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lunedì 29 aprile 2013

Tutti in carrozza... e speriamo bene



Qualche motivo per tentare di metterci un po' di fiducia

1. Non è quella chiavica penosa della Mariastronza.
2. Con il curriculum che si ritrova, mi risulta difficile credere che sia scema.
3. Pisa è sempre un sinonimo di serietà.
4. E' bio-robo-coso-ingegnera: non so, forse prima o poi dovrebbero metterci un uomo o una donna di lettere a fare questa cosa, comunque è una che in università ci ha lavorato (non che sia una garanzia: abbiamo visto Profumo cosa è riuscito a dimostrare di sapere del mondo della scuola).
5. Avrà una vaga idea di cosa vuol dire essere una donna in certi ambienti della cultura.
6. E' simpaticamente sovrappeso e lo so che anche questa non è una garanzia di niente, ma dopo tutte le bambole gonfiabili e le santarelline infilzate che ci hanno propinato in questi anni, io ogni volta che vedo una che non è a dieta d'istinto mi sento meglio, propendo a sperare che non sia un'olgettina né un burattino né, come in questo caso temevo prima di vedere la foto, un androide.

Vedremo...

domenica 21 aprile 2013

E intanto

Era martedì scorso e io arrivavo a casa di mia madre dopo il lavoro e i 110 km d'ordinanza e ovviamente senza aver pranzato, così quando lei cominciava a dirmi ahvienichetifacciovedere, io esalavo un maveramentedevoancoramangiare e finivamo in cucina, con me che sbocconcellavo di malavoglia della focaccia genovese buonissima e una schiacciata del supermercato di gomma, poi l'arancio, poi gli amaretti col caffè, e poi c'era questa breve sosta in poltrona e a me veniva un sonno, ma un sonno.
Però prestissimo era l'ora di andare da mio padre. E io mi sedevo sul gabinetto a fare pipì con la porta aperta (ormai siamo tra donne) e prima di rialzarmi dicevo a mia madre: "Ecco, adesso devo mettermi un po' nell'ordine di idee della casa di riposo". Non che mi faccia lo stesso effetto dell'ospedale. Ma è che il mio cervello si rifiutava di strutturarsi in una nuova forma. Di associare mio padre a un'altra, diversa, forma di dispiacere. Negli ultimi due anni e mezzo ho strapazzato il mio corpo e la mia mente recalcitranti in giro per studi medici, reparti emergenze, cliniche, corridoi verdolini azzurrini o giallognoli pieni di barelle, case che avevano odore di vecchiaia e di malattia. Ho fatto fronte malamente, come potevo.

Poi finalmente è iniziata questa pausa, in cui non ho più paura. Non ho paura perché c'è l'inserviente M. che ha gli occhi azzurri ed è gentile, c'è l'infermiera V. che parla senza gli articoli e ha il cuore pieno di pazienza e di coraggio stampato sulla faccia, c'è l'infermiera M. che chiama mio padre tesoro. Tesoro? Herr Direttore Sanitario che faceva filare un intero CPA senza mai dire un per favore e un grazie? Tesoro, sì. E gli sfila gli aghi con tanta delicatezza. E che dire dell'inserviente giovane, alta e bella che ha tipo un quarto dei suoi anni e gli dà del tu. Non ho paura perché dalla finestra della stanza di papà si vede il mare e in questi giorni col sole sembra di essere in Costa Azzurra. Non ho paura perché ha avuto la febbre alta e stavolta nessuno lo ha portato via con l'ambulanza: gli han dato le medicine, gli han preso i parametri tutto il tempo e poi lo hanno lasciato dormire un giorno intero per recuperare le forze, che è quello che avrei fatto io, a buon senso. Non ho paura perchè vedo che lì la maggior parte dei pazienti non ha lo sguardo triste, eppure molti non hanno gente che li viene a trovare ogni giorno e comunque chi viene non si ferma ore, come invece fa mia madre.

E ora che non ho paura, che non ho fretta, che non ho ansia, purtroppo ho tempo di pensare.

Così oggi quando sono arrivata e lui straparlava, forse perchè si era svegliato da un pisolino ed era confuso, forse perchè aveva un po' di agitazione da quando si era reso conto di non poter telefonare a nessuno, forse perchè stava meglio e le ore gli erano sembrate lunghe e lo avevano mandato in loop, io sono scesa al bar a prendergli una bibita pensando che eravamo in un bel guaio, ma poi sono risalita e l'ho trovato più calmo, e dopo un pochino che parlavamo si ricordava di nuovo tutto, chiedeva cose della vita di fuori e rispondeva a tono ai discorsi. E allora me la sono giocata, perchè non posso sapere quanto tempo ho a disposizione per vederlo e per vederlo quando ragiona bene, e gli ho detto dei nostri progetti di allargare la tribù. Che sono ancora top secret per quasi tutta la famiglia e guai se l'Uomo sapesse che ne ho detto parola. Ma insomma, oggi mi sono decisa a fare questa notevole eccezione, perchè davvero non lo so come andremo avanti.

Cercavo di non fare come faccio sempre con loro, quando ho paura di prendere un calcio in pancia mentre parlo di qualcosa che per me è importante. Cercavo di non abbassare lo sguardo sul mio lavoro all'uncinetto, di non farfugliare, di dire poche cose chiare perchè lui potesse seguirmi, senza però sembrare brusca o chiusa. E così ho guardato dritto negli occhi di mio padre. Ed è stato tremendo. Perché dentro il suo sguardo C'ERA effettivamente mio padre. L'uomo che mi ha ascoltato notti su notti, seduti insieme sul divano. L'uomo nel cui studio andavo a nascondermi quando non ne potevo più. Era lì, nel letto davanti a me. La stessa intelligenza di prima. La stessa attenzione di prima. Le stesse poche, caute parole ben soppesate.

Mio padre, che ultimamente è stato ripiegato sul proprio corpo cadente e sulla fatica di sopravvivere, che è stato spesso stronzo e intrattabile e più spesso sonnolento e smemorato, che per mesi è stato un problema in quanto non solo malato, ma anche testardo e ormai ridotto a fare i capricci come un bambino; mio padre, che venti minuti prima non sapeva dov'era e perchè, in quel momento mi stava ascoltando con tutto se stesso. Era tornato da chissà quali mondi, era con me di nuovo.

Ho sofferto più oggi, all'idea di perderlo, che in tutto l'ultimo anno.


 

venerdì 19 aprile 2013

Facciamo che era primavera e

...e io arrivavo in classe e trovavo Bambino di Formaggio che piangeva. Ma che dico piangeva: irrigava l'aula. Gli cadevano lacrimoni enormi a gruppi di quattro. La disperazione.
Il Dolce Cowboy lo guardava scuotendo la testa. E io: "Cos'è successo?"
"Che ha fatto lo scemo! Ha rotto un vetro in palestra, e ora gli tocca ripagarlo. E' anche andata bene che non s'è tagliato, è uscita una scheggia di vetro spessa e lunga così."
Non so in quale punto della narrazione stavo già abbracciando il povero Bimbocheese e controllavo che non si fosse graffiato nè spaventato a morte. Poi però effettivamente tutta la ricostruzione dell'accaduto, sua e dei compagni, era coerente e lui ammetteva di aver dato un colpo alla finestra dello spogliatoio, da fuori, mentre Momo Docteur, che si stava cambiando con gli altri, la stava chiudendo da dentro. Quindi, colpa sua è. Grazie al cielo niente pronto soccorso, grazie al cielo niente indagini interminabili, in compenso lui ha pianto per esattamente sessanta minuti. Al termine dei quali eravamo insieme a guardare il bidello Big Jim che isolava la finestra pericolosa e telefonava in comune, e Bimbo di Formaggio tuttora piangeva, terrorizzato all'idea della cifra da pagare e della reazione di suo padre.
E' stato riaccompagnandolo indietro verso la classe e verso il suo triste destino che mi sono accorta che è più alto di me, ormai.

...e c'era un sole così e io dicevo ai sette latinisti di III C che si trattava di uno dei tre giorni l'anno in cui io non soffro ancora di allergia e posso godermi il verde della primavera, per cui ci prendevamo libri e quaderni e latino andavamo a farlo ai giardinetti, anzi, essendo i giardinetti esposti a sudovest e del tutto privi d'ombra a quell'ora, andavamo sulle scale della chiesetta. Che in sette anni ho sempre visto chiusa, ma naturalmente ieri alle tre era l'ora in cui le pie donne andavano a lustrarla. Così loro hanno lustrato e noi abbiamo tradotto. Orsacchiotto, Arcangelo Nero, Vomitino seduti uno addosso all'altro su due gradini, (gambone lunghe e pelose accatastate, piedi sovradimensionati da tutte le parti, telefonini che cadevano a ripetizione dalle tasche delle orrende tute mollicce con cui si vestono) e Spettacolo, Puffetta Bruna, Briciola di Titanio e Bravaragazza disposte ordinatamente nello spazio restante, tutte carine nei loro top colorati, coi capelli profumati e splendenti nella luce del pomeriggio. Io mi ero data la crema solare e mi sentivo avvolta da un alone di vacanza.

...e in seconda da un'intera settimana non si riusciva a ragionare, per cui oggi, consegnata una bordata di dettati, decidevo di non provare nemmeno a interrogare sull'Orlando Furioso e invece facevo un esercizio di scrittura preso di peso da un vecchio, interessante test psicologico che mi fece tanto tanto tempo fa in montagna l'amica Poppea. Poi però per farli concentrare meglio li facevo smettere di scrivere e li lasciavo con gli occhi chiusi a visualizzare gli elementi del test, per poi farmi raccontare cosa avevano immaginato, e spiegare i significati. Non vi racconto il test perchè è come la Lezione di Storia Numero Uno, cioè una delle mie armi segrete da non cedere ad altri insegnanti. Ma vi racconto che questo tipo di cose le faccio solo ed esclusivamente con classi che amo alla follia. E che stamattina ho ottenuto dei sorrisi pieni di gioia da Atreiu, che prima ancora di capire dove parasse il test aveva goduto appieno dell'esercizio di visualizzazione e non era rimasto indietro come al solito ma era attentissimo, e ho ottenuto immagini stupende dai soliti bei cervellini e anche da gente solitamente più timida e silenziosa.

...e la settimana con gli elfi venuti dal freddo terminava, dopo inenarrabili fatiche con il caldo, le insegnanti finlandesi interessate solo ai centri commerciali, i ragazzini scarsamente parlanti inglese e qualche problema relazionale nelle famiglie ospitanti. E finiva tutto sommato in gloria perchè, alla seconda volta che vengono da noi i Finlandesi, siamo decisamente più preparati e stavolta il team che se ne occupava era un po' diverso, la Barbie di Inglese aveva accettato di essere coinvolta e stava dando il meglio di sè (e la Barbie di Inglese è ipocondriaca e piena di paturnie ma veramente, veramente, veramente iperbrava nel suo mestiere): così ieri sera il Gigante guardava tutto contento le famiglie dei ragazzi italiani ospitanti, i nostri alunni, i ragazzini dall'aspetto elfico, i colleghi e la preside, più qualche exalunno riemerso dal passato, che allegramente gozzovigliavano con le circa venti torte diverse portate dalle famiglie, e la preside aiutava a fare la raccolta differenziata della plastica e dell'umido dopo cena, e la Castagna girava in tacchi e vestitino suscitando sguardi sospettosi ("ma vestita così le può dare le note di comportamento?") dai propri alunni che la vedono sempre e solo in jeans e maglia, e la torta finlandese di mirtilli era buonissima, i bambini si capivano benissimo a gesti e per un attimo, uscendo di sera nel parcheggio e intravedendo le sagome degli ultimi partecipanti alla festa che si rincorrevano vicino alla scuola, sembrava che tutto fosse veramente splendido, persino in quel nido di vipere in cui lavoro. Ma poi, soprattutto, oggi, all'ora della partenza degli ospiti per tornare ai venti centrimetri di neve della Finlandia del Sud, come a un segnale convenuto, tutti insieme, le nostre ragazzine, le loro, e persino qualcuno dei ragazzi, sono scoppiati in lacrime: e tutti gli adulti si sono fermati a guardare questa commovente scena d'addio e hanno pensato e detto la stessa cosa: "Beh ma allora è venuto proprio bene 'sto gemellaggio!"

venerdì 12 aprile 2013

Cambiamenti

Eccoci qua.
Dall'ultima volta che ci siamo sentiti, annoveriamo qualche novità. Niente di che. Diciamo che questa settimana passerà solo alla storia di questa famiglia come una delle più significative, in fatto di cambiamenti.

Per esempio, mio padre da ieri abita in un istituto. Mia madre abita da sola. Mia zia insiste per andare nello stesso istituto pure lei. Io ho avuto un gran bel tracollo psicofisico, pur essendo d'accordissimo con questi cambiamenti, ma ora che è finita la fase tremenda dell'accudimento a casa... diciamo, per tagliarla corta, che sono impegnatissima a non svenire e a non piangere nei luoghi meno opportuni. Pazienza, passerà. Ci sta, che una abbia un momento di down dopo tutta 'sta tensione. L'importante è aver adottato la soluzione giusta. Speriamo, dai, che vada tutto nel migliore dei modi.

Mio cugino forse trova un accordo con suo padre e va a lavorare e a vivere da solo. E anche questa non è poca cosa, no?

E se non vi sembra abbastanza... noi, invece, di vivere da soli eravamo stufi. Da un sacco di tempo, come alcuni di voi ben sanno. E siccome la vita è proprio pazzesca, proprio adesso, proprio in questi giornate campali, beh, ne capita un'altra e cioè, bravi, avete indovinato, capita che si allarga la famiglia. Tranquilli eh, il ciclo ce l'ho regolarmente. Sapete che noi siamo gente complicata. Questa retorica dell'utero, questo culto dell'ecografia, a quasi quarant'anni... no dai, è inutile che faccia la sostenuta, l'idea di figli nostri non è che ci lasci ormai indifferenti, anzi. Ma insomma, è passato veramente tanto tempo da quando abbiamo cominciato a sostenere che famiglia non vuole per forza dire genetica. Per dire la verità eravamo sposati da nemmeno sei mesi e parlavamo di figli naturali, affidatari e adottivi con grande disponibilità, e, se volete proprio saperlo, avessimo colto la prima mela che ci era stata offerta, adesso avremmo un figlio affidatario già maggiorenne. Ma si vede che la vita doveva fare tutti i suoi giri, prima, e ne ha fatti, oh se ne ha fatti, prima di arrivare a questa settimana.

Comunque. Poi vi dirò bene, anche perché è tutto all'inizio, ma all'inizio inizio, proprio tanto all'inizio, e queste cose sono di un incasinato... ma insomma, sembra che finalmente un'occasione di provare a essere genitori toccherà anche a noi. Suspense... non sono autorizzata a dire nient'altro.

Mi pare che ve la dovevo, qualche notizia bella, dopo tutti 'sti mesi in cui avete retto le mie sfighe.




giovedì 4 aprile 2013

L'altra faccia del mobbing

Dal Dizionario Italiano Sabatini Coletti (con un pensiero di stima allo splendido Coletti che teneva lezioni entusiasmanti sul lessico poetico di Montale e che ha portato fisicamente agli studenti Travaglio quando ancora non era "Travaglio", e la Guzzanti quando Berlusconi era da poco diventato "Berlusconi")

MOBBING Molestie, mortificazioni inflitte a un lavoratore per emarginarlo, per ostacolarne la carriera, il successo, per screditarlo; le patologie che ne derivano nelle vittime

Il mobbing, è noto, si fa a un lavoratore capace che ti sta in culo, piuttosto che a un incapace, che sicuramente si mette da solo nella condizione di attirarsi problemi e anche provvedimenti. Quindi, per definizione, il mobbing, se devi farlo a qualcuno, richiede che tu sia intelligente, sottile, attento.

Possibilmente, dovresti essere più intelligente del lavoratore cui fai mobbing. O almeno tanto quanto.
Altrimenti finisce che fai qualcosa di stupido.
E allora si verificano cose come quella di stamattina.
Per cui una solitamente sorridente e accomodante Castagna, che di recente, consapevole di avere per certe cose la coda di paglia sul lavoro, e per altre gli occhi di certi colleghi addosso, andava a lavorare con la gastrite e il senso di svenimento, stamattina invece è scesa dal letto e, senza il minimo accenno di disturbo psicosomatico, ma anzi con una bella espressione combattiva da guerriera irlandese e gli occhi pieni di vita, si è fiondata nel tuo ufficio e si è tolta diverse soddisfazioni.

Tipo ricordarti con abili e inequivocabili giri di parole i concetti di:
scelta didattica,
professionalità,
libertà di organizzare l'insegnamento in base a parametri personali all'interno del programma,
esperienza sul campo,
diritti dei lavoratori,
leggi che tutelano le persone che, pur mantenendo il posto di lavoro, hanno situazioni familiari da risolvere.

Poi (e questa era la parte che pregustavo fin da ieri pomeriggio) è andata a cercare la tua complice e compagna di intrighi Bestia Nera e le ha detto in faccia diverse cosine, usando espressioni ancora meno equivocabili però, e sentendo, oh con quanto piacere, tutti quei fastidiosi sassolini acuminati che scivolavano finalmente fuori dalla scarpa.

Perché, cara C., cara BN, quello riportato sopra è solo il SECONDO significato della parola mobbing.

Il primo è
in etologia, l'insieme dei comportamenti di minaccia esibiti dagli uccelli di fronte all'attacco di un predatore

E siccome la BN scema non lo è, brutta dentro sì ma scema, glielo riconosco, no, tra me e lei la partita si gioca esattamente dal primo settembre 2006, quando io sono entrata nella scuola, tra l'altro, preceduta da un'ottima pubblicità che a mia insaputa mi aveva fatto una collega con cui avevo lavorato prima, e la BN in pochi secondi ha capito di trovarsi di fronte a un predatore. Io, che tendo a entrare in ambienti nuovi con il massimo della disponibilità, e che comunque ero più giovane, invece ci ho messo un po' di più a capire di avere di fronte un'arrogante ducetta fondamentalista. Mi ci sono voluti, direi, tre o quattro giorni. Da allora lei fa versi, agita le ali, zampetta mimando colpi di becco, e io regolarmente in sua presenza tiro fuori tre generazioni di batusaggine genovese, non mi scosto di un millimetro, e lascio partire la piega della bocca e il sopracciglio sinistro, che vadano dove la natura li porta.

Comunque, quando si lavora con certi stronzi, e si aspetta per anni il momento giusto per reagire, si arriva addirittura a ringraziarlo, il mobbing, per le soddisfazioni che ci si possono togliere a un certo punto.



domenica 31 marzo 2013

Discorsi lunghi

Poco tempo fa ho pubblicato un post sulla mia situazione familiare che ha dato il via a una serie di contributi, sofferti ma anche molto sensati, per tanti aspetti, da parte di alcune lettrici.

Sebbene mi sia accorta di aver smosso convinzioni e sentimenti molto delicati, vorrei tornare sull'argomento perchè, in realtà, da tempo cercavo di esprimere un concetto che mi si è chiarito di recente, badate, non guardando alla mia (disastrata) relazione con la famiglia d'origine bensì a quella tra madri e figlie che conosco da vent'anni e rotti, molte delle quali tra l'altro hanno in comune con me il fatto di non abitare più nella stessa città dei genitori. Le mie amiche storiche non si sentano eccessivamente chiamate in causa a livello personale, cito le loro vite solo perchè le vedo svolgersi da vicino e da tanto tempo, ma senza dubbio a tanti di voi verranno in mente situazioni simili.

Nell'ultimo commento al post Sogni e delitti scrivevo:
"...cercando di relativizzare, guardiamo ad altre società o al passato, quando il trucco per cui in contesti diversi l'anziano e il bambino potevano essere gestiti a casa senza paralizzare le vite degli altri era semplice: famiglia allargata, donne a casa, zie non sposate, figlie che non vanno a scuola permettevano anche a chi non ha della servitù di accudire una o più persone senza appoggiarsi a aiuti esterni. Oggi, qui, non si vive più così: all'età di mia madre e alla mia si è presi da molte cose fuori casa, che è anche giusto che vadano avanti; io tra l'altro faccio un lavoro statale e non rischio il posto, ma il mobbing, le critiche trasversali o dirette, il clima di tensione quando devo chiedere un permesso etc. non sono lo stesso cose simpatiche. Conosco persone che, nel privato, in situazioni simili, hanno dovuto mangiare tanta ma tanta materia escrementizia più di me, e ottenendo molto meno. Questo purtroppo rende difficilissimo stare vicini nel modo giusto ai nostri vecchi, senza sentirci defraudati. In fondo, non è colpa di un papà se è vecchio, così come non è colpa di un bimbo se è piccolo: ma non è nemmeno giusto che vada a rimetterci la persona (spesso, donna) di trenta - quarant'anni che, in ogni caso, facilmente già di suo si stava facendo un mazzo così su vari fronti. Almeno, a me così pare, e ripeto, nonostante tutto non riesco a immaginarmi senza mio padre, non ho nessun piacere di pensare alla casa di riposo e mi detesto ogni volta che penso o dico che non ce la faccio più."

Naturalmente questo commento contiene un errore gigantesco: la frase "senza paralizzare le vite degli altri" continua affermando che ci si appoggiava alle donne di famiglia, in particolare a quelle che non erano sposate o non avevano figli propri, e in generale a tutte, perchè non lavoravano fuori e non studiavano. Cioè, non è che io abbia sbagliato, mi rendo perfettamente conto che i non paralizzati erano solo gli uomini: però è anche vero che, per le donne, la stragrande maggioranza delle donne, le condizioni sociali e culturali erano tali che non ci si immaginava una vita diversa. Come dico sempre ai ragazzini spiegando l'Iran dei fondamentalisti e le catene di suicidi tra donne delle classi alte: "se tutte le donne che conosci fanno la stessa vita in casa, dietro ai figli etc., magari tu sei inserita in una cultura che condividi e dove stai bene. O magari no, magari sogni la parità. Però se ti levano la condizione di lavoratrice autonoma e rispettata e ti chiudono in casa a spolverare, e ti dicono che non puoi più decidere niente da sola, è ovvio che ti viene la depressione e l'istinto di ribellarti o di suicidarti".

Ecco, la riflessione che facevo io è appunto questa. Noi non viviamo in un quieto e silenzioso villaggio dell'interno del Niger, dove molte cose tra cui l'istruzione femminile devono ancora arrivare. Noi viviamo in un mondo dove E' NORMALE che le donne possano trovarsi un lavoro, mantenersi, aprirsi un mutuo, decidere per i propri figli, spostarsi, dormire fuori da sole, quindi anche delegare a terzi l'accudimento di figli e parenti anziani per poter portare avanti la propria vita anche fuori casa. E' normale che dalle donne ci si aspetti una professionalità sul lavoro e un impegno anche di flessibilità che, una volta, si chiedeva solo ai maschi, tanto se mai le mogli poi scaldavano la cena quando rientravano a casa all'ora in cui i bambini già dormivano.

E QUESTO MONDO NOI CE LO ABBIAMO PROPRIO PERCHE' LE NOSTRE MADRI HANNO CONTRIBUITO A CREARLO. Votando, iscrivendosi a facoltà molto "maschili" come Medicina e  Ingegneria, lavorando, andando a convivere, scegliendo i tempi e i modi della procreazione, cercando soluzioni creative per l'accudimento dei figli, divorziando, risposandosi, accettando trasferimenti per lavoro.  

Quindi, ogni volta che sento parlare di una madre di questa generazione che deturpa consapevolmente la vita di una figlia, sabotandole le uscite, o mettendola in castigo e trattandola diversamente dagli altri figli per le sue scelte lavorative o di coppia, o facendole persare la distanza dalla città d'origine, o... (e l'elenco potete completarlo meglio di me) penso una cosa. Penso che E' INCREDIBILE. Penso che quello che poteva essere normale per una delle nostre nonne non è possibile che passi per la testa di una delle nostre madri. Penso se non si rendono conto della mostruosa incoerenza di quel che stanno facendo.

In particolare, penso a me a quindici anni, quando guardavo la madre di Cavallino, tra l'altro insegnante di Lettere, che oltre a lavorare tanto e bene si sbatteva come un uovo per fare felici le sue figlie, e trovava il tempo di essere affettuosa anche con le loro amiche. Penso che volevo diventare come lei. Penso che allora raccontavo con fierezza di mia madre che era andata a convivere con un uomo che, oltre a essere distante da lei per età, era pure un suo superiore, e ovviamente non lo aveva fatto senza pagare un prezzo. Penso che all'epoca ero sicura che le mamme che non avevano potuto studiare ci guardassero con gioia, piene di meravigliose aspettative, mentre passavamo gli esami a Lettere Legge Farmacia o Ingegneria.

E non ritrovo queste figure mitiche nelle donne che oggi si aspettano da noi che facciamo tutto come se non esistesse altro che la famiglia. Non ritrovo l'intelligenza lucida della madre della Tipa, nell'evidente malignità con cui le tiene un broncio tragico se rientra mezz'ora dopo dal lavoro. Non ritrovo l'affettuoso sostegno alla nostra crescita della madre di Cavallino, nel suo continuo rinfacciarle di essere andata via da Genova per seguire l'uomo che ama. Non ritrovo la traccia del sentiero che loro per prime ci avevano additato. Eppure quante ne sentiamo, di donne tra i sessanta e i settanta, dire cattiverie sulle figlie che non hanno mai tempo per i bambini, che comprano da mangiare solo surgelati, che sono sempre nervose perchè hanno poco tempo. Le sentiamo dappertutto.

E' il festival dell'incoerenza. E non capisco perchè. Lo so che si sono fatte il mazzo, ma la domanda è: sono pentite? Non credo. E allora? Non hanno mai avuto un altro modello di madre, perchè le loro madri, nella maggioranza, erano a casa e non capivano il loro sbattersi, e quindi devono, arrivate alla soglia dell'essere nonne, riproporre l'unico tipo di presenza genitoriale che hanno conosciuto?

E noi? Io lo vedo che madri sono le mie amiche. Diventeranno questo stesso tipo di nonna? o a noi, visto che abbiamo trovato (si fa per dire) aperta la strada per le nostre scelte tra i venti e i quaranta, sarà demandato il compito di inventare la nuova strada per le donne tra i cinquanta e i settanta?

Ci avete mai pensato?

sabato 30 marzo 2013

Quando una se la chiama

Posto due righe per dire che, con il precedente "morte di salute" mi sono autoscagliata addosso una maledizione.

E lo sapevo che non dovevo parlare di malattie, troppi blog parlano di malattie. Ma io credevo di parlarne in senso ironico, apotropaico, di reagire, di invitare la blogpopolazione a farsi del bene, a non piangersi addosso, a non soccombere.

Bene, comunque, non lo farò più. Sono due giorni che vado avanti a melaleuca alternifolia (chi può capire capisce) e bevo mirtillo rosso (anche qui, decodificate) e, ahimè, non c'entra niente lo honeymoon disease, solo un estemporaneo crollo totale del mio sistema immunitario.  

Sob. E io ce la stavo mettendo tutta.

Va beh, fuori piove eh. Quindi non è che sarei andata in molti posti. Poi per carità con le mani in mano non ci sono rimasta lo stesso, vi dirò poi.

mercoledì 27 marzo 2013

Morte di salute - uno sfogo dovuto

E quindi, dopo l'epidemia di scarlattina, quella di congiuntivite e quella di influenza intestinale, adesso i bambini stanno passando la fase di tosse e febbre alta.
La scarlattina non l'ho presa, la congiuntivite nemmeno, l'intestinale l'ho fatta tra lavoro e reparto dove era ricoverato mio padre e non ho detto bah perchè tanto in quelle settimane avrei comunque avuto un'imponente gastrite - colite da stress, quindi tanto valeva metterci dentro il virus.
Poi però ho starnutito settecento volte in due ore, mi sono soffiata il naso ogni minuto e mezzo per tutta la mattina e, arrivata a casa, sono precipitata nel cuscino e non mi sono alzata più.

Questo ieri.

Oggi (sempre immersa nel copripiumone Ikea) rifletto su questo fatto della salute.

No perchè, una volta, la telefonata o la chattata con l'amica era così:
Come stai?
Bene e tu?
Mah io oggi male, ho il ciclo, sono gonfia e ho un po' di nausea.
Io ho avuto la tosse e niente voce fino a ieri, ma ora è passata.

Poi si parlava di fidanzati, mariti, lavoro, casa, serate, impegni, traslochi, etc.

Naturalmente le cose si sono andate un po' complicando quando le amiche hanno iniziato a riprodursi:

Come stai?
Eh, così, scusa se ieri non t'ho risposto quando hai chiamato, ero impegnata a vomitare la cena.
Ommamma!
Sì ma va bene eh? se no sai che balena che divento!
Ma oggi come stai?
Ma bene a parte un sonno boia, poi di notte quando vado a letto questo qua comincia a ballarmi la samba nella pancia. E così dormo male.

E poi si parlava: del bambino in arrivo, del marito, del lavoro, della casa, delle cose fatte in settimana etc.

Poi sono nati i bambini:

Come stai?
Bene, un po' stanca
Il/La/I bambino/a/i?
Eh guarda è venuta la pediatra, c'abbiamo la tosse / la febbre / la varicella / la gastrointestinale / il pancino duro / uno strano sfogo che spero non sia rosolia / etc etc

Poi si parlava: dei bambini e di quel che dicevano e facevano, dei mariti, del lavoro, della casa, etc.

Non so quando sia successo, non so se sia l'età, la crisi politico-economica che stiamo tutti somatizzando, la sfiga (nel 2012 era sicuramente la sfiga), ma a un certo punto le telefonate sono diventate dei bollettini di guerra, perchè, dopo la domanda tipica sui figli e il resoconto delle loro magagne (perchè, sappiatelo, i bambini in una certa fascia d'età o sono sempre malati o si sono appena fatti male con qualcosa) si passa ai genitori (e sappiamo che io detengo il record di papà più anziano, ma non è detto che gli altri, pur essendo più giovani, siano per forza messi bene) e per finire ai mariti (che ovviamente sono sanissimi ma fingono di prendere l'influenza per essere coccolati, essendo protervamente gelosi di tutti i bambini / i malati / gli anziani che dobbiamo imboccare) e a se stesse (spesso tagliando corto: chi ce l'ha il tempo di ammalarsi con tutto quel che dobbiamo fare?) e a varie ed eventuali che comprendono fratelli e sorelle, zii e zie, colleghi, alunni, amici etc. Quando finisce la parte sulla salute, o è finito il credito o si è troppo stanche per parlare d'altro.

Per dire, oggi ho sentito cinque persone e se metto insieme le sfighe di salute più e meno grandi che mi hanno detto di se stesse o di altri, o che hanno sentito da me, ci faccio un elenco in cui cito almeno venti malattie e sei interventi diversi.
No, ma scusate, qua c'è bisogno di Gino Strada, siamo ridotti come Dresda dopo i bombardamenti.

Poi per carità. In parte è tutto tragicamente vero, purtroppo: siamo piene di grane, e le gestiamo tutte noi,  per cui non è che stiamo inventando, le preoccupazioni sanitarie sono davvero preoponderanti in certi momenti. In parte è che la stiamo prendendo troppo male.

Sapete che io mi sforzo di fare in modo che il 2012 sia definitivamente passato. E che il 2013, nei limiti del possibile, sia un po' meno schifoso. E lo faccio ricordandomi con coraggio ogni giorno di almeno una cosa buona.

Però qua dobbiamo smetterla di telefonarci così, con la lista dei caduti e dei dispersi. Dobbiamo fare uno sforzo. E siccome non è facile essere in grande forma, di questi temi, proviamo almeno ad ammalarci di cose più allegre.

Tipo: quand'è stata l'ultima volta che abbiamo avuto l'honeymoon disease? Facciamocelo un po' venire di nuovo, che sicuramente andremo in giro con un largo sorriso, nonostante il disagio. Quand'è l'ultima occasione in cui avete dovuto usare con cautela un braccio perchè avevate un tatuaggio fresco? (qui parlo di voi perchè io non mi tatuo). Quand'è che abbiamo dovuto spalmarci ululando una crema perchè ci eravamo scottate al sole, in vacanza (esistono, eh? le vacanze. Esistono. Non si sa dove e soprattutto non si sa quando, ma non le hanno vietate)? Quand'è che siamo arrivate al lavoro zoppicando perchè abbiamo preso una storta su un sentiero di montagna, o ci siamo stirate un polpaccio prendendo lezione di tennis da un appetitoso e scattante maestro (rigorosamente venticinquenne: il maestro di tennis venticinquenne era un must quando avevamo tredici anni, figurarsi ora che andiamo per i quaranta)? Perchè non starnutiamo più dopo essere state sorprese da un acquazzone mentre giravamo per negozi con un'amica, perchè non ci facciamo venire quei bei mal di stomaco della domenica mattina quando, con un grugno così, ci toccava lavarci i denti prima di colazione e pensare che forse il rum bianco non è il miglior amico della single? Dove sono quei bei maschi che avevano delle cicatrici dovute alla marmitta incandescente della moto, o alla ginocchiata in uno scoglio durante la pesca subacquea, invece di lamentarsi del tunnel carpale e dell'acidità di stomaco???

Avanti, su. Facciamoci venire qualcosa che valga la pena avere. Prendiamocelo come un impegno per la fase A dell'uscita dal tunnel. La successiva fase, la B, prevede che stiamo benino / moderatamente bene, e parliamo di tutt'altro. E la C che arriviamo al totale equilibrio psicofisico (beh, che c'è? io credo nelle vite successive a questa, mi è lecito almeno sperare, no?). Nell'attesa cerchiamo di farci del male facendoci del bene.

La prima che si strappa facendo sport vince un premio. Se si strappa facendo sesso, è da considerarsi già premiata, ma avrà pubbliche attestazioni di stima e invidia.

Vi voglio bene, rottami.

lunedì 25 marzo 2013

Oh que je suis belle...


Belin, conciata come sono, ho vinto un premio.

Ma tu guarda, quando una si sente una cacca pestata e poi scopre che da qualche parte (LONTANISSIMO, per la verità!!!) c'è una blogger, di cui avrebbe fatto meglio a non perdere le simpatiche tracce, che le manda una sorta di patpat da oltreoceano.

Sto parlando di Fede, che scrive le sue divertenti cronache dalla Pennsylvania... e che ovviamente ringrazio!

Diciamo che stasera ero in modalità "metto Apologize con il tasto repeat" che non è mai un buon segnale. Ma questo premio mi ha leggermente consolata: sono passata, sempre con il repeat inserito, a A whiter shade of pale, che è un evidente progresso.

Allora, il premio prevede di ringraziare, fare una nomination, che in questo momento può andare solo a Marco, e di raccontare di sè sette cose (ma non siete stufi, non vi racconto già di me fino alla nausea? vabbè ma solo perchè me lo avete chiesto eh?), ma prima volevo mettervi qua una to do list:

1) voglio scrivere un post intitolato SE e dedicarlo a StudentessaLiceale, che mi ha fatto una domanda da 20 milioni di dollari nei commenti al post precedente.

2) devo assegnare dei premi Castagna, che mi sono ovviamente inventata di sana pianta, perchè negli scorsi mesi, pur avendo ben chiaro a chi volevo assegnarli, non ne ho fatto niente.

Sette cose di me (cercherò di non ripetere cose già note, comunque dovesse capitarmi mi scuso):

1. quando bevo mi disinibisco, a livello verbale e non solo. Lo sanno in pochissimi, perchè non bevo praticamente mai. Fortuna che alle superiori, quando alle feste e i sabati sera facevo un uso modico ma regolare di alcool, non mi si filava nessuno.

2. fumo da quando avevo 16 anni, e sono la sola delle mie amiche, che in quel periodo hanno tutte provato la prima sigaretta, ad aver continuato a fumare dopo l'adolescenza.

3. una volta ho provato un vero abito di Valentino, e non me ne dimenticherò mai. Io compro i jeans e le scarpe ai grandi magazzini e il resto sui cataloghi online, indipendentemente dalla mia disponibilità economica, ma potrei individuare un paio di autentiche Ferragamo anche se fossero chiuse in un container ancorato nel cemento sul fondo dell'oceano. E' un fatto cromosomico.

4. pur essendo di solito molto razionale, talvolta anche scettica e assolutamente non superstiziosa, credo fermamente nelle percezioni extrasensoriali. E ho buoni motivi per farlo.

5. ho attacchi spaventosi di vertigini sulle scale a chiocciola, indipendentemente se siano al chiuso o all'aperto e coi gradini alti o bassi, larghi o stretti. Ho camminato su tetti e su passerelle, a volte con paura, altre volte senza problemi, ma le scale a chiocciola mi mettono in crisi.

6. ho orrore degli uomini che si mangiano le unghie.

7. ho la compulsione a fare liste di qualsiasi cosa, soprattutto di impegni, per poi non rispettarle, perderle o rifarle cento volte.