locale dove devo aspettare non ce la faccio? E che
l'autostrada, il meteo e il traffico non li governo io? E che per
correre dietro a tutti voi bastardi, che pranzate sotto l'ufficio
all'ora che volete, io da anni non posso permettermi di rimanere con
la macchina in riparazione per un giorno, senza avere un attacco di
panico e litigare con qualche membro della famiglia che non si rende
conto della situazione?
I
commentatori delle altrui vite sentimentali
Fase 1
“Mi
sono impelagata con un tipo. Più giovane, molto bello e che appena parla mi fa
perdere completamente il controllo. Non so assolutamente cosa farci.”
“Il
sogno di ogni quarantenne!!! E chissà a letto com'è!!!”
Il
sogno di chi??? Prenderti una sbandata mentre sei sposata con un uomo
che ami? Incasinarti con una persona al di fuori del matrimonio,
mentre hai una figlia adolescente che viene da una famiglia
sfasciata? Ritrovarti con le responsabilità di una donna adulta e
gli ormoni di una ventenne, a non dormire di notte perchè ti bolle
il sangue, a non riuscire a concentrarti su niente di giorno perchè
hai il cuore a pezzi???
Ma
è una tragedia, non è un sogno!!! Ma dove cazzo vivete? A
Centovetrine?
Fase 2
“E così se n'è andato e io, è inutile che faccia finta di vergognarmi, sto malissimo.”
“Ma va beh, tanto cosa t'aspettavi, al massimo era una bella scopata.”
Una bella scopata??? Cristo, come fai a non capire che io non sono mai stata il tipo da belle scopate e basta? E secondo te starei qui a demolirmi di incubi la notte, se si fosse trattato di 'una bella scopata'?
“Comunque, ora che sai cosa vuoi, guarda che il mondo è pieno di begli uomini giovani e disponibili.”
E io che devo fare? Mettermi su un marciapiede e aspettare che uno di loro accosti e mi tiri su? Che cazzo significa? Che cosa risolve nel mio matrimonio, mettermi su piazza? Che cosa risolve nel mio stare male per non poter avere una persona, sostituirla con un'altra? Ma di che parliamo, di un paio di mocassini, di uno spazzolino da denti? Ma che cazzo di relazioni avete con gli altri esseri umani, voi?
Fase 3
“E
adesso che hai provato questa cosa, con tuo marito? Vi separate?”
Ho
mai parlato di separarmi a causa di una sbandata? Ho mai detto 'oh
che bello, Mister Bella Scopata (?!) mi ha dato le chiavi del
portone, ora so che fuori c'è un vasto mondo di Begli Scopatori (?!)
e non vedo l'ora di uscire da qui'? Oh ma fatevi furbi. Esistono persone che, pur nella più nera tempesta, i punti di riferimento se li ricordano. Non è che farsi travolgere da un'emozione inaspettata possa formattare l'hard disk. E poi: potrei benissimo separarmi, senz'altro per motivi ben più gravi di una storia extraconiugale nemmeno portata fino in fondo, ma non è fisicamente possibile che qualcuno veramente creda che separarsi da un uomo (che, tra l'altro, continui ad amare anche quando va tutto malissimo) significhi “allora bene, domani alle 17 firmo la separazione consensuale, poi vado dall'estetista e ci vediamo alle sette per un aperitivo in centro, porta il tuo collega, quello carino”.
I
commentatori dell'adozione / dell'affidamento
...no,
questi ve li risparmio. Molti discorsi che ho sentito offenderebbero
l'intelligenza di un organismo monocellulare. Poi per carità, quasi
tutti sono animati dalle migliori intenzioni, quando parlano, e non è che sia un argomento banale, me ne rendo conto. E di
recente, essendoci ormai dentro fino al collo, in realtà sentiamo
sempre più spesso “come siete coraggiosi” come chiosa ultima
della situazione. Che vorrei tanto sapere che significa, applicato alla vita quotidiana.Salvo poi trovare la coda in fondo allo scorpione,
quando la Princi ci fa sputare sangue e gli altri commentano “beh
ma del resto non è sul serio vostra figlia, voglio dire, non vi
viene mai da chiedervi chi ve l'ha fatto fare?”.
Eh
beh, grazie, ora che mi hai detto questa perla mi sento senz'altro
sollevata.
Morale.
La gente è ingenua, nella migliore delle ipotesi, perchè parla di
cose che non conosce. Stupida, in molte situazioni, perchè apre la
bocca anche se non ha niente da dire. Cattiva, solo raramente.
Ma
di certo un privilegio dei quarantenni è poter comunque perseverare
per la propria strada, e anche, ormai, dire a chiunque: “Ehm, no
guarda, qua tu non hai capito, adesso ti spiego una cosa.”
E
l'altra sera, parlando di tali situazioni con la Tipa, mi sono accorta,
ce ne fosse ancora stato bisogno, che io appartengo alla categoria di
quei quarantenni che non solo perseverano, ma ti mettono anche di
fronte alla necessità di capire che non tutti ragionano allo stesso
modo. Perchè, non pare, ma saperlo arricchisce, e molto. Non risolve un cazzo dei problemi che si hanno, ma permette di vedere molto più in profondità. E secondo me, anche quando la vita fa schifo, vale la pena guardarla. La propria, e quella degli altri.
mercoledì 22 ottobre 2014
Swarovski
Quel cristallo Swarovski che ti avevano regalato: lo guardavi ogni mattina al risveglio, fedele, sul tavolino. Tornavi a casa, e la luce del pomeriggio lo faceva scintillare di sette colori. Era lì per te, quando volevi posare gli occhi su qualcosa di bello.
L'hai urtato con l'orlo di una giacca, una sola volta, e la magia è finita. Hai preso scopa e paletta e mentre spazzavi via le briciole iridescenti di un piccolo, inutile sogno, hai pensato che lo avevi sempre saputo, che non era eterno. E ti sei accorta di essere più vecchia della ragazzina che aveva ricevuto in dono il cristallo anni prima: ormai capace di relativizzare, di assorbire le delusioni, di accettare, in nome di un gradino di consapevolezza in più.
Nella mia vita nascosta tra le colline, da anni ormai c'erano delle certezze, dei perni su cui giravano le giornate: quelle di sole, quelle di neve, quelle piene di fatica e incertezza, quelle gloriose di grandi soddisfazioni. C'erano persone che, a incontrarle un attimo in un corridoio, o all'incrocio, o sulla piazzetta del paese, mi riempivano gli occhi di luce, e credevo che sarebbe stato per sempre così.
Poi un giorno lo Swarovski è caduto. Da un comodino basso, con un urto prevedibile. Crash.
Una frazione di secondo, e non c'era più.
Il 2014 è una caduta continua di cristalli che, solo ora, vedo così fragili.
Il giorno in cui l'amica che in sala prof da anni chiacchierava con me di Genova, di politica e di cani e gatti raccolti per strada ha detto "non sto mica bene": e non sapevo che era l'ultima volta che la vedevo.
Il giorno in cui Bel Ragazzo Pacato è venuto a trovarmi durante l'intervallo del pomeriggio: e ho realizzato che non parlavo più con un ragazzino impacciato, che non mi guardava più come un adolescente affettuoso, che io stessa a questo punto stavo guardando un uomo, e che qualcosa di dolce e innocente, dopo quei silenzi e mezzi sorrisi imbarazzati, era finito e non sarebbe ricominciato.
Il giorno in cui Giovane Lupo è partito per cercare lavoro all'estero, e io l'ho saputo da un tag in una foto di terzi su Facebook: e non è che non abbia capito come mai non è venuto di persona a salutare, perché lo so che si vergogna di non aver studiato e di non aver trovato lavoro, perché lo sappiamo tutti e due che sarebbe stato difficile salutarsi senza farsi venire il magone, perché lo sa che ho paura per lui, come ne ho sempre avuta, e che ho anche questa cieca, folle speranza che una volta per tutte ce la faccia a salvarsi. Ma, ora che il suo aereo è decollato, il cielo sopra Paesino di Sogno è più vuoto, io sono un po' più vecchia e un po' più sola, e ho paura di perderli tutti uno dopo l'altro.
Passando davanti alla solita pizzeria all'angolo della strada, ho visto la Mia Cocca che lavorava. Ho pensato che per adesso lei è ancora lì, a scintillare, con il suo sorriso pieno di luce, l'affetto di sempre negli occhi, che hanno lo stesso identico colore dei miei. Che quando esco da scuola posso trovarla sulla porta del locale, o seduta sulla panca fuori, e lei, sua madre e sua sorella mi saluteranno sempre con lo stesso calore. Eppure la prima ad andarsene avrebbe potuto essere lei, quando due anni fa, appena maggiorenne, ha fatto il numero di mollare scuola e famiglia e andare a vivere con il primo tamarro che sembrava darle un'idea di partenza per la vita da grandi. Poi lui stava a casa a cazzeggiare con il computer e il telefonino, e lei doveva pulire cessi per dargli da mangiare, e beh, dopo qualche mese s'è data della scema da sola ed è tornata a casa. Ricordo che con Bel Ragazzo, allora ancora in zona alunno, mentre lei era via per questo colpo di testa, avevamo commentato "se non resta incinta, non c'è niente di irreparabile, dopo tutto". Con lo stesso tono, un po' preoccupato ma non giudicante, con cui io e la Mia Cocca, tante altre volte, avevamo parlato di Giovane Lupo, del suo futuro incerto e delle sue discutibili compagnie. E ugualmente io e Giovane Lupo, al festival dell'anno scorso, avevamo parlato di Bel Ragazzo e della sua incrollabile monogamia, persino un po' eccessiva per uno della sua età.
Ragazzi. Ex alunni. Amici. Belle persone. Anime gemelle di età diverse dalla mia. Sono cresciuti insieme, sotto il mio naso, all'ombra della Scuolina Rosa, sbracciandosi a salutare quando mi vedevano passare in auto, e facendomi il dono inestimabile della loro confidenza. E ora vanno ognuno per la sua strada di uomo e di donna, mentre io resto, e ogni mattina prendo la curva della strada e alzo gli occhi verso il campanile, con lo stesso gesto da anni.
Mi sento come se voltassi gli occhi verso il tavolino, per abitudine, senza nemmeno esserne conscia, alla ricerca dei colori confortanti del mio Swarovski attraversato dal sole, e ricordassi che non c'è più, e che è giusto così, che le cose fragili e bellissime non possono e non devono durare in eterno. Quel che deve durare è la rifrazione dell'arcobaleno, quella che splende nello sguardo che poso sulle cose. Perché io ho visto il cristallo puro, dove altri hanno visto solo tre ragazzi di paese, ognuno a suo modo incasinato, e loro hanno visto l'arcobaleno, dove gli altri hanno visto solo una prof delle medie con la testa tra le nuvole.
L'hai urtato con l'orlo di una giacca, una sola volta, e la magia è finita. Hai preso scopa e paletta e mentre spazzavi via le briciole iridescenti di un piccolo, inutile sogno, hai pensato che lo avevi sempre saputo, che non era eterno. E ti sei accorta di essere più vecchia della ragazzina che aveva ricevuto in dono il cristallo anni prima: ormai capace di relativizzare, di assorbire le delusioni, di accettare, in nome di un gradino di consapevolezza in più.
Nella mia vita nascosta tra le colline, da anni ormai c'erano delle certezze, dei perni su cui giravano le giornate: quelle di sole, quelle di neve, quelle piene di fatica e incertezza, quelle gloriose di grandi soddisfazioni. C'erano persone che, a incontrarle un attimo in un corridoio, o all'incrocio, o sulla piazzetta del paese, mi riempivano gli occhi di luce, e credevo che sarebbe stato per sempre così.
Poi un giorno lo Swarovski è caduto. Da un comodino basso, con un urto prevedibile. Crash.
Una frazione di secondo, e non c'era più.
Il 2014 è una caduta continua di cristalli che, solo ora, vedo così fragili.
Il giorno in cui l'amica che in sala prof da anni chiacchierava con me di Genova, di politica e di cani e gatti raccolti per strada ha detto "non sto mica bene": e non sapevo che era l'ultima volta che la vedevo.
Il giorno in cui Bel Ragazzo Pacato è venuto a trovarmi durante l'intervallo del pomeriggio: e ho realizzato che non parlavo più con un ragazzino impacciato, che non mi guardava più come un adolescente affettuoso, che io stessa a questo punto stavo guardando un uomo, e che qualcosa di dolce e innocente, dopo quei silenzi e mezzi sorrisi imbarazzati, era finito e non sarebbe ricominciato.
Il giorno in cui Giovane Lupo è partito per cercare lavoro all'estero, e io l'ho saputo da un tag in una foto di terzi su Facebook: e non è che non abbia capito come mai non è venuto di persona a salutare, perché lo so che si vergogna di non aver studiato e di non aver trovato lavoro, perché lo sappiamo tutti e due che sarebbe stato difficile salutarsi senza farsi venire il magone, perché lo sa che ho paura per lui, come ne ho sempre avuta, e che ho anche questa cieca, folle speranza che una volta per tutte ce la faccia a salvarsi. Ma, ora che il suo aereo è decollato, il cielo sopra Paesino di Sogno è più vuoto, io sono un po' più vecchia e un po' più sola, e ho paura di perderli tutti uno dopo l'altro.
Passando davanti alla solita pizzeria all'angolo della strada, ho visto la Mia Cocca che lavorava. Ho pensato che per adesso lei è ancora lì, a scintillare, con il suo sorriso pieno di luce, l'affetto di sempre negli occhi, che hanno lo stesso identico colore dei miei. Che quando esco da scuola posso trovarla sulla porta del locale, o seduta sulla panca fuori, e lei, sua madre e sua sorella mi saluteranno sempre con lo stesso calore. Eppure la prima ad andarsene avrebbe potuto essere lei, quando due anni fa, appena maggiorenne, ha fatto il numero di mollare scuola e famiglia e andare a vivere con il primo tamarro che sembrava darle un'idea di partenza per la vita da grandi. Poi lui stava a casa a cazzeggiare con il computer e il telefonino, e lei doveva pulire cessi per dargli da mangiare, e beh, dopo qualche mese s'è data della scema da sola ed è tornata a casa. Ricordo che con Bel Ragazzo, allora ancora in zona alunno, mentre lei era via per questo colpo di testa, avevamo commentato "se non resta incinta, non c'è niente di irreparabile, dopo tutto". Con lo stesso tono, un po' preoccupato ma non giudicante, con cui io e la Mia Cocca, tante altre volte, avevamo parlato di Giovane Lupo, del suo futuro incerto e delle sue discutibili compagnie. E ugualmente io e Giovane Lupo, al festival dell'anno scorso, avevamo parlato di Bel Ragazzo e della sua incrollabile monogamia, persino un po' eccessiva per uno della sua età.
Ragazzi. Ex alunni. Amici. Belle persone. Anime gemelle di età diverse dalla mia. Sono cresciuti insieme, sotto il mio naso, all'ombra della Scuolina Rosa, sbracciandosi a salutare quando mi vedevano passare in auto, e facendomi il dono inestimabile della loro confidenza. E ora vanno ognuno per la sua strada di uomo e di donna, mentre io resto, e ogni mattina prendo la curva della strada e alzo gli occhi verso il campanile, con lo stesso gesto da anni.
Mi sento come se voltassi gli occhi verso il tavolino, per abitudine, senza nemmeno esserne conscia, alla ricerca dei colori confortanti del mio Swarovski attraversato dal sole, e ricordassi che non c'è più, e che è giusto così, che le cose fragili e bellissime non possono e non devono durare in eterno. Quel che deve durare è la rifrazione dell'arcobaleno, quella che splende nello sguardo che poso sulle cose. Perché io ho visto il cristallo puro, dove altri hanno visto solo tre ragazzi di paese, ognuno a suo modo incasinato, e loro hanno visto l'arcobaleno, dove gli altri hanno visto solo una prof delle medie con la testa tra le nuvole.
Buoni propositi
Vi devo raccontare
- del primo scontro a fuoco dell'annata 2014/2015, ovviamente scatenato da me che mi sono mossa in modalità elefante e ho impattato male con Bottadicoca (se devi litigare con qualcuno, scegli qualcuno con cui puoi farlo in modo spettacolare)
- del mio alunno nero nero solo solo triste triste zitto zitto
- di gente che arriva e gente che se ne va, e di me che resto lì.
E' giusto un promemoria, sono giornate troppo piene. Non riesco a fermarmi, tanto ho corso. E non vedo termine alle corse né ora né dopo. Forse per il 28, 29 di dicembre.
- del primo scontro a fuoco dell'annata 2014/2015, ovviamente scatenato da me che mi sono mossa in modalità elefante e ho impattato male con Bottadicoca (se devi litigare con qualcuno, scegli qualcuno con cui puoi farlo in modo spettacolare)
- del mio alunno nero nero solo solo triste triste zitto zitto
- di gente che arriva e gente che se ne va, e di me che resto lì.
E' giusto un promemoria, sono giornate troppo piene. Non riesco a fermarmi, tanto ho corso. E non vedo termine alle corse né ora né dopo. Forse per il 28, 29 di dicembre.
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datemi un muro che lo prendo a testate
Fino a noi
Ha attraversato il deserto a piedi.
E' alto, secco e legnoso come un albero bruciato.
Non ha ancora compiuto quindici anni.
Per questo è qui, e non con gli altri. E' il più piccolo del gruppo. E' solo.
Sto guardando un pezzo terribile della storia del XXI secolo, arrivato fino a noi, in un paesino della Valle delle Meraviglie. Non è il primo rifugiato che incontro, ma sicuramente è il più giovane. E il primo con cui avrò a che fare di persona.
Scusate se ve lo dico così come mi viene. Cercate di capire. Lo so che a Lampedusa e in parecchi altri posti lo sapevano da una vita. Ma io lavoro in mezzo alle colline in Piemonte.
La prima cosa che ho pensato guardando Wanaagsan è: DIO, ALLORA ESISTONO VERAMENTE.
Non sono solo un'immagine bidimensionale alla tv. Questo qua è vero. Ce l'ha davvero, la storia addosso. Ed è una storia di cui, anche fosse solo uno, solo lui, con quel buio negli occhi alla sua età, ci dovremmo vergognare tutti.
E' alto, secco e legnoso come un albero bruciato.
Non ha ancora compiuto quindici anni.
Per questo è qui, e non con gli altri. E' il più piccolo del gruppo. E' solo.
Sto guardando un pezzo terribile della storia del XXI secolo, arrivato fino a noi, in un paesino della Valle delle Meraviglie. Non è il primo rifugiato che incontro, ma sicuramente è il più giovane. E il primo con cui avrò a che fare di persona.
Scusate se ve lo dico così come mi viene. Cercate di capire. Lo so che a Lampedusa e in parecchi altri posti lo sapevano da una vita. Ma io lavoro in mezzo alle colline in Piemonte.
La prima cosa che ho pensato guardando Wanaagsan è: DIO, ALLORA ESISTONO VERAMENTE.
Non sono solo un'immagine bidimensionale alla tv. Questo qua è vero. Ce l'ha davvero, la storia addosso. Ed è una storia di cui, anche fosse solo uno, solo lui, con quel buio negli occhi alla sua età, ci dovremmo vergognare tutti.
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sabato 11 ottobre 2014
Errata corrige
La vittima dell'alluvione non era un ragazzo di ventiquattro anni, come indicato subito dall'ANSA, ma un infermiere di 57.
Ah beh allora.
Io però a fare il conto delle vittime aspetterei i prossimi due mesi. C'è gente che aveva già perso tutto nel 2011. Sono quelle cose per cui bisogna vedere anche il numero di suicidi.
Ah beh allora.
Io però a fare il conto delle vittime aspetterei i prossimi due mesi. C'è gente che aveva già perso tutto nel 2011. Sono quelle cose per cui bisogna vedere anche il numero di suicidi.
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venerdì 10 ottobre 2014
Del mese di ottobre
Non riesco a sentirmi giù quanto dovrei essere.
Perché la terza fa gli scompleanni. Perché sono rimasti in sella tutti i colleghi precari nominati fino ad avente diritto e ieri a scuola c'erano persone sorridenti e un clima di allegria. Perché ho visto il coraggio composto con cui la Stepford Wife l'altroieri ha salutato i ragazzi della sua prima, dicendo che non sapeva se sarebbe stata ancora la loro prof, e anche l'ostinazione speranzosa con cui la Pianista ha preparato il lavoro per lo Stondaio a cui fa sostegno, volendo fermamente credere che sarebbe rimasta al suo posto, e comunque facendo bene il suo lavoro fino all'ultimo. Perché il Borbone Gentiluomo ha lasciato la cattedra intera a Prof Ragazzina (che non è affatto ragazzina, ma è più precaria di lui che le è passato davanti arrivando dal Sud: e qua i Savoia avrebbero sicuramente preferito che sbarcasse un aereo di contagiati dall'Ebola..) e tenuto le ore spezzate tra Scuolina Rosa e Scuolina Bianca. Perché il Gigante può dire quel che vuole, ma la scuola, amministrata da lui e autogestita da noi, funziona. Perché ieri ero scazzata e stanca per questioni di famiglia e a un certo punto ho mandato la Princi a spasso con il Bellissimo Berbero, che è il titolare attuale, e me ne sono andata a camminare nei boschi. Perché la mamma di Atreiu, quella di Huck Finn e quella di Winnie Pooh quando mi vedono mi abbracciano. Tutte le volte. E avendo tutte e tre il figlio minore a scuola da noi, anche se non nella mia classe, ci vediamo spesso.
Poi però non riesco nemmeno a essere su quanto vorrei essere.
Perché la mia città d'origine è di nuovo sott'acqua, e chissà chi era quel ragazzo intrappolato in un sottopasso in due metri d'acqua fangosa, chissà se era andato a lavorare, a bere una birra con un amico o a fare l'amore con la sua tipa, chissà dove abitava. Perché ci sono i fiori vicino alla statale, e Edoardo non corre più in moto, e anche se non era un mio alunno io non me lo levo più dalla testa. Perché ci sono troppe altre cose che nella mia testa non dovrebbero esserci e invece ci sono e tormentano i miei sogni. Perché mia zia si è fratturata proprio quando dovevo portarmela qua, e adesso per sessanta giorni siamo in un altro reparto ancora: e ci saranno cose logistiche da sistemare e per sistemarle quel che pesa vorrei tanto che fossero i chilometri e la fatica, invece sono come sempre le ansie, e nemmeno le mie, quelle degli altri. Perché il gatto ha qualcosa che non va e io non lo porto dal veterinario per paura di sentirmi dire quel che non mi voglio sentir dire, cioè che è vecchio e che si sta ammalando. Perchè i debiti sono tanti, le entrate sono ridotte, e le cose da comprare non finiscono mai. Perché quando mi lamento poi mi vergogno perché penso a tutto quello che ho di meraviglioso, e guardo la Princi e i suoi amici, e guardo i miei gagnetti di seconda e i miei Bufalotti di terza e mi viene da ridere.
Perchè è ottobre e a ottobre vorrei avere il tempo di raccogliere i pezzi, benedire e salutare ciò che si allontana, accogliere e coccolare ciò che arriva, e a volte, semplicemente, dormire.
Perché la terza fa gli scompleanni. Perché sono rimasti in sella tutti i colleghi precari nominati fino ad avente diritto e ieri a scuola c'erano persone sorridenti e un clima di allegria. Perché ho visto il coraggio composto con cui la Stepford Wife l'altroieri ha salutato i ragazzi della sua prima, dicendo che non sapeva se sarebbe stata ancora la loro prof, e anche l'ostinazione speranzosa con cui la Pianista ha preparato il lavoro per lo Stondaio a cui fa sostegno, volendo fermamente credere che sarebbe rimasta al suo posto, e comunque facendo bene il suo lavoro fino all'ultimo. Perché il Borbone Gentiluomo ha lasciato la cattedra intera a Prof Ragazzina (che non è affatto ragazzina, ma è più precaria di lui che le è passato davanti arrivando dal Sud: e qua i Savoia avrebbero sicuramente preferito che sbarcasse un aereo di contagiati dall'Ebola..) e tenuto le ore spezzate tra Scuolina Rosa e Scuolina Bianca. Perché il Gigante può dire quel che vuole, ma la scuola, amministrata da lui e autogestita da noi, funziona. Perché ieri ero scazzata e stanca per questioni di famiglia e a un certo punto ho mandato la Princi a spasso con il Bellissimo Berbero, che è il titolare attuale, e me ne sono andata a camminare nei boschi. Perché la mamma di Atreiu, quella di Huck Finn e quella di Winnie Pooh quando mi vedono mi abbracciano. Tutte le volte. E avendo tutte e tre il figlio minore a scuola da noi, anche se non nella mia classe, ci vediamo spesso.
Poi però non riesco nemmeno a essere su quanto vorrei essere.
Perché la mia città d'origine è di nuovo sott'acqua, e chissà chi era quel ragazzo intrappolato in un sottopasso in due metri d'acqua fangosa, chissà se era andato a lavorare, a bere una birra con un amico o a fare l'amore con la sua tipa, chissà dove abitava. Perché ci sono i fiori vicino alla statale, e Edoardo non corre più in moto, e anche se non era un mio alunno io non me lo levo più dalla testa. Perché ci sono troppe altre cose che nella mia testa non dovrebbero esserci e invece ci sono e tormentano i miei sogni. Perché mia zia si è fratturata proprio quando dovevo portarmela qua, e adesso per sessanta giorni siamo in un altro reparto ancora: e ci saranno cose logistiche da sistemare e per sistemarle quel che pesa vorrei tanto che fossero i chilometri e la fatica, invece sono come sempre le ansie, e nemmeno le mie, quelle degli altri. Perché il gatto ha qualcosa che non va e io non lo porto dal veterinario per paura di sentirmi dire quel che non mi voglio sentir dire, cioè che è vecchio e che si sta ammalando. Perchè i debiti sono tanti, le entrate sono ridotte, e le cose da comprare non finiscono mai. Perché quando mi lamento poi mi vergogno perché penso a tutto quello che ho di meraviglioso, e guardo la Princi e i suoi amici, e guardo i miei gagnetti di seconda e i miei Bufalotti di terza e mi viene da ridere.
Perchè è ottobre e a ottobre vorrei avere il tempo di raccogliere i pezzi, benedire e salutare ciò che si allontana, accogliere e coccolare ciò che arriva, e a volte, semplicemente, dormire.
mercoledì 1 ottobre 2014
Un antichissimo gioco
La situazione di triangolazione
Bottadicoca – Sgamo – Castagna si complica visibilmente di giorno
in giorno.
“Ma... ma... ma GUARDA cos'ha fatto questo quaaaaaa!!! Guarda! Qui c'era un procedimento che non aveva studiato, e è arrivato al risultato da solo, per tutt'altra strada, da solo ti dico, guarda che ragionamento... Beneducato vieni qui che tu sai di cosa parlo, guarda, GUARDA che roba, questo è... è... ERANO ANNI CHE NON VEDEVO UNA COSA DEL GENERE!!!”
Io sorrido.
Poi me ne vado in terza, dove per il momento sono solo passata a restituire gli ultimi quaderni delle vacanze, e mi metto a interrogare di Geografia. Finita l'interrogazione devo spiegare, c'è un po' di agitazione in classe al rientro dall'intervallo, aspetto che si calmino per partire, ma appena apro bocca vengo interrotta. Si alza un braccio lunghissimo nell'angolo in fondo, e Sgamo mi fa: “Prof, deve mettermi la nota.”
“Perchè?” mi allarmo io. Ma non vedo niente, solo che sta finendo di masticare uno snack.
“Perchè non ho fatto i compiti delle vacanze.”
In effetti lui è l'unico, a parte il suo compagno con il sostegno, che non ha nemmeno fatto finta di aver lasciato a casa i quaderni. Non li ha fatti, punto, e me lo ha detto. Solo che ora siamo al primo di ottobre e lui vuole la nota.
“Perchè vuoi la nota, Sgamo?”
“Perchè è stato un errore non fare i compiti delle vacanze.”
“Sì. Parlerò coi genitori di tutto, anche dei compiti delle vacanze, per questo li ho controllati. Ma ho già detto che è una scelta vostra, esercitarvi di meno nelle vacanze. Invece da adesso prenderete note se non fate i compiti che assegno io.”
Insiste, spiazzato.
Io colgo l'occasione per fare la mossa d'apertura di un antichissimo gioco, che probabilmente hanno giocato già gli australopitechi, maschi con femmine, genitori con figli, capi con subalterni. So cosa devo fare.
Poi, inizia:
“Posso leggere io, prof?”
“Posso andare io a mostrare sulla cartina?”
“Posso rispondere io?”
Quando per la terza volta dico di no, Sgamo arriva, lo giuro, al “la prego, prof”.
Mi giro con aria interrogativa.
“Per favore, devo farmi perdonare.”
Lo lascio un momento a sfrigolare sotto il mio sguardo pensoso.
“Sarai perdonato quando prenderai nove di Storia, Sgamo.”
“Perfetto. Quando mi interroga?”
“Ahahah. Tu non crederai mica che io i nove di Storia li dia via come confetti, vero?”
Si zittisce. Ma s'è anche calmato.
Finisco la lezione e ce ne andiamo.
Oggi è stata una giornata in cui il
mio mestiere e quello dell'archeologo che spolvera sassi con la
pazienza di Giobbe mostravano poche differenze.
Voglio dire, fai lezione in seconda sul
Cid Campeador e vorresti dettare e parlare con il tuo solito
entusiasmo ma devi risolvere mille belinate pratiche: e non ho il
testo e non ho gli appunti e non va bene la fotocopia e la
fotocopiatrice è rotta e la stampante non funziona e l'assistente
comunale e la collega di sostegno vanno resettate e messe al lavoro
ogni giorno come se fosse il primo e quello che non ha capito e
quella che è indietro e quello che non ha il quaderno e il
vicepreside che entra e quello che doveva portare la nota firmata e
quella che deve andare in bagno.
Ma dopo la quarta ora (miraggio di ora
buca, in cui mi avanzava eccezionalmente il tempo di chiacchierare con
Bottadicoca, il Beneducato, che è uno dei due nuovi di matematica, e
Stepford Wife, una delle due nuove di Lettere) la vita s'è fatta più
interessante.
D'improvviso la Bottadicoca si mette a
ululare. Di nuovo a proposito di Sgamo. Ma non che finirà al
riformatorio e che è un maleducato etc: tutt'altro.
Ulula di piacere. Sta battendo la mano
su un compito scritto.“Ma... ma... ma GUARDA cos'ha fatto questo quaaaaaa!!! Guarda! Qui c'era un procedimento che non aveva studiato, e è arrivato al risultato da solo, per tutt'altra strada, da solo ti dico, guarda che ragionamento... Beneducato vieni qui che tu sai di cosa parlo, guarda, GUARDA che roba, questo è... è... ERANO ANNI CHE NON VEDEVO UNA COSA DEL GENERE!!!”
Io sorrido.
Poi me ne vado in terza, dove per il momento sono solo passata a restituire gli ultimi quaderni delle vacanze, e mi metto a interrogare di Geografia. Finita l'interrogazione devo spiegare, c'è un po' di agitazione in classe al rientro dall'intervallo, aspetto che si calmino per partire, ma appena apro bocca vengo interrotta. Si alza un braccio lunghissimo nell'angolo in fondo, e Sgamo mi fa: “Prof, deve mettermi la nota.”
“Perchè?” mi allarmo io. Ma non vedo niente, solo che sta finendo di masticare uno snack.
“Perchè non ho fatto i compiti delle vacanze.”
In effetti lui è l'unico, a parte il suo compagno con il sostegno, che non ha nemmeno fatto finta di aver lasciato a casa i quaderni. Non li ha fatti, punto, e me lo ha detto. Solo che ora siamo al primo di ottobre e lui vuole la nota.
“E vuoi che ti metta la nota?”
“Sì.”“Perchè vuoi la nota, Sgamo?”
“Perchè è stato un errore non fare i compiti delle vacanze.”
“Sì. Parlerò coi genitori di tutto, anche dei compiti delle vacanze, per questo li ho controllati. Ma ho già detto che è una scelta vostra, esercitarvi di meno nelle vacanze. Invece da adesso prenderete note se non fate i compiti che assegno io.”
Insiste, spiazzato.
Io colgo l'occasione per fare la mossa d'apertura di un antichissimo gioco, che probabilmente hanno giocato già gli australopitechi, maschi con femmine, genitori con figli, capi con subalterni. So cosa devo fare.
“Ti piacerebbe, adesso, che ti dessi
una nota. Ma io non te la metto. Problema tuo.”
Il risultato è di gran lunga più
spettacolare del previsto.
Intanto, comincio a spiegare e Sgamo
trova la scusa di sedersi vicino ad un compagno che è senza libro
per passare in prima fila.
Poi, inizia:
“Posso leggere io, prof?”
“Posso andare io a mostrare sulla cartina?”
“Posso rispondere io?”
Quando per la terza volta dico di no, Sgamo arriva, lo giuro, al “la prego, prof”.
Mi giro con aria interrogativa.
“Per favore, devo farmi perdonare.”
Lo lascio un momento a sfrigolare sotto il mio sguardo pensoso.
“Sarai perdonato quando prenderai nove di Storia, Sgamo.”
“Perfetto. Quando mi interroga?”
“Ahahah. Tu non crederai mica che io i nove di Storia li dia via come confetti, vero?”
Si zittisce. Ma s'è anche calmato.
Finisco la lezione e ce ne andiamo.
Eh sì, beh, anche io erano anni che
non vedevo una cosa del genere. So esattamente chi mi ricorda.
Vediamo se qualcuno dei lettori di vecchia data indovina.
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