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Daisypath Anniversary tickers

giovedì 11 settembre 2014

Mi lamento un attimo

Allora. Oggi ho diritto di lamentarmi. Perché da sabato ho un male cane nella metà sinistra della bocca, e guarda guarda venerdì era il giorno che operavano mia zia e sabato m'han svegliato telefonando dall'ospedale se potevo correre a tenerla buona, e io a metà pomeriggio un dolore, ma un dolore che mi sono ricoperta di sudore come avessi fatto la doccia, e guidare fino a casa (che è, quella di Genova, a dieci minuti dall'ospedale) è stato veramente difficile.

Mi tengo il dolore fino a ieri, non così tremendo per fortuna a parte i primi due giorni, e finalmente il dentista mi vede.
"Vediamo un po', questo dente dovrebbe essere devitalizzato, aspetta che te lo lavo" e ci spara dentro una siringata di roba. Poi mentre mi fanno scendere, con tante scuse, dal soffitto dove mi sono aggrappata come Spiderman, dice: "No no, qui non è normale, facciamo una lastra" e sapete che c'è?
Stavolta ho vinto il Campionato Europeo di Bruxismo 2014. Mi sono FRATTURATA il pavimento della camera pulpare. Traduco: ho stretto i denti così forte, dormendo, che nella lastra del mio molare si vede un'impressionante riga frastagliata in orizzontale, tra la radice del dente e la parte esterna alla gengiva. Il dente tagliato completamente in due da sinistra a destra, che se fosse un po' più netta la linea di frattura sembrerebbe fatta con una katana.

Insomma, finisce che mi levano anche questo dente. Punti, cloroformio, garza, ghiaccio, ciao ciao ci vediamo la settimana prossima.

Ma ora.

Io non è del mal di denti che mi volevo lamentare, e neanche della notte quasi bianca, degli incubi orrendi, della fame, del saporaccio in bocca, del gonfiore. Certo che starei meglio senza tutto ciò. Ma a me cosa deprime è che:

- è iniziata la scuola da tre giorni e io stamattina devo chiedere una sostituzione, quindi non sono al mio posto di prof;
- mia figlia comincia la scuola lunedì e io da una settimana non le guardo i compiti estivi di ripasso, nè sono andata in libreria a prendere i testi mancanti, nè sono stata a parlare coi prof, quindi non sono al mio posto di mamma;
- mia zia è in ospedale con una gamba fratturata e si agita scompostamente ogni sei ore, e io non la vedo da domenica, quindi non sono al mio posto di nipote;
- mia madre si sta sbattendo per trovarle una struttura di ricovero per quando la metteranno fuori dall'ospedale, e io a parte due telefonate non sto facendo niente, quindi non sono al mio posto di figlia;
- la casa è una merda e si mangiano solo surgelati e pasta con sughi pronti, quindi non sono al mio posto di (non fatemi scrivere casalinga, non ce la faccio) organizzatrice della vita familiare;
- e lasciamo stare il ruolo di moglie va', che in questo periodo non so come siamo girati con l'Uomo, tecnicamente s'è parlato anche di vedere se ci farebbe bene una pausa, ma ditemi quando me la prendo, una pausa, adesso, e come me la giostro con la Princi che non sa niente di tutti i nostri recenti casini e vive beata nella convinzione, peraltro fin qui non erronea, di essere semplicemente capitata in una famiglia dove ogni tanto c'è un po' di mare mosso ma va sempre tutto a finire benone.

Inadeguatezza e senso di colpa, portatemi via.

A caldo sulla terza

C'è un tizio di cui, se vi dicessi il vero nome, ridereste. Chiamiamolo il Tiberino. Peraltro è straniero.
E' stranissimo.  Ha i baffi. Giuro. Una via di mezzo spelacchiata tra Adolf Hitler e Charlot. E ha gli occhi blu scuro. Cioè non azzurro, eh: blu. Scuro. Mai vista roba di quel colore senza Photoshop. 

Poi c'è Robin Goodfellow. Col quale andremo d'accordo, credo. Anche se il nomignolo si deve alla definizione della Brava Crista: "Questo è un folletto."

Poi c'è Vento del Nord. Grosso e bonaccione, molto preparato.

Poi c'è Mercoledì. Proprio Mercoledì nel senso di Wednesday Addams. Inquietante.

C'è Er Piotta. Quello che ha detto che Ulisse baciò la sua petrosa Itàca. E io: "Itaka? e dov'è, in Giappone?"

Poi c'è Sgamo. Questo di sicuro sarà un protagonista dell'annata, lo so già.

Poi c'è Ratto.

Poi c'è Frecciolina.

Li conosco da tre giorni e direi che per ora ci siamo presi bene. Poi vedremo.




martedì 9 settembre 2014

Senza te o con te la mia vita...


L'era della C. s'è conclusa per sempre.

Aspettate che lo riscrivo in due o tre modi per godermi l'effetto.

La C. è andata via e non torna.

La C. non è più un nostro problema.

Non c'è più la C. come dirigente.

Abbiamo un altro preside, non c'è più la C.

Ooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooddddiiiiiiiiiiiiiiiiiooooooooooooo che godimento.


Tutti molto curiosi di conoscere il Tipo da Barca.

Non che sia facile vederlo.

Egli terrà la reggenza per un anno, intanto ha un liceo altrove. Poi tra l'altro andrà in pensione. Quindi batte i record storici di durata minima del collegio docenti, dice tre o quattro cose abbastanza utili, costringe il Gigante a lasciare una sezione per mettere sei ore a disposizione della scuola come facente funzione, dice qualcosa sul fare le cose con criteri sensati, e sparisce all'orizzonte.

Sedotti e abbandonati a noi stessi.

Dopo un primo istante di smarrimento, ci bastano esattamente ventiquattro ore per renderci conto che:

  • nessuno sta litigando,
  • tutti collaborano,
  • mancando molti docenti ancora da nominare, i presenti si fanno il mazzo e si aiutano a vicenda,
  • e il vicepreside è stanco morto e indaffarato come sempre, ma adesso sorride e stranamente sembra meno oberato di prima, quando invece ha la scuola sulle spalle.
  • I nuovi colleghi vengono introdotti nell'ambiente con tempistiche stringatissime, ma si orientano abbastanza.
  • Le comunicazioni si fanno con tono rilassato ma in modo efficiente, poche parole molto risultato.

“Lo puoi fare tu?” - “Io sto facendo questo” - “Allora lo faccio io”

“Datemi da fare quest'altro, che io non sto facendo niente”

“Mentre voi facevate lì, io ho fatto qua”

e l'inaudita frase: “Bene, se abbiamo fatto tutto, per oggi possiamo andare”


Con sovrabbondanza di verbo fare, rispetto a dire, congiurare, scavare sotto, parlare dietro. L'unica cosa che non abbiamo fatto è stata la pausa caffè, perchè effettivamente non c'era un secondo da perdere.


Beh: viva l'autogestione!!!


In un batter d'occhio arriva il primo giorno di lezione per le sezioni B e C.

Ho due persone nuove in II e venti nuovi alunni di III.

Pane per i vostri denti.


E no!


Il primo di settembre il cielo e gli alberi etc etc e casa mia e che bella la mia scuolina, etc.



Il due di settembre il primo collegio docenti con questo preside che chiameremo il Tipo da Barca (definizione con cui, nella mia famiglia, si indicano gli uomini bellocci, abbronzati, spettinati e con le scarpe da barca classiche, pelle marrone e suola in gomma bianca; solitamente poco affidabili, e dal punto di vista economico, e da quello sentimentale: come presidi, non saprei per il momento).



Nella notte tra il due e il tre la Zia Buona (91 anni e 10 mesi) decide di alzarsi senza chiamare la badante Frau Bluecher. Fa il giro del letto e cade. Livido sull'arcata sopracciliare. Un avambraccio completamente blu. Una gamba, la destra, ferita superficialmente. E la sinistra, rotta. Per la seconda volta. Che, se aggiungiamo la precedente frattura della destra, fa tre: tre femori rotti, tre ricoveri, tre interventi. Più, sei anni fa, un bell'attacco ischemico.



Allora.

Noi si doveva partire per la capitale, per il matrimonio della Cugina Bella. Parte solo l'Uomo e io mi ritrovo a pendolare tra qua e Genova, e usare il giorno di ferie che avevo preso per il viaggio per attendere che fissino il femore della zia, con una paura nera che mi vengano a dire che non ce l'ha fatta.



La zia ce la fa. Poi, però, sbarella con la testa: non sa dov'è, non sa perchè si sente male, non sa cosa succede e forse non sa nemmeno chi sono io. Poi si riprende anche dallo sbarellamento, ma alterna fasi in cui sta benissimo ed è la mia sempre coccolosissima Zia Buona a fasi in cui è una furia degna di un poema epico greco, e urla e scaglia le cose e prende tutti a sberle. Nonché scavalca (col drenaggio, la flebo, il catetere e il tubo dell'ossigeno che le pendono da tutte le parti) le sbarre del letto e cerca di andarsene. Tutta la famiglia di mio padre essendo dotata di fisico grande e atletico e avendo praticato sport di ogni genere fino alla terza età, anche a novantadue anni e con un osso rotto, se la zia vuole scavalcare, la zia scavalca, per impedirglielo bisogna legarla. Da cui un corri corri in ospedale di tutta la famiglia (che ormai siamo io, mia madre e Frau Bluecher) a tutte le ore del giorno e della notte, perchè gli infermieri, pur gentilissimi e molto competenti, però non possono smettere di guardare tutto il reparto per tenere ferma lei.



Minchia.



Che rientro.



Comunque.



Adesso tra una settimana la dimettono. Poi deve stare un mese senza caricare sulla gamba. E poi deve andare in riabilitazione, e vediamo se ce la fa (di testa e di gambe) a recuperare un po' di mobilità.

Partirei dall'assunto di base che io, all'idea di vivere di nuovo come due anni fa, quando stava male mio padre, e cioè perennemente terrorizzata che succeda qualcosa, sempre in autostrada, a scapito del mio tempo libero e va beh, ma più che altro del lavoro e del matrimonio, e ormai anche della figlia... beh, metto la quinta, chiudo gli occhi e punto dritta verso il guardrail di un cavalcavia altissimo. Voi non potete capire come vivevo di merda. Non lo rifarei mai, per quanto io adori mia zia e sia, a tutti gli effetti, la sola parente di sangue ancora viva di cui lei disponga.

Incredibilmente, l'imminenza del mio suicidio deve essere stata recepita anche da mia madre, perchè dopo sole due discussioni, civili tra l'altro, siamo d'accordo che no, basta, a casa la zia, purtroppo per lei, non ci tornerà più. Andrà in una struttura dove un anziano non autosufficiente sia sempre controllato anche da medici, e gestito in modo professionale, con spazi e strumenti adatti. Il che costituirà modo e ragione anche per liberarci della Frau, che con mia zia è attenta e capace, ma con noi è un pezzo di stronza della risma peggiore.



Ora vedremo. Tra l'altro, l'appartamento di mia zia è allo stato dell'arte invendibile e inaffittabile. Quindi, se non ci torna a stare lei, ci sarà un trasloco in vista per noi, e neanche tra tanto tempo, mentre cercheremo di far rendere il nostro, che è piccolino e si affitta bene.



In effetti un bel traslochino era una cosa di cui si sentiva la mancanza, in un anno come questo, in cui è successo più o meno TUTTO quel che può succedere in un nucleo familiare.



Noi annoiarci due minuti no, eh.


giovedì 4 settembre 2014

Segaioli

Partendo sempre dagli ovvi presupposti che:
- ogni blog può risultare noioso a chi legge, ma non mi risulta che nessuno sia pagato per leggere queste pagine, o che le mie confessioni saltino fuori a mo' di pop up mentre uno cerca di ascoltare musica o visualizzare contenuti online in santa pace;
- ognuno è libero di smettere di leggere quando vuole e di non essere d'accordo con quanto viene detto, oltre che di dire eventualmente la sua:

non trovate curioso che io abbia scritto per anni dei fatti miei, quindi di scuola, ragazzi, colleghi, ministeri, fatti d'attualità come li vedevo io, ma anche di seghe mentali, ansie, problemi di famiglia, emozioni, lutti, amori etc, e per anni non è mai accaduto che qualcuno mi aggredisse verbalmente...

...e invece, ora che ho postato qualcosa riguardante la mia recente situazione sentimentale poco limpida, improvvisamente si siano manifestati termini come baldracca, insulti alla mia intelligenza, etc.? Tra l'altro, in due casi su tre non firmati. Il che mi ricorda di complimentarmi ancora con luciano f, che non so chi sia, ma almeno, nel darmi della puttana, ci mette un nickname. Un signore.

Perchè vorrei fare presente all'altro segaiolo (non so perchè, ma mi pare che lo stile dell'ultimo commento sia lo stesso del primo attacco...) o agli altri segaioli,  se ho la fortuna di avere così tanti fans, che è tristissimo immaginarseli mentre si leggono i miei post e si indignano schifati sulle mie infedeltà. Tra l'altro, nessuno sa se numerose, consumate, platoniche, o cosa. Cioè proprio io mi vedo questi che mi leggono e progressivamete si agitano, si incazzano con me e finalmente si sentono realizzati mentre mi insultano trincerandosi dietro all'anonimato, perchè sono dei poveri sfigati che nessuno si fila e che hanno preso un bel numero di facciate, ma non hanno il coraggio di farsi le loro ragioni con l'ultima tipa che li ha giustamente scaricati, trovano più comodo venire qui a leggersi i fatti miei e darmi dei titoli, magari dopo essersi tutti emozionati nell'immaginarsi la professoressa porca, che notoriamente è un cliché dell'immaginario maschile.

Questo, nel caso che si tratti di uomini, come mi pare di intuire dal tono.

Se invece le gradevoli osservazioni sono di donne, ho solo una cosa da dire: non ce l'ho con voi, magari siete persone coerenti e convinte delle vostre posizioni. Un giorno capirete, malgrado voi, e se non capirete, vorrà dire che la vostra vita sarà trascorsa in tutta tranquillità, beate voi, con le vostre certezze morali. Io di certo ormai ho solo che non sono stupida e il sostegno non mi è necessario, il mio cervello pesa comunque più delle mie tette. Quindi, siete perdonate, perchè al massimo mi fate un po' di tristezza.

E comunque questo è un Paese libero, il mondo è bello perchè è vario, e potete dire quel che vi pare. Ma non firmarsi dopo un attacco diretto, sappiatelo, mi causa visioni di scroti raggrinziti e semivuoti, o di vagine parecchio desertificate. Scusate il linguaggio un po' crudo, ma anche io vivo in un Paese libero, e posso dire quel che mi pare, soprattutto qui. E se vi dà fastidio quel che scrivo, chiedetevi perchè state leggendo.



martedì 2 settembre 2014

La ragnatela


Tu che di tutti sei sempre stato il prediletto. Tu che sai cosa vuol dire partire dallo svantaggio, crescere tra gli animali presi a bastonate, fare la fame di tutto, del cibo, dell'affetto, delle cure.
Tu che, con la tua mente come un rasoio senza pietà, uscivi dalle nebbie della cannabis a botte di caffè della macchinetta, per ascoltare le mie lezioni di storia, e fare i tuoi commenti cinici e intelligenti. Convinto da sempre che un cervello sia l'arma che può difendere da tutto il male del mondo, fermamente intenzionato a imparare ad usarlo.
A te io vorrei spiegare le mie paure, i miei desideri, le mie aspettative su questa ragazzina tremenda e fragile che mi è piovuta dal cielo. Per come mi hai ascoltato quella volta in piazza. Per tutta la fiducia che hai sempre messo in me. E quella che io ho messo in te.

E tu, invece, che stai nel morbido, che hai tutto, e intanto ti maceri in qualcosa che non ha nome, una malinconia primordiale che risiedeva nei tuoi occhi fin da ragazzino, quando serio e riflessivo ascoltavi, e poi intervenivi con quella bella voce bassa. E hai affidato al mio sguardo incredulo qualche tua fragilità, senza spiegarti più di tanto, con pause di silenzio in uno stanzino, con confessioni imbarazzate in un parcheggio, con qualche frase apparentemente disinvolta su una chat. E io d'istinto dopo tanto tempo ho abbassato le difese e ti ho raccontato molto, poi anche troppo, di me. Non certa di essere capita. Ma sicura di non essere tradita. E tu hai preso tra le tue grandi mani impacciate la mia sincerità e hai cercato maldestramente di non schiacciarla.
A te io vorrei ogni tanto affidare le mie giornate faticose, e spesso così ripetitive e deludenti, per uscire fuori a chiacchierare vicino alle macchine, sotto un bel cielo pulito, come abbiamo fatto tante volte.

E tu, poi, che hai le lacrime trasparenti come l'aria e il sorriso chiaro come l'alba di marzo, e ammetti le sconfitte, e capisci le necessità, senza pie illusioni sul futuro, senza pretese ma anche con un sano orgoglio. Tu che, come tante altre, stai diventando una donna che cade e si rialza, cade e si rialza, e cambia colore ai capelli e adegua il trucco degli occhi al nuovo colore, e ce la fa di nuovo a ricominciare con la stessa decisione e la stessa dolcezza, anche dove c'è un deserto di macerie.
A te io vorrei lasciare a volte la possibilità di mettermi lo zucchero nel caffè della pausa pranzo, e di offrirmi rifugio al tavolo immacolato della pizzeria per un po' di incoraggiamento reciproco, quando tutto sembra essere andato a bagno e bisogna trovare le energie per riderci sopra.

E tu che sei qui nello spazio digitale, alle ore più buie nella notte, e non mi lasci cadere, anche se ci vediamo poco, e ti preoccupi per me. Dalla tua vita incasinata non puoi aiutare nessuno, ma a volte devi chiedere e poi fai fatica a restituire, e però io sono tua sorella, e tra fratelli non di sangue ma di spirito è più facile dirsi ti voglio bene e perdonarsi le cose. E ogni tanto ci troviamo per mangiare quel risotto o quella farinata di corsa tra un impegno e l'altro, e io controllo se sei dimagrito, se sei stanco e ti tremano le mani; e tu, che di me ricordi la ragazza snella con la gonna scozzese cortissima, che scese dall'autobus quella volta vicino al porto, oggi guardi le mie occhiaie e le mie nuove rughe, e mi dici che vuoi che io stia bene e sia serena.
A te ogni tanto vorrei ricorrere quando l'angoscia è atroce, rannicchiarmi sul tuo divano, confidarmi e poi litigare perchè tu metti battute pessime in mezzo ai miei discorsi accorati, e magari aspettare che ci addormentiamo vicini dopo aver sfogato la paura.

E tu che mi rispetti quando ti racconto cose tremende senza piangere, perchè sai che io non piango davanti agli altri, sai che esistono donne che non vogliono essere consolate e protette, ma solo ascoltate, e ascolti come poche persone al mondo sanno fare, tu che passi da noi una volta alla settimana con regolarità da parente, e quando sei in ferie e vai lontano scrivi che ti manchiamo. Tu che a tua volta ti porti i tuoi problemi e i tuoi dolori, e ce li racconti con quella voce calma e il sorriso blasé di chi ne ha viste altre, creatura elegante, conoscitore delle notti bianche e del loro silenzio angosciante da riempire di film, libri, computer, e messaggi con gente come me che non dorme.
A te io vorrei poter chiedere ogni tanto di materializzarti in tre minuti nella mia cucina, con il sempiterno smartphone acceso e le tue giacche di marca, e passare dai discorsi più stupidi a quelli più seri con lo stesso tono attento e lo stesso affettuoso rispetto.

Tu che scrivi che anche oggi hai pianto, ma anche coltivato fiori o cucito tende o fatto biscotti, e che insisti nel tenere la testa alta e buttar fuori con l'ironia il dolore che ogni giorno minaccia di schiacciarti. Tu che giudichi te stessa con la furia del Dio degli eserciti appena fai un microscopico errore, ma accogli me e la mia gigantesca, animalesca confusione con un abbraccio caldo e un sorriso sereno, giurandomi che mi vorrai bene anche se dovrò bere questo calice, anche se farò questo sbaglio, anche se sai che vado incontro a un pentimento.
A te io sto dicendo di me più di quello che oso dire a me stessa, e a volte la tisana fumante che mi offriresti, o il caffè lungo che ti offrirei, se tra noi non ci fossero tanti chilometri, sono così reali che ne sento il tepore consolante tra le mani.

Una ragnatela di un filo resistentissimo, così sottile da sembrare invisibile anche a un Lillipuziano, mette in comunicazione le anime di persone come queste, tanto che quando penso a loro le confondo, creo un unico essere protettivo, potente, ultracorporeo, che unisce il profumo speziato di un'amica e il sorriso da Monna Lisa di un'exalunna, l'abbraccio sollecito di un fratello putativo e la risata franca di uno zio acquisito, la voce rauca di un exalunno e gli occhi pensosi dell'altro. E alcuni altri che ho già incontrato, di cui ho visto in nuce il carattere che verrà, altri che devono ancora venire, e che forse rintraccerò con maggior chiarezza quando saranno grandi e passeranno a dirmi come stanno: giovani donne e giovani uomini che hanno almeno una radice nello stesso terreno da cui prendo nutrimento io, e le loro foglie al vento fanno un rumore che io capisco. Gente che parla, per motivi indipendenti da ogni spiegazione terrestre, la mia stessa lingua, da prima che ci incontrassimo.

Vita dopo vita credo di aver già incontrato e amato queste persone, che rispetto alle molte, meravigliose amicizie da cui ho la fortuna di essere circondata hanno qualcosa, qualcosa nel DNA, di affratellato a me così profondamente da rendermele gemelle.

Quando sono in difficoltà, con me stessa, con l'Uomo, con la Princi, mi vengono in mente uno dopo l'altro, come i grani di una ghirlanda di preghiera. Le loro facce, le loro voci, che mi riportano alla mia identità profonda, a quel che non posso rinunciare a essere, costi quel che costi. Loro, e le altre presenze buone nella mia vita, così diverse da me, loro, ma solide come la roccia al mio fianco da lustri interi, sono il motivo per cui ce la farò comunque vada, nella salute e nella malattia, da moglie o da single, fino alla fine.

lunedì 1 settembre 2014

Verde scuro e giallo sole

Primo settembre.

Un condominio con il viale ombreggiato da alberi, là in fondo le montagne bianche, un cielo da cartolina, luce dolce d'autunno perché è ancora abbastanza presto.
La scuolina rosa. Col suo piazzale polveroso.

Sono vestita di giallo sole. Mi splendono gli occhi e la pelle, e dire che stanotte non s'è quasi dormito, causa nuovi presidi in arrivo, e necessità di ripercorrere le stesse strade, di passargli sotto casa, di rientrare nelle aule, di rientrare nella mia vita di sempre. Quella che a maggio ho cercato di strapparmi via come una crosta da una brutta ferita. Che rimargina facendo un male del Gesù, tessuto nuovo che tira sulla carne viva.

Però questa è la mia scuola. E' la mia vita. Questa è casa.

Io non lo so cosa sto facendo, e perché.

So che nello specchio non c'è la stessa di prima. So che questa qui, nuova, incosciente, pericolosa, mi piace. Sicuramente si caccerà nei guai. Ma saranno, come ho già detto varie volte, i suoi guai, quelli che s'è cercata lei, non tutte le grane che le hanno scaricato addosso gli altri. E' comunque un bel cambiamento.

Se un giorno tutto questo avrà un senso, vorrei ricordarmi questo momento in cui sto ferma qui, trafitta da questo cambiamento inesorabile e dalla certezza che alcune cose, invece, non potranno cambiare mai.


giovedì 28 agosto 2014

C come Castagna

Una nuova collega e blogamica, Matilde, che saluto e ringrazio, scrive di non smettere di raccontare della scuola.

Scuola?
Perché, io insegno? Ah già che la mia vita non era solo pulire case, dare pranzi e cene e vestiti puliti all'Uomo e alla Princi, e svuotare cassette dei gatti.
Era anche torturarmi di perché e percome non è andata come doveva andare la mia cosa con
Era anche farmi un mazzo così sulle questioni finanziarie della famiglia: ma sssshhhh, che la commercialista ha perso le mie tracce e la mia amatissima Segretaria di Panna è a Parigi. Ancora qualche giorno di anonimato duramente conquistato, poi tornerò tra le grinfie di Equitalia, perché ti trovano SEMPRE.
Era anche diventare faticosamente la figura di riferimento di una terribile diciassettenne che tende al viziato.
Era anche capire cosa farne di questo matrimonio che è sempre il mio, che mi sono scelta io, e sembra reggere a cose incredibili, e però un attimo, non è che questo periodo possa passare alla storia come il migliore, e cazzo i prossimi sono DIECI anni, e insomma per come eravamo messi a giugno ancora non ci credo sul serio che ci arriveremo a questo fatidico anniversario, e poi cosa diavolo significano tutti quegli incubi, ora che finalmente dormo?
E, sì, era insegnare.

Beh. Non è che su questo punto non abbia niente da dire.

DOMANI scopriremo chi è il nuovo preside. Perché sì, la C. se ne va per davvero e non pare voglia prendere la reggenza. Oooooh. Nel senso di "finalmente" e di "ooooh, sorpresone!" perché non abbiamo idea di chi arrivi.
E martedì vedremo chi sono i colleghi nuovi; solo in parte, però, perchè ovviamente le chiamate si fanno a scuola iniziata, come ti sbagli, volevi mica avere il tempo di parlare con calma colle persone quando arrivano, o fare un orario definitivo subito, eh. No no no no.

Per ora le news sono le seguenti:
- titolari di Lettere la Bionda Svampita, la Bestia Nera, il Troll e... io. Eh già, perché l'Inflessibile mi ha lasciata lì. E mancano due cattedre e un pezzo, di Lettere.
- di Matematica abbiamo perso la Compagna Collega (non ci credo ancora, sapete? non. ci. credo.) e la F.è andata in pensione. Abbiamo quindi una collega nuova, e una cattedra e un pezzo da riempire.
- di Inglese resta la Barbie, e poi arriva uno spezzone che temiamo sia Milady.
- di Francese la collega M. resiste in sella.
- di Musica il Gigante, idem.
- se n'è andato Orsetto Lavatore, di Religione che, con una spocchia da far salire il vomito, come se finalmente potesse scuotersi di dosso gli scarafaggi e superare la disgustosa bidonville sgasando con una Porsche immacolata, ha annunciato a tutti di aver avuto il posto al liceo classico. Vai vai, caro. Arriva una nuova, già fissata dalla Curia.
- Grande Puffo, di Tecnica, forse dovrà farsi sostituire per ragioni di salute.
- la Dolcebionda di Ginnastica va a Paesino Blu e al suo posto arriva Celhodoro. Ahimè.
- Arte è sempre lei. Eh.

A tal proposito, mi corre l'obbligo di spiegarvi cosa può succedere in una scuola come la mia quando il gatto se ne va. I topi si agitano scompostamente.
Il Gigante è nervosissimo, oberato di casini. La Stronza di Arte ha visibilmente tentato la scalata al vicariato. Delle colleghe di lettere poco so ma molto posso immaginare.
Castagna, invece. Castagna s'è guardata in giro. E si è detta: bene. Mi servono i pomeriggi liberi per far studiare la Princi, il tempo prolungato non fa per me. E la sezione C, C come Castagna, C come Casi Umani, C come Cassonetto, ha bisogno di una figura fissa. Eccola.
Quindi, facendo notare che ci sono altre due figure e mezzo cui dare le ore che nessuno copre, si è fatta rimettere sul tempo normale. Nella C di Cassonetto. Perché la A se la tira su la Bestia Nera selezionandosi i ragazzi al catechismo, agli scout etc. E la B se la coccola  il Troll inserendoci fratelli sorelle e cugini di ragazzi cui ha già fatto le medie su misura gli anni scorsi. Ma nella C, lì ci mettono tutti GLI ALTRI. Alla Castagna GLI ALTRI piacciono, da sempre.

Ovviamente, la missione della Castagna nei prossimi dodici anni sarà divisa nelle seguenti fasi:
1, entrare nella C e chiarire ai ragazzi che sono IMMENSAMENTE fortunati ad avere lei come figura di riferimento. Che sia vero o meno, loro devono pensarlo, anche perché nella C metteranno tutti gli spezzoni di insegnamento destinati a cambiare nei prossimi anni, quindi le creature, e i loro genitori, davvero dovranno, per forza di cose, fidarsi di me.
2, entrare nei consigli di classe della C e chiarire ai colleghi che lei è la SOLA figura di riferimento della C, che la C è sua, che la C è C come Castagna, come Casamia, come Chitoccaifilimuore. Nel caso che qualcuno avesse ancora voglia, dopo OTTO anni, di farmi presente che io sono "nuova". Poi io gli altri li lascio lavorare e non rompo. Ma tutti a due passi dalla porta quando tengo una mia lezione, grazie, e per entrare bussate.
3, prendere questa sua sezione, nel proprio privato, come se fosse più che altro la C di Culocosì e di Competenza, Capacità e Competitività
4, e, ovviamente, se ci riesce, trasformare la C di Casi Umani, la C di Cassonetto, nella C di Campioni. O quanto meno, di Coraggiosi.

Questo, per dodici anni. Poi, ai cinquanta, se ci si arriva, si valuta se trasferirsi alle superiori. E probabilmente si decide per il sì. L'Uomo ha detto che ritenterà il passaggio per un paio d'anni e poi piuttosto farà il concorso da preside. E ce lo vedo anche bene, a fare il preside. Ma Castagna senza un gessetto in mano non vuole starci. Si riserva solo di chiedersi, a cinquant'anni, se non sta per caso diventando una vecchia babbiona, rispetto ai tredicenni. Poi magari a cinquant'anni la Castagna è una giovane nonna e quasi quasi si tiene i pomeriggi liberi per i nipotini. ma c'è tempo. La strada, esclusivamente almeno per questo settore della mia vita, è ben tracciata.

Comunque, senti, Buddha: ho capito che bisogna ritornare molte volte. Ma se in una vita sola ne ho vissute tre o quattro contemporaneamente, posso avere uno sconto, tipo la card di quelli che prendono molti aerei per lavoro?





lunedì 25 agosto 2014

Diario di una riscoperta: Via del Golf 13

Gli incubi mi stanno uccidendo. Di giorno invece va tutto bene, perché mi sfondo di fatica a forza di lavori in casa, inviti a pranzo e cena, ristrutturazioni e cambi guardaroba. L'unica paura è che tutta questa fatica vada esaurendosi. E quindi per non perdere il ritmo ho deciso di tentare un'avventura. Riaprire la casa dei miei nelle campagne liguri che è chiusa da tre anni.

E niente, mia madre la casa voleva venderla. Perchè era il suo nido del weekend con papà. E quindi chiaramente. Poi non è comoda perchè sta a meno di 100 km da Genova, però è un'autostrada di merda con troppi camion e le code nel weekend.

Io mi sono opposta. Okay, erano anni che non ci andavo. Ma era casa. E poi svuotarla sarebbe stato al di sopra delle nostre forze. Togliere i quadri, l'arazzo con la scena di caccia, il baule di legno, il tavolino con le piastrelle. La poltroncina a dondolo di mio padre. La credenzina coi vetri colorati. Il mio scrittoio, dove ho sudato su Sallustio e Tacito, e su Kant e Hegel. Impossibile immaginarsi di vederla senza mobili, questa casa.

Le ho detto: facci almeno provare a usarla una volta, come base per il mare. Ha acconsentito. Così ho preso accordi con tutta la famiglia (“io sto a casa e riorganizzo, non rompetemi le palle con il mare e con i bagni, andate voi”) e scelto una settimana, questa, per venire a riaprire casa. Che poi uno dice tienti impegnata così non ti fai seghe mentali. Sì, ma un attimo, se mi viene la sciatica a forza di lavare pavimenti poi devo stare immobile ed è controproducente.

Diario di bordo, adesso. Se state pensando "e 'sti cazzi?" non continuate. Perché sono effettivamente cosette da donnicciola. Se vi raccontassi gli incubi orrendi in technicolor, multisurround e 3D che sto facendo sarebbe più interessante, lo so. Ma ho i brividi solo a pensarci.

H. 11.45

Arrivo. Arriviamo, anzi. Io e i due gatti. Il gatto si ricorda benissimo tutto. Quel che non sa è che per usucapione il giardino è divenuto proprietà di una bellissima gatta a pelo lungo, che come lo vede arrivare gliele suona secche davanti alla finestra di casa. Il Cicciu batte in ritirata esterrefatto.

Sottofondo musicale: "Lara's Theme" dal Dottor Zivago, solo che qui non è tutto ricoperto di ghiaccio, è tutto ricoperto di polvere.
Fa un umido da morire.
La casa ha l'edera sul muro, how british, che si è infilata dentro la persiana della camera da letto. Foglie morte sotto ogni porta finestra, a chili. Tra ogni persiana e ogni vetro ci sono cadaveri di insetti probabilmente non classificati dagli zoologi. E qualche favo. Arrivo fino al primo nido di ragni tra il cassettone e il muro e poi mi prende lo scoraggiamento. Perchè io odio i ragni. Mi fanno più schifo i topi, che per fortuna non mi pare ci siano. E i pipistrelli (e non ho ancora controllato il locale caldaia: né ho intenzione di controllarlo, a meno che non mi diano una tuta con il casco di quelle da rischio biologico. E un fucile). Ma subito dopo i topi e i pipistrelli, e prima dei ragni, nella scala dello schifo ci stanno i ragni PICCOLI: quelli che tu muovi la ragnatela convinto di aver visto dei piccoli accumuli di lanugine, e invece ogni lanugine sono venti ragnetti neonati, trasparenti e velocissimi, che partono in tutte le direzioni. Ecco. Io lì grido.

Chiamo l'Uomo, e ho effettivamente il pianto nella voce. Ma capisco di avere anche fame e una certa stanchezza dovuta al caldo. E alle due ore di macchina con gatti ululanti.

Decido, conoscendomi, che quel che mi serve è un buon caffè con qualcosa di dolce. Allora vado fino a Paesino Incantevole e mi faccio servire in un baretto, dove invece di “una brioche” mangio una sfogliatina marmellata e noci che è qualcosa di notevole, e anche il caffè è splendido, cremoso e profumato. Posso farcela, intuisco.

H. 12,45

Vado al supermercato di Paesino Verde. Mi servono in modo amichevole e affettuoso come se fossi cliente da sempre. Poi arrivo a casa e dal piano di sopra si affaccia Vicino Baffuto. Che è gentile e conosce i miei e i loro gatti; mi presenta anche la signora e tutti e due mi fanno una bella accoglienza.

Decido che posso proprio farcela.

Venticinque secondi dopo la gradevole chiacchierata, con il cavalletto della mia povera vecchia mountain bike dalle ruote sgonfie, mi pinzo la pelle del polpastrello del pollice sinistro strappandomene via di netto una generosa porzione. Fontana di sangue, e in casa non c'è niente: né garze né cerotti. Momento di disperazione: vado dai vicini? Svengo? Piango? Guido sanguinando fino alla farmacia? Poi trovo del disinfettante (scaduto nel 2003, si capirà dopo) e, com'è come non è, mi faccio una fasciatura con dei fazzoletti e del nastro adesivo. E il tetano? Bah. Papà avrebbe fatto così. Amen.

H. 14.00

Ho lavato la cucina e mi sento leggermente meno afflitta, anche se devo tenere il pollice su come Fonzie e se ho i vestiti appiccicati addosso dall'umidità.

Decido di passare la giornata qui da sola e di far arrivare Uomo e Princi domani, in modo da avere il tempo di fare un bel po' di lavori. Intanto potrei sentire il tecnico della calderina, dato che non dà segno di vita.

Frattanto il gatto ha risolto il conflitto con la micia locale, perchè io sono intervenuta sul modello dei caschi blu, dando abbondantemente da mangiare a entrambi in due punti diversi del giardino. La mia gatta invece ha deciso che il giardino è molto rischioso ed è più bello rotolarsi sul tappeto in casa.

Mi chiedo come finirà questo esperimento. Per ora, anche a causa del fatto che posso fare le cose con una mano sola, mi vedo un po' vulnerabile. Speriamo.

H. 16.00

Ho “pranzato” in giardino (crackers e formaggino), circondata dai miei gatti che si fingevano padroni della situazione. Prima il Cicciu è andato con passo dinoccolato dalla gatta locale (che verrà battezzata Alice, in quanto Resident Evil) e le ha detto, con calma: “No senti, ma volevo dirti: ffffffth, ffthh.” La gatta ha risposto una cosa da far arrossire i camalli del Molo Giano. Allora Bontcho si è girato su se stesso e ha mormorato “Sì, va beh, poi ne parliamo, ora devo rientrare che mi squilla il cellulare”. Molto carino.

Dopo “pranzo” ho ribaltato il bagno, rimuovendo ragni morti, ragni catatonici, ragni che si fingevano morti per non essere rimossi, e sbriciolando qualsiasi karma decente avessi mai accumulato negli ultimi vent'anni. E: voi l'avevate mai vista la muffa su una saponetta? Io no. Del resto, le caffettiere qua sono ossidate come le posate tenute in barca.

Ora il bagno è abitabile, peccato non avere l'acqua calda. Ho deciso che mi merito un disinfettante non scaduto e delle garze per il dito. Vado alla ricerca di una farmacia, e già che ci siamo di un caffè.

H. 18,38

Ma se una muffa del legno va via con lo sgrassatore, non potrà essere proprio una biotossina, vero? Vero?

Boh. Io comunque ho lavato le porte degli armadi di ebano facendomi un culo negerrimo.
(Sarà ebano, poi? Non lo so, ma è un legno molto scuro e mio padre nei suoi anni d'oro non ha mai badato a spese sull'arredamento, men che meno in questa casa, dove ha dato sfogo al suo lato da aristocratico della campagna inglese, ovviamente del periodo coloniale: una cosa tipo cottage nello Yorkshire, shabbychiccosissimo, con il baule dell'antenato che aveva un castello nel Leicestershire, le maschere di legno portate dallo zio che ha esplorato l'Africa e i dipinti su stoffa arrivati via piroscafo dall'India: sì, però immaginate tutto questo coperto di polvere).
 
L'unico ragno che è sfuggito al mio controllo era ovviamente il più grosso di tutti, e chiaramente ha scelto l'attimo in cui io mi voltavo disgustata per scomparire. Tornerà. Me lo sento. 

Intanto sono andata a medicarmi decentemente il dito e sì, confermo, il disinfettante scaduto non disinfetta affatto, invece l'acqua ossigenata nuova sì, eccome. Penso che il mio ululato di dolore si sia sentito per tutto il quartiere. In ogni caso, poco dopo s'è fatto vivo il Vicino Whisky. Che mi ha trascinato nel di lui antro dove vive solo, per mostrarmi una macchia di muffa, mentre io circospetta nominavo mio marito ogni tre parole in tutte le frasi. Probabilmente non aveva intenzioni illecite, fatto sta che dopo un po' che conversavamo ha ammesso di essere nonno di due bambine e ha simpatizzato con i miei gatti.

Sta scendendo una sera umida da far schifo e io devo ancora pulire la zona giorno. Ma sono molto fiera di avere reso abitabili le due stanze da letto. Resta il dubbio su dove dormirò. Nel mio letto di quand'ero ragazzina? Nel letto di mia madre, vicino alla finestra che è ricoperta d'edera e infestata di creature e non chiude bene? O nel letto di mio padre, vicino alla ragnatela di quello veramente grosso? Bah. Le lenzuola comunque saranno umide, e mi sono scordata il pigiama.

H.19,47

Ho già detto che è umido? Ma non sapete QUANTO è umido, finchè non vi dico che ho lavato il pavimento un'ora fa e deve ancora asciugare. Ho reso l'idea?

Domani viene il tecnico della calderina. Potrei mettere il riscaldamento a 80 gradi e vedere se un po' di tutto questo bagnato evapora.

Mi sto preparando l'Allegra Busta di Risotto delle Serate di Sfiga. Che probabilmente non mangerò, perchè sarò colta da orrenda fobia di intossicarmi con muffe invisibili che non sarò riuscita a lavare dalla pentola o dalle posate. Beh, ho un tubo di Ringo, però. Mal che vada vivo con quelli.
 
H. 21,00
Dio esiste. Ho fatto la doccia (fredda) e mangiato davanti alla tv. Stavo per cedere al sonno, e cosa ti trovo? la connessione wifi senza protezione di qualcuno, o del comprensorio, non saprei. Comunque sprotetta. Quindi accessibile. Molto bene.


domenica 24 agosto 2014

Il post del leopardo

Poi succede così che ti infili in un camerino, ne esci con un vestito leopardato, il primo in vita tua che provi, e approfittando del negozio praticamente vuoto fai "pssst!" a tuo marito, e quando lui si volta spunti da dietro la tenda ruggendo "meeow!" e lui si illumina e attraversa il negozio per venire a dirti in un orecchio cose che la figlia se non le sente è anche meglio, va'. Pensi ti prenda per il culo e allora chiedi conferma alla figlia, nota tamarra. Che trova che l'abito ti stia bene. Allora richiedi al marito. Il marito annuisce sempre vigorosamente e non cambia espressione neanche quando tu, preoccupatissima della piega che sta prendendo la tua vita, sbotti: "Ma indossare il leopardato è cedere ai quaranta!" .

E boh. Costa poco, è carino e rende parecchio in termini di entusiasmo del marito. Rientri nel camerino e ti guardi. Ma sì, cade bene. Ma 'ste macchie?

Poi ti ricordi te stessa un anno fa. E decidi che macchie saranno, dopotutto.

Con lo stesso spirito hai passato l'estate a ricevere e ospitare gente in casa, condiviso la lavatrice con tua madre per un mese, indossato shorts molto shorts per abbronzarti le cosce, abbandonato la piastra optando per un deciso riccio leonino, e trovato un pub dove imparare che sapore ha un cocktail fatto a regola d'arte. E non ti sei fermata un istante e hai scelto l'idromassaggio e tanta bella letteratura per l'unico giorno in cui eri sola. E fatto nuove amicizie e prenotato un viaggio e pensato al futuro e voluto scegliere in modo sano e deciso sul lavoro e detto la tua con calma a casa e creduto nel tuo fiuto. E parlato di avere un altro figlio. Ma anche di separarsi, quantomeno temporaneamente, se le cose non vanno a posto per davvero.

Tutto questo solo ed esclusivamente perché lui quel giorno è venuto a salutarti con quel sorriso, e ha detto quella singola frase, e tu in quei pochi secondi hai mangiato dall'albero del bene e del male, dannato la tua anima e ottenuto la conoscenza.

Ma il paradiso terrestre non è quello da cui ti sei autoespulsa quando, consapevolmente, hai deciso di non staccare gli occhi dai suoi. Quello, stando ai canoni, è se mai il paradiso celeste. Il paradiso in terra è questo che c'è ora: e sì, fa un male porco rendersi conto di essere umani, di essere vivi, e nudi sulla crosta di un pianeta scabro, però è anche potersi togliere tutte quelle briglie, tutto quel peso tremendo del dover essere. E accettare che può succedere questo, anche se a scriverlo nero su bianco fa ancora così paura. E alla fine si riduce tutto a queste realtà molto terrene, appunto, loro sono due uomini e tu sei una donna, oh se lo sei, dove cazzo aveva dormito per tutti questi secoli questa donna, che pure sapeva essere tanto felice, sciogliersi i capelli, sentire il sole sulle gambe e il sapore della frutta e avere il cuore a mille tutto il giorno.

Loro sono due uomini e ognuno di loro a modo suo ti vuol bene e se ne frega di te. E tu li ami entrambi, quello che pensavi di lasciare, e quello che non potrai più avere, e a volte, oh, sorpresa, sei tu che te ne freghi di loro, che dopotutto si sono messi così d'impegno a maciullare il tuo povero cuore, e decidi che puoi stare, così come sei, sotto lo sguardo degli occhi luminosi di uno e di quelli pensosi dell'altro, e non badi più a niente, ma vai avanti, vai oltre. Oltre te com'eri.

Quando ti giro e guardi, c'è un arcangelo con la spada fiammeggiante, là sui cancelli, che ti fa l'occhiolino: "Indietro non si torna!" Tu ridi, alzi un sopracciglio e rispondi: "Per fortuna!"

E se leopardo dev'essere, sia.

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Questo post è dedicato alla Pellona.
Andremo avanti.